da Editore Prison | Ott 18, 2024 | Blog
Il Premio Artusi 2024 sarà consegnato all’oste e cuoco – come ama definirsi – Filippo la Mantia, iniziatore e presente ai Pranzi di Natale nelle carceri italiane promossi da Prison Fellowship Italia, fin dalla prima edizione.
Con immensa gioia accogliamo la notizia che sarà conferito a Filippo La Mantia il Premio Artusi 2024 «per il suo grande impegno volto a mettere al centro la cucina come veicolo di pace, solidarietà e tolleranza, con particolare riferimento al mondo delle carceri italiane».
Un Premio che, dal 1997, la Città di Forlimpopoli (FC) assegna, nell’ambito delle manifestazioni artusiane, a un personaggio che, a qualsiasi titolo, si sia distinto per l’originale contributo dato alla riflessione sui rapporti fra uomo e cibo. La cerimonia di consegna, che avverrà sabato 19 ottobre alle 17 in Casa Artusi, vuole essere anche un‘occasione per approfondire il tema e per questo, oltre a Filippo La Mantia, saranno presenti diversi ospiti, tra cui Milena Garavini (sindaca di Forlimpopoli), Laila Tentoni (presidente di Casa Artusi) e Sandro Gallo, referente dell’Emilia-Romagna per l’Associazione Prison Fellowship Italia. L’incontro sarà introdotto e coordinato da Andrea Segrè (Comitato Scientifico Casa Artusi, Università di Bologna).
Il Premio Artusi 2024 a La Mantia sarà consegnato dall’assessore regionale al Turismo Andrea Corsini. A seguire un viaggio musicale, tra il blues e il rock, con la chitarra acustica e la voce di Giuseppe Scarpato, chitarrista e produttore tra i più apprezzati in Italia. Per concludere aperitivo con caponata e cous cous (ricetta artusiana n. 47) a cura di Casa Artusi e dello stesso La Mantia.
«Il Premio, proposto dal Comitato Scientifico di Casa Artusi, pone ogni anno una straordinaria riflessione sui valori correlati al cibo che condividiamo con grande interesse – ha dichiarato la sindaca di Forlimpopoli Milena Garavini –. Siamo ben felici di accogliere quest’anno Filippo La Mantia e ascoltare la sua singolare storia». «Grande cucina e grande cuore, come spesso accade, vanno di pari passo perché cucinare è un atto d’amore e di cura verso gli altri», ha detto il vicesindaco e assessore alla Cultura Enrico Monti. Le motivazioni di questo premio trovano dunque massima espressione con l’opera di La Mantia: combinare il concetto di solidarietà al cibo, lasciando passare un messaggio positivo e forte per la nostra società.
Una sensibilità e un vicinanza agli ultimi che probabilmente prendono vita dalla storia personale di Filippo La Mantia. Fotoreporter di mafia nella Palermo negli anni delle stragi, viene incarcerato ingiustamente (verrà poi scagionato da Giovanni Falcone) e in carcere inizia a cucinare per i compagni di cella. Una volta uscito, questa diventerà la sua professione ma la “cucina nelle case circondariali” rimarrà un progetto vivo nel tempo, preparando pranzi (come quello di Natale con PFIt) almeno una volta all’anno. Ed è proprio il progetto “L’ALTrA Cucina, per un Pranzo d’amore“, organizzato assieme a Prison Fellowship Italia, e l’impegno a portare nelle carceri la valorizzazione della cucina, della sua biodiversità e della convivialità nel rispetto dell’essere umano privato della libertà, che sono al centro del riconoscimento della Città Artusiana. «Filippo La Mantia ha dimostrato grande sensibilità sociale cucinando negli ospedali, per i più poveri durante il Covid, per iniziative contro lo spreco alimentare considerando la cucina come veicolo di pace e tolleranza», è riportato nel comunicato della Fondazione Casa Artusi.
Così Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia, si complimenta per il meritato riconoscimento e ringrazia Filippo La Mantia per il prezioso sostegno dato a molte iniziative di PFIt: «Il prestigioso premio Artusi conferito all’eccellente Filippo La Mantia è un meritatissimo riconoscimento non solo alla competenza e alle capacità culinarie, ma anche alle grandi doti umane e morali che, nonostante la riservatezza e il riserbo di Filippo, si manifestano attraverso le sue scelte e la generosa partecipazione ad attività in favore di quelli che sono considerati ultimi».
Daniela di Domenico
Foto di Gimmi Corvaro
da Editore Prison | Ott 17, 2024 | Blog
Io, insieme ad altri tre volontari del Rinnovamento nello Spirito Santo, al cappellano del carcere Don Massimo e al seminarista Paolo, nelle prime ore di questa mattina abbiamo varcato, con timore e tremore, la soglia della Casa di Reclusione Filippo Saporito di Aversa, dove ha avuto inizio “Il Viaggio del Prigioniero”.
In questa periferia esistenziale, entrando in punta di piedi, abbiamo già potuto sperimentare la grazia di incontrare cuori e occhi desiderosi di vita piena, volti e nomi, persone, non solo reati e colpe. Due ore intense, vissute con pienezza, senza perdere un solo centimetro della bellezza che questo luogo, intriso di germogli di speranza, custodisce.
Abbiamo trovato grande accoglienza e solidarietà anche da parte delle guardie carcerarie e del personale, con un autentico desiderio di collaborazione. Tutti insieme, uniti per il bene.
Abbiamo aperto i nostri cuori a questo percorso di redenzione, affinché il centro, che è Cristo, possa attraverso di noi incontrare questi uomini segnati dalla fragilità umana, che in fondo è anche la nostra.
Sentirci parte di questa umanità, non mettendoci da parte né prendendo distanze, ma vivendo con responsabilità e con una profonda conversione interiore, ci rende capaci di trasformare la nostra vita in una missione di servizio per l’uomo.
Con sentimenti di gratitudine al Signore e a chi apre sentieri di luce e di bene, come Prison Fellowship Italia, nelle persone di Marcella, Francesco e tutti i volontari, testardi e perseveranti nei progetti di pace e di liberazione.
Rossella Santoro
da Editore Prison | Ott 14, 2024 | Blog
Nell’atmosfera ordinata e solenne dell’aula conferenze PTP dell’Istituto Grimaldi – Pacioli di Catanzaro, l’11 ottobre 2024 si sono incontrate tre donne straordinarie, testimoni autentiche di storie di dolore, redenzione e speranza. Agnese Moro, Marcella Reni e Suor Nicoletta Vessoni hanno condiviso con gli studenti le loro esperienze complesse e profonde, ognuna raccontata da una prospettiva diversa.
Al centro dell’incontro c’è Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, che ha raccontato con grande umanità la sua personale esperienza di vita e di dolore. È la storia di una figlia che ha trovato il coraggio di affrontare un dolore che per anni aveva cercato di blindare, solo per scoprire che questo stesso dolore si era inconsciamente radicato anche nell’animo di suo figlio. Agnese ha spiegato agli studenti che la giustizia riparativa non è necessariamente un percorso di perdono, ma un’opportunità per la vittima e il colpevole di guardarsi negli occhi e di andare oltre il momento del reato. È un percorso di liberazione reciproca, che restituisce dignità e responsabilità sia alla vittima che all’autore del crimine.
Accanto a lei, Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia, ha risposto a una domanda di una studentessa su come una notaia sia “convertita” al mondo del carcere. Marcella ha raccontato la sua profonda conversione ideologica e valoriale, una scelta maturata attraverso esperienze personali che l’hanno portata a impegnarsi per gli ultimi. Un incontro con un giovane medico, che grazie al suo intervento ha rinunciato al suicidio, è stato per Marcella il richiamo a dedicarsi a un impegno civile che l’ha condotta oltre le mura della sua casa, verso una vita dedicata al volontariato in carcere.
A chiudere questo terzetto di testimoni, Suor Nicoletta Vessoni delle Suore delle Poverelle dell’Istituto Palazzolo di Catanzaro ha denunciato con coraggio le incongruenze del sistema carcerario, che abbandona “gli ultimi”, persone che oggi considera la sua vera famiglia. Il suo impegno nelle carceri è animato da una fede profonda e da una determinazione incrollabile.
Ad accogliere queste voci di speranza, la dirigente Elisabetta Zaccone, mentre l’avv. Francesco Iacopino, presidente della Camera Penale di Catanzaro “Alfredo Cantafora”, ha moderato l’incontro con passione. A concludere con brillante intensità è stato il prof. Antonio Viscomi.
Il successo dell’incontro è stato testimoniato dalla partecipazione attiva di centinaia di studenti, che non chiedevano di tornare a casa, ma volevano continuare a dialogare con Agnese, Marcella e Suor Nicoletta.
Nino Piterà
da Editore Prison | Set 19, 2024 | Blog
UN EVENTO DI SPORT E SOLIDARIETÀ PER LA PACE NEL MONDO PROMOSSO DA PRISON FELLOWSHIP ITALIA Casa Circondariale di Rebibbia (Sez. femminile)
Lunedì 23 settembre 2024
Anche quest’anno, a pochi giorni dalla Giornata Internazionale della pace (istituita dall’ONU nel 1981 e celebrata il 21 settembre), artisti del mondo dello spettacolo, sportivi e rappresentanti di varie associazioni no profit scendono in campo per giocare una partita di calcio, espressione di un impegno concreto a promuovere la pace globale e la non violenza.
“A Rebibbia, Scendiamo in campo per la pace” è infatti il nome dell’iniziativa (giunta alla sua 3a edizione) che vedrà sfidarsi, in un quadrangolare di calcetto nel campo sportivo della Casa Circondariale romana (Sez. femminile), lunedì 23 settembre 2024, le detenute della squadra di calcio “Atletico Diritti” di Rebibbia (capitanate da Alessia Giuliani), gli agenti penitenziari insieme ad ex campioni olimpionici, calciatori e i giocatori della “Nazionale di calcio italiana Sacerdoti”. Promotrice dell’evento, l’associazione Prison Fellowship Italia onlus (dal 2009 impegnata con iniziative a sostegno dei detenuti e delle vittime di reato), in collaborazione con associazioni che, in diverse forme, hanno contribuito alla realizzazione dell’evento. Tra queste: AS Lazio, la Nazionale italiana Sacerdoti, Sport&Smile, Manalive, AS Tifosi Roma.
Dopo il fischio dell’arbitro, a dare il calcio d’inizio sarà un ospite d’eccezione: Giuseppe Fiorello, uno degli attori più amati e apprezzati nel nostro Paese, premiato con diversi riconoscimenti tra cui due Nastri d’argento e, recentemente, due nomination al David di Donatello come regista. Prima dell’inizio della partita, l’attore rivolgerà un saluto e uno speciale in bocca al lupo ai giocatori.
Tra gli ospiti, saranno presenti Vincent Candela, ex calciatore della Roma e della Nazionale francese; Fabio Petruzzi, ex difensore della Roma e della Nazionale italiana. A loro il compito di premiare le prime due squadre vincitrici e “il Miglior scarpino” della squadra femminile di Rebibbia. In campo giocherà anche Gioia Masia, ex calciatrice della Roma, del Napoli e della
Nazionale di calcio femminile italiana. A scendere in campo con la maglia della “Nazionale italiana Sacerdoti” del mister Moreno Buccianti: don Lorenzo Torresi, don Gianluca D’Amato, don Michele Bagatella e don Giampaolo Assiso. Con loro – raccogliendo anche l’appello di Papa Francesco a credenti e non -, si eleverà una preghiera unanime per la pace attraverso le parole di San Francesco, figura di rilievo universale che, dopo la prigionia, ha rivoluzionato la sua vita incardinandola su valori quali l’uguaglianza, l’amore e la fraternità.
Ad assistere al match calcistico anche la direttrice della sez. femminile, la dott.ssa Nadia Fontana, il comandante della Polizia penitenziaria Carlo Olmi e gli educatori.
Presenti, inoltre, Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia (PFIt); il dott. Michele Grillo, presidente dell’associazione AS Tifosi Roma; Antonino Di Natale, presidente dell’associazione Sport&Smile; Gianmarco Oddo e Gian Maria Nicotera, rispettivamente presidente e direttore operativo dell’Associazione Manalive – no profit organization; Filippo La Mantia, maestro di cucina in tutte le sue declinazioni, da anni sensibile e presente attivamente a tutte le iniziative di PFIt.
Tutti insieme, per il terzo anno consecutivo, si “sfideranno” su un campo sportivo “speciale”: quello del carcere, uno dei luoghi che per eccellenza incarna e ci racconta storie di violenza e di dolore, ma che per questa occasione intende diventare simbolo di unità, rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo, e di speranza. E lo fa attraverso lo sport, che da sempre ci insegna l’enorme valore del rispetto e della fratellanza, aspetti fondamentali per la libertà di ogni uomo e per la pacifica convivenza tra i popoli.
Proprio da qui, tra queste mura pregne di sofferenza ma allo stesso tempo punto di ripartenza, insieme a detenute, sportivi, educatori, artisti e religiosi, vogliamo rinnovare il nostro impegno per la pace e gridare il nostro ”no” a qualsiasi forma di violenza.
L’evento “A REBIBBIA – SCENDIAMO IN CAMPO PER LA PACE” avrà inizio alla 10.00 presso l’area sportiva dell’Istituto penitenziario femminile. A conclusione del torneo (alle 11.30 circa), avverrà la premiazione delle prime due squadre vincitrici e sarà servito poi un buffet offerto dal Ristorante “Checco dello Scapicollo” di Roma. Il cantante romano Massimo Mattia presenterà l’evento.
Dagli spalti (dove ci saranno sempre le detenute a tifare) al campo di calcio, a vincere saranno ancora una volta la solidarietà e la generosità.
Roma, 17 settembre 2024
Per informazioni ed eventuale accredito giornalistico, contattare Daniela Di Domenico, Ufficio Stampa Prison Fellowship Italia, cell. 3394590180 – email: daniela.didomenico@prisonfellowshipitalia.it

da Editore Prison | Ago 6, 2024 | Blog

Intervista ai Jalisse, Fabio Ricci e Alessandra Drusian
di Daniela Di Domenico
Foto di Antonello Orlando
Nati nel 1992 come “Jalisse”, Fabio Ricci e Alessandra Drusian si incontrano per la prima volta nel 1990 nello studio di una casa discografica. Dopo diversi successi, nel 1997 vincono il Festival di Sanremo, nella categoria Big, con il brano “Fiumi di parole”. Lo stesso anno partecipano all’Eurovision Song Contest a Dublino classificandosi al 4º posto. Si guadagnano così concerti e tournée in tutto il mondo, dagli Stati Uniti d’America al Canada, Russia e Cile. Il 1999 segna una tappa importante della loro vita: Alessandra e Fabio si sposano e dal loro matrimonio nascono Angelica e Aurora. Lo scorso dicembre i Jalisse sono stati ospiti della X edizione dei Pranzi di Natale, partecipando al Pranzo presso la Casa circondariale di Rebibbia femminile.
Dalla musica alla vita privata fino all’impegno per il sociale, espresso sia con progetti concreti sia attraverso le loro canzoni, cerchiamo di conoscere qualcosa di più dei Jalisse.
D. – Nel 1997 conquistate il 1° posto al Festival di Sanremo con il brano “Fiumi di parole”. Questa vittoria inaspettata suscita qualche critica, eppure ancora oggi, dopo 27 anni, il brano è conosciuto da tutti ed è diventato quasi un motto per indicare chi parla senza agire! Per voi, sul piano personale e professionale, sono più pericolosi i “fiumi di parole” o gli “oceani dei silenzi”?
R. – Il silenzio è subdolo in certi casi, ma è necessario; le parole servono a chiarire ogni dubbio, ma quando sono troppe creano confusione. Come nell’armonia di una canzone fatta di note e pause, anche nella vita, tra accelerazioni e fermate, il giusto equilibrio ci aiuta a crescere e a farci conoscere. L’eccesso, in tutte le cose, è dannoso. La nostra fortuna a tutt’oggi è essere indipendenti, ma la libertà ha un costo.
D. – Qual è, se c’è, la canzone che meglio rappresenta la vostra vita, il vostro percorso insieme?
R. – Alessandra: “The miracle of love” degli Eurythmics. È un miracolo che due persone che fanno lo stesso lavoro stiano insieme sul palco e nella vita. Fabio: ho iniziato con le canzoni dei Pooh e dei Beatles suonando i sinth nelle cantine romane e imparando a fare armonizzazioni di cori, ma sono tante le canzoni che mi hanno aiutato a crescere musicalmente; penso a Vienna degli Ultravox, ma anche al punkrock. Poi con Alessandra ci siamo innamorati delle nostre canzoni.
D. – Le vostre figlie si chiamano Angelica Francesca, di 24 anni, e Aurora Fatima Maria, di 17 anni. I loro nomi evocano inevitabilmente una forte devozione a padre Pio e alla Madonna. Qual è la vostra esperienza di fede?
R. – Una esperienza luminosa che cerchiamo di seguire coltivando la spiritualità che si ritrova anche nelle nostre canzoni. Crediamo nel romanticismo, nel valore dei sentimenti, nella purezza. Crediamo che San Pio così come Maria, come Cristo, siano personaggi forti, da assumere come esempio proprio per il loro amore; sono riusciti a far riflettere tutti, anche i non credenti: nella loro fede trovano conforto le debolezze di ogni essere vivente.
D. – A padre Pio avete dedicato anche un brano, Luce e pane. Come può la musica, l’arte, incontrarsi con la fede?
R. – Ogni forma d’arte “deve” essere toccata dalla spiritualità, soprattutto quando si parla di senzatetto, di amore, di guerra, di rapporti interpersonali. Lo hanno insegnato pittori, scultori, artisti che sono stati folgorati dalla bellezza di una forza alla quale non sai sfuggire, una forza metafisica che ti inchioda e che traspare da opere di Michelangelo o da canzoni contro la guerra come quelle di John Lennon.
D. – Quest’anno festeggiate 25 anni di matrimonio (e ben 30 anni dalla nascita dei “Jalisse”). Un lungo cammino, segnato anche dal percorso professionale: come si riesce ad armonizzare la sfera privata e professionale e a restare uniti, dopo tanti anni?
R. – Ci sarà pure una spiegazione, ma non la cerchiamo. Quello che sappiamo è di avere una famiglia splendida dalla quale attingiamo forza quotidianamente e alla quale offriamo le nostre esperienze e attenzioni, per quanto possibile. Ognuno di noi ha un ruolo, ma sa cambiare; ha una spalla, ma sa sostenere e questa è una magia che non si spiega e non va capita, deve essere vissuta.
D. – «Il saper perdonare rende liberi e con questa consapevolezza il testo di Perdono ha preso forma». Così avete dichiarato parlando di una vostra canzone. Come nasce questo brano e cosa significa per voi perdonare?
R. – La canzone nasce per metà sull’Isola dei Famosi nella primavera 2023 per poi essere lanciata a luglio, con il conseguente tour. La cosa che ci affascina di questo brano è la ricerca del perdono, chiesto o donato, visto da tre generazioni diverse: una quattordicenne (la nostra Aurora) un cinquantenne (noi) e una ottantenne (Bruna la mamma di Ale) che si raccontano nelle proprie parabole di vita quotidiana.
D. – Da diversi anni siete impegnati in diversi progetti per il sociale. Tra questi, un progetto all’interno del Carcere di San Vittore a Milano, su proposta della Fondazione Mike Bongiorno. Di cosa si tratta?
R. – Abbiamo avuto la fortuna di essere scelti da Nicolò Bongiorno durante un Premio discografico. Ci ha chiesto di aiutarlo a costruire una sala prove dentro il carcere e di occuparci di formare una band tra i detenuti. Ne è uscita una esperienza durata circa sei mesi che ci ha fatto venire i brividi. La musica aiuta a capirsi e a conoscere; spero che molti detenuti abbiano avuto la possibilità di suonare in quella cella adibita a studio e di aver avuto la possibilità di ritrovare una parte della propria identità.
D. – A proposito di carcere, lo scorso anno siete intervenuti al Pranzo di Natale organizzato da Prison Fellowship Italia in collaborazione con il Rinnovamento nello Spirito Santo. Cosa ha significato per voi questa esperienza? Cosa vi ha lasciato?
R. – Incontrare chi è in difficoltà e offrirgli una mano, un sostegno, dargli la possibilità di trascorrere una giornata diversa durante il periodo di detenzione è sicuramente emozionante e fa riflettere. Sentire le ragazze detenute che cantavano con noi e con tanti altri artisti è il sogno di ogni artista; far tornare il sorriso a chi lo ha perso per una colpa da espiare non è facile e non è scontato.
D. – Quali sono i vostri progetti per il futuro?
R. – Siamo in tour in Italia e poi partiremo a ottobre per un tour internazionale con Eurovision On Tour toccando città come Londra, Madrid, Parigi fino in Australia. Parallelamente stiamo scrivendo il nuovo album e siamo molto felici di come sta andando.
da Editore Prison | Ago 6, 2024 | Blog
Sono tornata in carcere dopo tre settimane di sospensione, per un impegno di lavoro, dell’attività di catechista e ho rivisto i partecipanti al Viaggio del Prigioniero dopo più di un mese dalla conclusione del corso. Col Cappellano e con gli educatori si era convenuto che, per ragioni organizzative (si tratta di un contesto molto complesso), i primi partecipanti al “Viaggio” sarebbero stati i detenuti che frequentavano il catechismo, i quali hanno hanno accettato di buon grado un aggiustamento di rotta.
Entrare in carcere, ogni volta, mi emoziona e mi interroga. A iniziare dai simboli evangelici disseminati lungo il percorso che porta al cancello della “casa di reclusione”. Primo tratto: a destra un pozzo. Mi fa pensare alla familiarità di Gesù con chi la società del tempo non guardava con occhio caritatevole, e a cui Lui si annuncia come fonte inesauribile d’acqua viva. Aggiunge Gesù: “ chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv. 4,14). A sinistra una statua di Maria, accogliente (è anche lo spazio del presepe nel tempo di Natale), e penso a un vecchio racconto in cui Maria fa entrare le anime in Paradiso dalla finestra, se mai San Pietro tenesse chiusa la porta.
Passo il secondo punto di controllo, il metal detector, e cammino lungo un prato; penso al contrasto tra la bellezza della fioritura in diversi periodi dell’anno (mi posso permettere il lusso di guardare e apprezzare questi mutamenti – altri corrono veloci nelle loro varie mansioni) e il dolore nelle vite di chi vede questa macchia di verde dalle sbarre dai padiglione a lato o di fronte, vittime loro stessi del proprio errore. Ora c’è l’ intenso profumo di un fico; penso ai suoi vari significati (appare 44 volte nella Bibbia): dal riferimento al peccato che ci coinvolge TUTTI, al frutto della terra promessa, che pure è meta per tutti. Invoco lo Spirito Santo, chiedendogli di farmi portatrice di speranza e di pace.
Passo per una porta stretta, saluto gli agenti di polizia penitenziaria che incontro anche in questo passaggio, il personale è sempre gentilissimo e molto collaborativo, e scendo verso la Cappella, dove incontro i detenuti con i quali percorro un pezzo di strada dallo scorso autunno. Siamo contenti di rivederci: noi volontari siamo entrati nella loro vita, e ognuno di loro fa ora parte della nostra. Prima di iniziare a confrontarci sulle Letture della domenica, chiedo loro cosa è rimasto del Viaggio del Prigioniero, se in questo tempo ci hanno ripensato.
La risposta è unanime: è stata per tutti un’esperienza importante. Ce lo dicevano, che non vedevano l’ora che venisse il lunedì e che questo corso, diverso e coinvolgente, era molto apprezzato. Ne hanno parlato ad altri e sappiamo che ad altri piacerebbe, nel futuro, avere occasione di prendervi parte. I testimoni di questo esordio (speriamo in più repliche) vorrebbero, anzi, che non si perdesse la memoria di questo viaggio spirituale e che si potessero condividere quelle loro parole che sono andate a comporre i materiali oggetto e risultato delle riflessioni ad ogni tappa..
Nonostante si tratti di un gruppo eterogeneo, per capacità di lettura (un detenuto è ipovedente) e scrittura, per istruzione, tutti si sono aiutati, con grande impegno: verso se stessi, verso i “compagni di viaggio”, verso noi facilitatori.
Un partecipante mi dice che stava cercando risposta a tanti perché e ha avuto un aiuto; per tutti è stata l’occasione di conoscere meglio Gesù: “Gesù è misericordioso”, “so che perdona i peccatori”, “è morto e risorto per liberarci dai nostri peccati”, “è la nostra vera libertà”. “Ho capito”, dice un detenuto “il significato di conversione”.
Come già nel corso degli 8 incontri, viene ribadito l’impatto del video. Diverse e molto toccanti erano state le reazioni ai singoli episodi, alle tante testimonianze di vite ricostruite, anche se in stato di detenzione, dall’incontro con Gesù. Storie, ci hanno detto, in cui potersi identificare: “E’ la nostra vita, parla di noi”; storie di speranza, di passaggio dall’errore alla luce (penso al titolo del bel libro delle edizioni RnS: Oltre l’errore la Luce. Storia di una contagiosa conversione carceraria.)
Il video è di fortissimo impatto a cominciare dall’invito, nel promo, mediato da Isaia 1, 18: “Su, venite e discutiamo insieme; anche se avete ucciso qualcuno…L’invito di Dio è VIENI, FACCIAMO QUALCOSA INSIEME”. Abbiamo visto sguardi abbassati nel momento molto intenso e, come avevamo previsto, emotivamente e spiritualmente impegnativo, in cui s’immagina una parete su cui vengano affisse, esposte, le colpe; sappiamo che molti detenuti hanno effettivamente vissuto questa esperienza attraverso la stampa o i notiziari in rete; ho capito, da quando ho conosciuto questo gruppo di persone, quanto a loro pesi lo stigma sociale. Le attività di associazioni come Prison Fellowship servono anche ad abbattere il pregiudizio nei confronti di chi ha commesso errori, anche gravi, nella convinzione che nessuno deve essere identificato col suo errore.
Ma abbiamo visto anche gli sguardi illuminati, commossi, di chi sente su di sé lo sguardo amorevole di Dio.
Il Viaggio del Prigioniero è per tutti, in primo luogo per i facilitatori, un’occasione per riscoprire le radici della propria fede; per tutti l’annuncio che più forte del peccato è la Grazia.
Più di una volta ci è stato chiesto se ci sarà un seguito, un “dopo”, perché con la fine del corso, degli 8 incontri, non finisca il percorso iniziato. L’auspicio è che anche nel carcere di Parma alcuni detenuti possano intraprendere il cammino di Vita Nuova, un itinerario spirituale nel quale scoprire, in qualunque stato di vita, la potenza dello Spirito Santo, che fa “nuove tutte le cose” (Ap. 21,5).
Testimonianza di Carla Gnappi, volontaria di Prison Fellowship Italia