da Editore Prison | Feb 13, 2023 | Blog
Il 12 febbraio, a Nuoro, 26 volontari provenienti da tutta la Sardegna, si sono incontrati per imparare un nuovo modo di servire, diventando facilitatori de “il Viaggio del Prigioniero. Da oggi , il progetto, già avviato nella casa circondariale di Isili, potrà essere portato anche nelle carceri di tutta l’Isola.
Un momento intenso di preghiera ha preceduto le attività condotte dai due formatori Francesco e Maria Pia. Le lodi hanno invaso non soltanto la stanza ma anche i cuori dei presenti che sono stati un sol corpo e un’anima sola. Tutti hanno vissuto molto di più di una semplice emozione o esperienza ma un vero invito a restare sempre uniti nello Spirito per fare entrare Gesù nelle carceri di tutta la Sardegna.
Le attività di formazione, condotte in maniera semplice ed efficace, sono state seguite con estremo interesse e la partecipazione attiva è stata elevata. Una simulazione ha permesso di sciogliere il timore e chiarire numerosi dubbi.
Al termine delle attività, la gioia traboccava in tutti ma di certo era solo l’inizio di un’emozione che “Il Viaggio del prigioniero” rende ancora più grande. Infatti, i due facilitatori del carcere di Isili, Annamaria e Andrea, hanno raccontato che si tratta di un Viaggio meraviglioso, e il loro entusiasmo, il loro sguardo e il loro sorriso ne sono stati testimoni!
Simona Atzori
da Editore Prison | Feb 13, 2023 | Blog
Sono Michele, ho 54 anni e sono nato a Palermo, città che amo e che mio malgrado decisi di abbandonare nel luglio del 2009 per trasferirmi a Torino, alla ricerca di quella “nuova vita”, che mi permettesse di lasciare alle spalle tutti quegli stupidi ma gravi errori commessi sino ad allora.
Nel settembre del 2016 giungeva inesorabilmente il conto che la giustizia mi chiedeva di pagare per i reati di truffa commessi negli anni 2007 e 2008, periodo che mi vedeva impiegato al Comune di Palermo con la qualifica di vigile urbano prima e geometra dopo. Venivo recluso alle Vallette di Torino per scontare una condanna a 7 anni.
Oramai da tempo quel maledettissimo vizio che prende il nome di “gioco d’azzardo”, aveva portato nella mia vita rovina e distruzione. Però non mi aveva abbattuto, mi rimaneva la cosa più preziosa che avevo: la mia famiglia. Mia moglie Roberta, i miei figli Francesco Emmanuele e Serena, le prime vittime dei miei errori, che stanno ancora pagando, nei sentimenti, nelle ristrettezze, nei sacrifici. Non mi hanno mai abbandonato, mai voltato le spalle nonostante le delusioni, le amarezze, le mortificazioni. Hanno anteposto l’amore e la ragione ai sentimenti di rabbia e di vendetta.
Perché se è vero che da quel settembre 2016, ho conosciuto quanto buio contiene il carcere ed il vivere in esso, oggi ho la gioia di dire che mi ha fatto ritrovare quella luce che da tempo non vedevo così luminosa e raggiante.
Ho iniziato a studiare seriamente, iscrivendomi al Polo Universitario alla facoltà di Scienze Politiche che si trova all’interno dell’istituto, e con altrettanto impegno ho iniziato a studiare me stesso che ritengo aver perso chissà quando e chissà dove, anni e anni addietro.
Sin dal primo momento, mi sono aggrappato alla fede, perché la ritenevo fondamentale per andare avanti, per guarire in primis e per trovare la forza giusta alla mia situazione piena di spine e di problematiche. Oggi sono in grado di affermare che ho ritrovato me stesso grazie alla mia famiglia e a Dio, che non mi ha mai lasciato da solo e ha protetto i miei cari in ogni momento di difficoltà. Lui mi ha fatto fare un percorso in istituto che mi ha portato a crescere, capire, maturare. Probabilmente non avrei mai capito tante cose se non avessi messo piede in carcere. Qualcuno mi darà del pazzo, per me invece rappresenta, verità pura ed onestà.
Un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi, venne a trovarci nei locali del Polo Universitario la Dottoressa responsabile dell’area trattamentale, accompagnata da tre persone che prima di allora non avevo mai visto. Ci presentarono un progetto dal nome Sicomoro sulla Giustizia Riparativa che prevedeva una serie di incontri tra vittime di reato e responsabili di atti criminali, che avesse il fine di avvicinare le parti coinvolte. Con la speranza di arrivare al termine del percorso alla concessione e ottenimento del perdono.
Saltai il primo incontro che corrispondeva al primo permesso premio che mi era stato concesso. Ma non il secondo, in cui mi presentai già fortemente emozionato per quanto i miei 5 compagni, che vi avevano già partecipato, mi avevano trasmesso.
Nel marzo 2019, in un’aula scolastica dell’Istituto, al piano terra del blocco E, iniziava per me un progetto che mi portava a conoscere persone vittime di reati di vario genere. Si poteva leggere sui loro volti i segni e le scritte del dolore, della rabbia, per quanto subito e anche per la perdita dei propri cari. Il modo e l’atteggiamento che il dolore loro provocava, rannicchiava noi detenuti. Non è semplice spiegare cosa avviene e cosa riesci a provare in una situazione così, ma è facile ammettere con tutte le forze, che da quel momento in avanti, ad ogni incontro che si succedeva, veniva ad instaurarsi un rapporto quasi alla pari, che faceva persino dimenticare, chi fossero le vittime e chi i detenuti.
Terminato il primo incontro, andai nella mia stanza ed iniziai a piangere come un bambino. FINALMENTE! Portavo a completamento della ricerca di me stesso, un sentimento che negli anni precedenti la carcerazione, avevo smarrito: il dolore.
Dovetti attendere un’altra lunga settimana, fatta di lunghi sette giorni prima che si ripetesse l’incontro e invece avrei desiderato e voluto che ogni giorno potessi rifare l’esperienza e la gioia di rincontrare quelle persone prive di ogni maschera e che meritavano solo ed esclusivamente rispetto.
Gli incontri si ripetevano puntualmente e ciò che costantemente cresceva, era il senso di fratellanza, di amicizia, che abbatteva quei muri e che personalmente mi consegnavano serenità, fiducia, speranza, ottimismo, valori. Quando il progetto giunse al termine degli incontri previsti, ci si sentì un poco sbandati, pensavo che da quel momento tutto sarebbe tornato come prima. Personalmente invece il risultato fu l’esatto opposto, perché avevo trovato una parte di me stesso, latente per anni, che completava un puzzle rigenerante.
Gioivo e soffrivo, ridevo e piangevo, perché tra gli anni di carcerazione fatti e l’esperienza forte ed incisiva del Sicomoro, riuscivo a svegliarmi il mattino e andavo a letto la sera senza il peso del finto, del falso, del codardo. Il “miracolo” è avvenuto e mi ha dato ciò che non avevo capito di aver perso nella ragione, nella razionalità, nell’equilibrio.
Mi ha indirizzato al Progetto Sicomoro. Mi ha dato l’onore di conoscere quelle persone, che ad ogni incontro mi donavano, nonostante tutto, un saluto vero, un abbraccio forte, un sorriso rincuorante. Hanno saputo riconsegnarmi quelle medicine giuste di cui il mio vivere quotidiano, aveva bisogno.
Ringrazio tutti gli amici del Sicomoro, per avermi preso per mano. A tutti loro nessuno escluso, mi permetto di dire grazie, con onesto sentimento di fratellanza e perdono.
Michele Romano
da Editore Prison | Feb 8, 2023 | Blog
Siamo entrati da 15 minuti e siamo ancora da soli in quella stanza.
Ecco che la porta si apre ed entrano Tina e Gianna. Un saluto evasivo come evasiva è la spiegazione sull’assenza delle altre. Con un rapido cenno d’assenso di Arcangelo e Caterina decidiamo di cominciare. Non faccio in tempo a porgere i saluti che Tina chiede di parlare: “Le altre non verranno ed anche noi due usciremo subito. Siamo venute solo per dirvi che l’altra volta ci siamo sentite attaccate e giudicate. Nella nostra vita siamo state aggredite molte volte e per le nostre colpe siamo già state giudicate e condannate. Adesso basta! Se dobbiamo venire qui per subire ancora, meglio stare nelle nostre celle. NO, grazie. Adesso ce ne andiamo anche noi”. Parte decisa verso l’uscita. Per fortuna quel giorno mi ero piazzato proprio accanto alla porta e quasi fisicamente le impedisco di attraversarla chiedendole contemporaneamente di aspettare almeno il tempo di alcune spiegazioni. Visibilmente a malavoglia si piazza in piedi al centro della stanza e i suoi occhi dicono chiaramente: sbrigati così possiamo andarcene. Ripercorro velocemente i principi base del sicomoro, soffermandomi in particolare sul rispetto e sulla mancanza di pregiudizi. Parole al vento proprio perché erano solo parole. Si insinua Caterina testimoniando tutto quello che il sicomoro le aveva e le stava donando e come avesse cambiato la sua vita.
La realtà sostituisce la teoria e infatti Tina torna a sedersi. Intervengono anche Anna, Aurora e Michela e l’atmosfera ritorna serena. E’ il turno di Mimma. Probabilmente erano stati i suoi interventi nel primo incontro a scatenare questo pandemonio. Avevamo tutti intuito che il racconto di Giorgia era perlomeno lacunoso e parziale, ma Mimma era andata giù pesante cercando di abbattere a spallate il muro che Giorgia aveva eretto. Nel sicomoro di un anno fa era avvenuta la stessa contesa, ma dall’altra parte c’era un uomo e il tutto si era trasformato in una disputa durata 3-4 incontri finchè i due si erano definitivamente spiegati e capiti. Adesso Mimma chiarisce i suoi dubbi e le sue motivazioni e Tina accetta.
L’incontro termina regolarmente e Tina promette che tornerà e farà ritornare anche tutte le altre. Infatti sarà così.
Non a caso ho detto che l’altra volta c’era un uomo. Vi sto infatti parlando del progetto svoltosi tra novembre e dicembre scorsi nel reparto femminile di Torino. Il primo in Italia. Noi eravamo partiti usando lo schema classico, ma già le testimonianze del primo giorno, per non parlare dello scontro appena narrato, ci hanno letteralmente catapultato in una realtà completamente diversa. Qui ci sono donne: mogli, madri, figlie, compagne. E tutto cambia.
Cambiano le motivazioni: non più concetti come l’onore, il successo, la posizione sociale, il tenore di vita, il predominio, ma la quotidianità, i figli da mantenere ed educare, il decoro e la dignità, il rispetto e la considerazione.
Cambiano gli obiettivi: non più la conquista del potere, il riconoscimento della superiorità, la vita spensierata, ma la sicurezza personale, la tranquillità familiare, il mantenimento e l’educazione dei figli, il riconoscimento della persona e delle sue aspettative.
Cambiano i metodi: non più l’uso della violenza e degli strumenti per affermarla (una volta uno ci disse “le mani o il ferro”), la conquista del territorio, lo sfruttamento ad uso personale delle persone, delle leggi, ma l’uso delle proprie capacità per sopravvivere e far sopravvivere le persone delle quali si sentono responsabili.
Il quadro che si delineava attorno ad ogni testimonianza era sempre lo stesso: dietro a tutti i reati c’era sempre la figura di un uomo: un marito che picchiava, un padre che le costringeva a rubare, un familiare che abusava, un compagno che costringeva a spacciare. E quando quest’uomo non c’era era proprio la sua mancanza a spingerle: il marito che spariva lasciando moglie e figli, il padre che le obbligava al matrimonio per denaro, il compagno che le abbandonava sul marciapiede.
Sì, non tutte, c’era anche quella che lo faceva per divertimento, per la compagnia, per ambizione.
Tutto questo ha portato ad un ribaltamento dei rapporti all’interno della stanza del sicomoro. Detenute e vittime, quasi tutte donne, sono entrate subito in sintonia. Gli argomenti, le motivazioni, gli ambienti, le cause, i desideri, erano gli stessi. Naturalmente erano diverse le soluzioni alle quali le une e le altre erano ricorse, ma proprio queste differenze erano fonte di discussione e di confronto. Quando una raccontava la causa del suo errore c’era sempre un’altra che spiegava come lei era riuscita a superare quella difficoltà rimanendo nella legalità. Allora si interrogavano, si spiegavano, si accettavano, si capivano, si volevano bene. Sì, ad un certo punto il problema di una diventava il problema di tutte, il successo di una si trasformava nella futura vittoria di tutte, la possibilità di una si convertiva in speranza per tutte
Io ed Arcangelo eravamo felici spettatori di tutto questo anche perché, bontà loro, ci era permesso di intrufolarci con qualche consiglio e con la possibilità di indirizzare correttamente il progetto.
Ogni intervento, ogni replica, ogni abbraccio, ogni carezza, ogni lacrima, contribuivano ad avvicinare, a collegare, a chiudere quella frattura che il reato apre tra le due parti: colpevole e vittima. Questo è il fine principale del progetto sicomoro e questo avveniva ad ogni incontro.
Pierpaolo Trevisan
da Editore Prison | Feb 6, 2023 | Blog
C’è una grande gioia che un papà e una mamma vivono quando vedono nascere un figlio: questa è la gioia di chi vive esperienze di servizio, missione ed evangelizzazione!
Ogni volta che entriamo in carcere a trovare detenuti, incrociando i loro occhi scrutiamo con tenerezza, affetto e delicatezza la loro situazione, consapevoli che la limitazione della libertà è una grande e prolungata sofferenza.
Vedere poi questi stessi occhi inondarsi di lacrime o accendersi di luce nuova grazie a momenti di condivisione, fraternità, convivialità è causa di gioia per tutti coloro che entrano nel carcere per annunciare il vangelo, l’amore e il perdono di Dio, mettendosi all’ascolto di coloro che vivono in regime di detenzione.
Per vivere questa gioia, è possibile prepararsi anche con la partecipazione ai corsi di formazione organizzati da Prison Fellowship Italia per tutti i volontari che desiderano mettersi al servizio dei fratelli di Gesù che vivono in carcere. Sì, partecipare al corso formativo per il nuovo progetto “Viaggio del prigioniero-VDP” è stata esperienza simile ai corsi preparto.
Con sapienza e simpatia, nell’oratorio della parrocchia san Maiolo a Novara, Francesco Di Turo ha illustrato a 35 fratelli e sorelle, provenienti da varie parti del Piemonte e Valle d’Aosta, la metodologia, l’organizzazione, lo sviluppo e la conduzione del corso VDP. Secondo tale progetto, in 8 incontri si aiutano i detenuti a trovare nuova luce e speranza attraverso un percorso interiore scandito dalla conoscenza della persona di Gesù tramite il vangelo di Marco. Scoprendo l’identità di Gesù, la sua missione e le esigenze ed implicazioni della sua chiamata per ogni essere umano, i volontari ed i detenuti vivono insieme un viaggio che li conduce anche ad una più profonda scoperta di se stessi, della propria più autentica umanità ed identità, commisurata all’umanità di Gesù e risanata dalla Sua divinità.
Al termine del corso, vissuto nella mattinata del 4 febbraio, i presenti hanno anche avuto la consolazione di ascoltare Antonella Borgarello, che un paio di giorni prima aveva concluso la conduzione di questo corso nel carcere torinese delle Vallette. La sua testimonianza è stata appassionata ed entusiasmante ed ha lasciato in molti dei presenti il desiderio di vivere questo servizio a beneficio dei detenuti.
Ringraziamo Dio per la presenza e partecipazione attiva di tante persone, tra cui anche molti giovanissimi. Ringraziamo Francesco che ci ha donato la conoscenza di questo progetto, trasmettendoci anche la sua passione per questa tipologia di servizio all’uomo. Ringraziamo anche don Silvio Barbaglia, parroco della parrocchia novarese che ci ha accolto, favorendo ed incoraggiando anche la partecipazione di un gruppetto di parrocchiani.
Dio benedica tutti noi, confermandoci nel desiderio di servirlo in tutti coloro che soffrono.
Giuseppe Casadei
da Editore Prison | Dic 24, 2022 | Blog
Mentre ci avviciniamo al Natale, desidero solo prendermi un momento per ringraziarvi per la vostra generosità quest’anno, che è stato difficile per molti. Anche le nostre attività ne hanno risentito.
L’economia globale ha sofferto a causa della svalutazione del denaro, della crisi energetica, dei disastri naturali, della carestia e dell’inflazione.
Ma Dio è stato fedele e ha portato a compimento la Sua buona opera!
Quest’anno avete condiviso il Vangelo con decine e decine di uomini e donne in carcere con il Progetto Sicomoro, dando loro accesso al programma Il viaggio del prigioniero e servendo pranzi gourmet.
Mentre celebriamo la nascita del nostro Salvatore, unisciti a noi nella preghiera per coloro che celebreranno il loro primo Natale con ritrovata fede in Gesù grazie al tuo sostegno.
Possa il tuo Natale essere pieno della pace di Dio.
Buon Natale di Gesù!
da Editore Prison | Dic 23, 2022 | Blog
La Casa Circondariale di Palmi “F. Salsone” è stata teatro, nella data odierna, di una bellissima iniziativa, abbracciando il progetto di Prison Fellowship Italia “L’ALTrA cucina…per un pranzo d’amore”.
Il progetto ha coinvolto 21 strutture penitenziarie in tutta Italia, all’interno delle quali gli ospiti hanno avuto la possibilità di vivere l’esperienza di un pranzo di Natale speciale, preparato da 25 chef stellati, con la collaborazione di associazioni e di volontari.
La giornata di oggi è stata possibile grazie alla sensibilità dimostrata da vari sponsor, dallo Chef stella Michelin Nino Rossi e dal pasticcere Rocco Scutellà. Hanno partecipato: il direttore sportivo della Reggina Calcio Massimo Taibi, la Dott.ssa Cinzia Barillà, Magistrato di Sorveglianza di Reggio Calabria, la Dott.ssa Daniela Tortorella, Presidente del Tribunale di Sorveglianza, l’Avvovato Luca Muglia, Garante regionale dei detenuti, l’Associazione ‘Mbuttaturi della Varia di Palmi. Molto significativo e sentito l’intervento del direttore Mario Antonio Galati.
Il tutto è stato allietato dalle note musicali del duo Un quintale di Swing, costituito da Salvatore Saffioti e Rocco Cannizzaro, con la partecipazione fuori programma di un ospite dell’Istituto che ha regalato momenti di divertimento, ma anche di riflessione su tematiche importanti, quali le difficili condizioni di vita dei detenuti, le innumerevoli privazioni.
Tali innumerevoli privazioni, durante le festività, risultano certamente amplificate per chi vive senza affetti, che restano fuori da queste mura. Se è vero che “anche se ha commesso un grave errore, un uomo non è necessariamente perduto per sempre”, iniziative come questa possono offrire una nuova prospettiva, una speranza… Perché ciascuno di noi è molto di più di ciò che è stato e di ciò che ha fatto ma, soprattutto, è anche di meno rispetto a ciò che potrà essere e che potrà fare.
Che sia, per tutti, un Natale libero nel cuore.
Palmi, 20-12-2022
Flavia Tedesco