Il progetto Sicomoro finisce qui!

Siamo entrati da 15 minuti e siamo ancora da soli in quella stanza.

Ecco che la porta si apre ed entrano Tina e Gianna. Un saluto evasivo come evasiva è la spiegazione sull’assenza delle altre. Con un rapido cenno d’assenso di Arcangelo e Caterina decidiamo di cominciare. Non faccio in tempo a porgere i saluti che Tina chiede di parlare: “Le altre non verranno ed anche noi due usciremo subito. Siamo venute solo per dirvi che l’altra volta ci siamo sentite attaccate e giudicate. Nella nostra vita siamo state aggredite molte volte e per le nostre colpe siamo già state giudicate e condannate. Adesso basta! Se dobbiamo venire qui per subire ancora, meglio stare nelle nostre celle. NO, grazie. Adesso ce ne andiamo anche noi”. Parte decisa verso l’uscita. Per fortuna quel giorno mi ero piazzato proprio accanto alla porta e quasi fisicamente le impedisco di attraversarla chiedendole contemporaneamente di aspettare almeno il tempo di alcune spiegazioni. Visibilmente a malavoglia si piazza in piedi al centro della stanza e i suoi occhi dicono chiaramente: sbrigati così possiamo andarcene. Ripercorro velocemente i principi base del sicomoro, soffermandomi in particolare sul rispetto e sulla mancanza di pregiudizi. Parole al vento proprio perché erano solo parole. Si insinua Caterina testimoniando tutto quello che il sicomoro le aveva e le stava donando e come avesse cambiato la sua vita.

La realtà sostituisce la teoria e infatti Tina torna a sedersi. Intervengono anche Anna, Aurora e Michela e l’atmosfera ritorna serena. E’ il turno di Mimma. Probabilmente erano stati i suoi interventi nel primo incontro a scatenare questo pandemonio. Avevamo tutti intuito che il racconto di Giorgia era perlomeno lacunoso e parziale, ma Mimma era andata giù pesante cercando di abbattere a spallate il muro che Giorgia aveva eretto. Nel sicomoro di un anno fa era avvenuta la stessa contesa, ma dall’altra parte c’era un uomo e il tutto si era trasformato in una disputa durata 3-4 incontri finchè i due si erano definitivamente spiegati e capiti. Adesso Mimma chiarisce i suoi dubbi e le sue motivazioni e Tina accetta.

L’incontro termina regolarmente e Tina promette che tornerà e farà ritornare anche tutte le altre. Infatti sarà così.
Non a caso ho detto che l’altra volta c’era un uomo. Vi sto infatti parlando del progetto svoltosi tra novembre e dicembre scorsi nel reparto femminile di Torino. Il primo in Italia. Noi eravamo partiti usando lo schema classico, ma già le testimonianze del primo giorno, per non parlare dello scontro appena narrato, ci hanno letteralmente catapultato in una realtà completamente diversa. Qui ci sono donne: mogli, madri, figlie, compagne. E tutto cambia.

Cambiano le motivazioni: non più concetti come l’onore, il successo, la posizione sociale, il tenore di vita, il predominio, ma la quotidianità, i figli da mantenere ed educare, il decoro e la dignità, il rispetto e la considerazione.
Cambiano gli obiettivi: non più la conquista del potere, il riconoscimento della superiorità, la vita spensierata, ma la sicurezza personale, la tranquillità familiare, il mantenimento e l’educazione dei figli, il riconoscimento della persona e delle sue aspettative.
Cambiano i metodi: non più l’uso della violenza e degli strumenti per affermarla (una volta uno ci disse “le mani o il ferro”), la conquista del territorio, lo sfruttamento ad uso personale delle persone, delle leggi, ma l’uso delle proprie capacità per sopravvivere e far sopravvivere le persone delle quali si sentono responsabili.

Il quadro che si delineava attorno ad ogni testimonianza era sempre lo stesso: dietro a tutti i reati c’era sempre la figura di un uomo: un marito che picchiava, un padre che le costringeva a rubare, un familiare che abusava, un compagno che costringeva a spacciare. E quando quest’uomo non c’era era proprio la sua mancanza a spingerle: il marito che spariva lasciando moglie e figli, il padre che le obbligava al matrimonio per denaro, il compagno che le abbandonava sul marciapiede.

Sì, non tutte, c’era anche quella che lo faceva per divertimento, per la compagnia, per ambizione.
Tutto questo ha portato ad un ribaltamento dei rapporti all’interno della stanza del sicomoro. Detenute e vittime, quasi tutte donne, sono entrate subito in sintonia. Gli argomenti, le motivazioni, gli ambienti, le cause, i desideri, erano gli stessi. Naturalmente erano diverse le soluzioni alle quali le une e le altre erano ricorse, ma proprio queste differenze erano fonte di discussione e di confronto. Quando una raccontava la causa del suo errore c’era sempre un’altra che spiegava come lei era riuscita a superare quella difficoltà rimanendo nella legalità. Allora si interrogavano, si spiegavano, si accettavano, si capivano, si volevano bene. Sì, ad un certo punto il problema di una diventava il problema di tutte, il successo di una si trasformava nella futura vittoria di tutte, la possibilità di una si convertiva in speranza per tutte
Io ed Arcangelo eravamo felici spettatori di tutto questo anche perché, bontà loro, ci era permesso di intrufolarci con qualche consiglio e con la possibilità di indirizzare correttamente il progetto.
Ogni intervento, ogni replica, ogni abbraccio, ogni carezza, ogni lacrima, contribuivano ad avvicinare, a collegare, a chiudere quella frattura che il reato apre tra le due parti: colpevole e vittima. Questo è il fine principale del progetto sicomoro e questo avveniva ad ogni incontro.

Pierpaolo Trevisan

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