da Editore Prison | Mag 20, 2024 | Blog
Con queste immagini (inedite) vogliamo ricordare e ringraziare il giornalista Franco Di Mare, scomparso venerdì scorso, 17 maggio, a causa di un mesotelioma. Giornalista, conduttore televisivo e per anni inviato speciale Rai nelle zone di guerra – in particolar modo nei Balcani – è stato straordinario testimone e cronista dei conflitti degli ultimi venti anni. Nel 2015, insieme alla figlia Stella, accettò di partecipare al Pranzo di Natale “L’ALTrA Cucina… per un Pranzo d’amore”, promosso e organizzato da Prison Fellowship Italia in collaborazione con il Rinnovamento nello Spirito Santo e il Ministero della Giustizia. Da sempre impegnato in attività sociali e civili, il 23 dicembre 2015 partecipò al Pranzo di Natale servendo instancabilmente centinaia di portate alle detenute della Sez. femminile di Rebibbia a Roma.
da Editore Prison | Mag 20, 2024 | Blog
La prima lezione che qualsiasi artigiano impara è quella di non forzare mai il legno durante l’iniziale fase di scultura, altrimenti si rischia di crepare irreversibilmente il pezzo e diventa estremamente più difficile poterlo modellare in seguito per arrivare alla forma alla quale è destinato. Con la stessa cura i volontari dell’associazione Prison Fellowship Italia hanno trattato i detenuti del padiglione “C” che hanno deciso di partecipare al progetto Sicomoro nei mesi di Febbraio e Marzo, cercando di farsi strada nei loro cuori un passo dopo l’altro. Alla giornata conclusiva del progetto, svoltasi nel teatro della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino il giorno mercoledì 17 Aprile, queste attenzioni sono state premiate da molte parole d’amore e da ringraziamenti da parte dei ragazzi reclusi, ma anche dai famigliari che hanno potuto godere direttamente dei benefici del progetto.
La giornata si è sviluppata intorno ad un senso di appartenenza e di amore infinito. Durante le spiegazioni, da parte dei volontari, dell’associazione e dei progetti che vengono portati avanti nei vari penitenziari, in mezzo alle poltrone blu del teatro si potevano scorgere scene di amore puro. C’era chi stringeva forte le mani della propria mamma quasi impedendole di muoverle, chi trovava rifugio poggiando la testa sul petto del proprio compagno e chi, dimenticandosi del proposito della giornata, non riusciva a distogliere lo sguardo innamorato dalla moglie, tenendole il viso tra le mani, sorridendole e scambiandosi effusioni. Il progetto sicomoro è anche questo; è amore, comprensione e una mano tesa che possa aiutare a risollevarsi.
Due dei ragazzi che hanno portato la propria testimonianza su quel palco si sono trovati d’accordo nel dire che il carcere serve a riabilitare ed i progetti come il nostro sono importanti perché aiutano a capire ed imparare, ma soprattutto danno modo di riempire l’eccessivo tempo libero in modo costruttivo.
Per esperienza posso dire che è quasi impossibile concludere un progetto di questa portata senza ricavarne benefici, sia per i volontari che per i ragazzi reclusi. La dimostrazione di questa affermazione la possiamo ritrovare nella lettera che Chiara, una delle volontarie, ha scritto e voluto condividere con tutti nell’incontro conclusivo del percorso e non nella giornata dedicata alla lettura dei nostri scritti. Leggendo questi suoi pensieri si è ritrovata a ripercorrere lentamente ogni tappa del nostro viaggio e ad individuare tutti quei momenti, quelle parole e quelle azioni che le sono rimaste nel cuore e che porterà per sempre con sé.
Un ragazzo un giorno ha detto che la vita è come un grosso salvadanaio ed ogni persona e ogni esperienza ti aiuta a metterci all’interno una monetina. Ti arricchisce a tal punto da voler essere tu stesso a mettere i soldini in quelli degli altri, una sorta di “passa il favore” dove ad arricchirsi si è entrambi. L’obiettivo di questi incontri è stato ancora una volta portato in modo soddisfacente a termine.
Il progetto si è concluso nel migliore dei modi, andando a scalfire la corazza che molti di loro ancora indossava e nel più sincero augurio di riappropriazione della propria vita e di una presta libertà.
Ilaria Lavia
da Editore Prison | Gen 22, 2024 | Blog
Siamo Miriam e Alessia, due amiche e sorelle; da qualche tempo abbiamo sentito forte la chiamata di servire Gesù nelle carceri.
Oggi 20/01/24 abbiamo presentato il progetto de “ Il Viaggio del Prigioniero ” alle sorelle detenute del padiglione femminile del carcere Lorusso e Cutugno di Torino.
Siamo state fin da subito felici di poter servire insieme, l’amore per Dio e per il prossimo ci legano fortemente.
Non possiamo nascondere che prima di iniziare eravamo un po’ agitate, ma siamo consapevoli che il Signore ha già preparato la strada per noi. Ci ha messo al fianco, oltre alle nostre comunità, Antonella referenteregionalePrison, che è più esperta di noi, e altri due fratelli del Rinnovamento. Condivideremo questo percorso con loro, e non potremmo che esserne felici.
L’incontro di presentazione, a parere nostro, è stato importante per poter conoscere la realtà e per rompere il ghiaccio. Siamo subito state bene accolte e ci siamo sentite a nostro agio. È stato semplice per noi guardare queste figlie di Dio con occhi pieni d’amore e, dopo le prime difficoltà tecniche, tutto è andato per il meglio. Le persone detenute sono risultate interessate e partecipative, hanno fatto molte domande e alla fine si sono iscritte quasi tutte. Subito in 13 hanno compilato la scheda di partecipazione!
Quale gioia!
Ringraziamo già da adesso tutti i fratelli e sorelle che ci hanno accompagnato con la preghiera in questo primo step, confidiamo in Dio e nel suo progetto per noi e per queste sorelle. Continuiamo a pregare affinché i cuori siano pronti per accogliere le Sue parole.
Torino, 20 gennaio 2024
Alessia e Miriam
da Editore Prison | Gen 18, 2024 | Blog
La domanda è sempre la stessa, ma nessuno me l’ha mai fatta direttamente. Ogni volta che ne parlo la leggo chiaramente nei loro occhi, ma non la sento mai. Affronto l’argomento e immediatamente la vedo spuntare nella loro bocca, ma c’è sempre qualcosa che la blocca.
Cambiano le parole, le modalità, i termini, le espressioni, ma il succo è sempre quello: “Pierpaolo, ti rendi conto che quelle di cui parli sono persone che hanno ucciso, violentato, stuprato, derubato, truffato! Come fai a definirli bravi ragazzi, esempi da portare nelle scuole, modelli di una ricostruzione possibile. Proprio tu che senti continuamente proprio direttamente dalle vittime le conseguenze delle loro azioni criminali.”
Naturalmente mi riferisco ai detenuti che partecipano ai progetti sicomoro.
Sinceramente posso assicurarvi che non serve che questa domanda venga espressa a voce alta perché è sempre presente nella mia testa. Il mio cuore combatte quotidianamente tra gli orrori che sente rivivere nelle parole delle vittime e nelle confessioni dei criminali da una parte e i cambiamenti che sempre accompagnano l’evoluzione del progetto: cambiamenti che sfociano praticamente sempre nel perdono richiesto dai colpevoli e nel perdono concesso dalle vittime con la conseguente riconciliazione.
Ecco, è proprio questo il succo della prima risposta che vorrei formulare. Il confronto tra vittime e carnefici è sempre acceso, spesso duro, continuamente rovente anche se sotterrato da anni di congetture, rimorsi, ripensamenti. Anche se le motivazioni sono diametralmente opposte, è sempre e solo il dolore a dominare. E il dolore fa male. Non importa se è provocato o subito, non pesano i motivi o le scuse, non contano le difese o le offese, il dolore resta… e fa male. Quando vedo che questo confronto, dopo aver sondato le profondità dei cuori, sfocia nel perdono e nella riconciliazione, mi fermo, alzo le mani e zittisco la mia mente ed il mio cuore. Se la vittima ascolta, perdona ed abbraccia, se il carnefice si prende le sue responsabilità, si ravvede e chiede comprensione, se il baratro provocato da qualsiasi reato viene sanato con il ponte costruito proprio dai diretti interessati, chi sono io per obiettare qualcosa. E se proprio credo che sia traballante, che rischi di crollare alla prima folata, cercherò di puntellarlo, di rendere più solide le fondamenta, di trasformarlo in stabile e duraturo.
La seconda risposta viene direttamente dalle regole base del Sicomoro, che vengono spiegate ed accettate da tutti per potervi partecipare: il progetto è un cammino personale volontario che non porta a sconti o benefici di pena. Questo significa che la pena viene lasciata fuori della porta. E’ già stata decisa e viene accettata come dato di fatto. Il progetto è l’inizio di un percorso di ricostruzione, di cambiamento, di ricomposizione e abbiamo le testimonianze che, dopo dieci anni, i semi gettati continuano a sbocciare.
Arriviamo all’ultima risposta, quella più concreta pur essendo la meno concreta: la presenza reale, costante, tangibile di Dio ed è proprio quella che fa la differenza. In quella stanza, disadorna e spesso fredda, si incontrano e scontrano vittime e carnefici. Non ci sono agenti, educatori, psicologi, magistrati. Pensate veramente che io, o qualsiasi altro facilitatore, abbiamo la capacità e la preparazione per raggiungere i cambiamenti e le trasformazioni che sempre avvengono. Solo il tocco di Dio Padre misericordioso può ricostruire vite spezzate, sanare intimità violate, riportare fiducia, serenità e pace. Il bello e incredibile è che basta avere il coraggio di aprire gli occhi ed allungare le mani per vedere e toccare questa presenza reale e concreta. E quindi, a maggior ragione, chi sono io per mettere in discussione l’opera di Dio. Io vedo e vi racconto i risultati.
Naturalmente queste risposte non risolvono il problema. Siamo umani. La mamma, che ha perso il figlio, troverà forza e motivazioni per alleggerire un dolore che resterà per sempre scolpito nel suo cuore. Il reo, che ha buttato la sua vita nell’inseguimento di falsi ideali, cercherà di riparare e ricostruire consapevole degli errori fatti.
E io continuerò a rileggere e a farmi quella domanda: tanto felice nel sapere di poter vedere e toccare l’amore di Dio ogni volta che entro nel carcere e tanto stupido da non saper vedere e toccare lo stesso amore nella vita di tutti i giorni.
Pierpaolo Trevisan
da Editore Prison | Gen 2, 2024 | Blog
Mercoledì 20 Dicembre si è svolta nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, così come in altri 28 istituti penitenziari, la X edizione dell’iniziativa “Un pranzo d’amore – l’altra cucina in carcere”. Salendo in macchina la mattina presto, avevamo già capito che la giornata sarebbe stata speciale e che non saremmo stati soli ; il cielo si era tinto di un rosso acceso tempestato da sfumature di rosa. Una meraviglia per gli occhi e per il cuore; non era importante che il traffico avesse rallentato la nostra missione perché eravamo pronti per distribuire amore. Arrivati al teatro abbiamo cominciato ad allestire i tavoli cercando di considerare le esigenze di spazio di tutti, mentre sul palco i ragazzi del blocco A si sono occupati delle scenografie per lo spettacolo che si sarebbe poi svolto nel pomeriggio. Ogni singola decorazione era stata realizzata attraverso materiali di scarto così come anche i costumi di scena, grazie al progetto “Laboratorio Riuso dello Scarto” in collaborazione con l’associazione Carlo Castelli.
Nonostante il ritardo nella realizzazione dei preparativi per la giornata, in tempo record avevamo sistemato tutto; mancavano solo i protagonisti del pranzo d’Amore . Dopo qualche ostacolo, dai corridoi siamo stati raggiunti da un forte vociare ed i nostri fratelli reclusi hanno fatto capolino all’interno del teatro. I loro occhi si sono illuminati vedendo la trasformazione che aveva subito l’auditorium, ma ancora di più trovandosi davanti ad una schiera di volontari vestiti a festa pronti ad accoglierli a braccia aperte.
In seguito alle opportune presentazioni e i dovuti ringraziamenti alla struttura e a tutti coloro che hanno reso possibile questa iniziativa, abbiamo preso posto per godere dell’allegro spettacolo preparato dai due comici reduci dagli spalti di Colorado e Zelig; Gianpiero Perone e Massimo de Rosa, in collaborazione con il duo comico Ruggiero e Gianni dell’associazione Circolo magico bosco delle meraviglie. Le risa hanno riempito ogni centimetro di quel teatro e l’attenzione era interamente focalizzata su di loro. Alcuni fratelli reclusi avevano le lacrime agli occhi dalle risate e hanno confessato, alla fine dello spettacolo, di non ricordare nemmeno più l’ultima volta in cui avevano riso così tanto; erano avvolti da una luce diversa.
Una volta seduti al tavolo non si parlava di altro; erano ancora tutti euforici ed in trepida attesa di assaggiare le delizie che i due chef stellati, Matteo Baronetto del ristorante Del cambio e Guido Perino della Casa Amélie, avevano preparato per loro. Nonostante gli inviti dei volontari a cominciare a mangiare, nessun tavolo osava sfiorare cibo finché non fossero stati tutti seduti e con il piatto davanti. Si poteva toccare con mano il rispetto e l’amore di quel gesto. Al termine del pranzo un ragazzo si è guardato intorno realizzando di essere ancora nel teatro; si era scordato di essere recluso. Per qualche ora lo aveva accompagnato il pensiero di essere con degli amici a pranzare tutti insieme fuori dall’istituto.
Terminato questo pasto conviviale è cominciato subito lo spettacolo della band Stardust, un gruppo musicale nato dal progetto “La musica che gira dentro” sviluppato con alcuni detenuti. Grande novità di questa iniziativa dei pranzi d’amore è stata proprio questa; poter avere sul palco una band che non provenisse dall’esterno. Il concerto è stato veramente il culmine della fratellanza. Gli sguardi, le risate ed i canti felici del singolo si andavano ad unire a quello dei fratelli vicino a loro. Non c’era più un “io”, ma eravamo un “noi”, una comunità enorme.
Dopo una fugace merenda, la distribuzione di qualche pensiero e molti abbracci, la giornata si è conclusa e l’obiettivo di distribuire gioia e amore è stato portato a termine. All’uscita del penitenziario il cielo era ancora rosa e così è stato fino al ritorno a casa, quasi come a voler concludere anche lui questa giornata insieme a noi. Non siamo mai stati soli in questo viaggio.
Di seguito la poesia che è stata letta prima del concerto, scritta da un membro della band che purtroppo non è potuto essere presente allo spettacolo.
RACCOGLIENDO I PENSIERI
Si sopprimerà la fede, in nome della luce.
Poi si sopprimerà la luce.
Si sopprimerà l’anima, in nome della ragione.
Poi si sopprimerà la ragione.
Si sopprimerà la carità , in nome della giustizia.
Poi si sopprimerà la giustizia.
Si sopprimerà l’amore, in nome della fraternità.
Poi si sopprimerà la fraternità.
Si sopprimerà lo spirito di verità , in nome dello spirito critico.
Poi si sopprimerà lo spirito critico.
Si sopprimerà il significato della parola, in nome del significato delle parole.
Poi si sopprimerà la parola.
Si sopprimerà il sublime, in nome dell’arte.
Poi si sopprimerà l’arte.
Si sopprimeranno gli scritti, in nome dei commenti.
Poi si sopprimeranno i commenti.
Cosa rimane, forse i sogni, per una libertà inespressa.
No!!! Loro rimarranno nel desiderio e nell’anima tarpata dell’uomo.
Loro rimarranno, saranno il baluardo di qualcosa che non è stato.
Loro rimarranno… per chi saprà forse capire e per questo anche morire.
Ilaria Lavia