Siamo venuti per i malati, non per i sani!

La prima lezione che qualsiasi artigiano impara è quella di non forzare mai il legno durante l’iniziale fase di scultura, altrimenti si rischia di crepare irreversibilmente il pezzo e diventa estremamente più difficile poterlo modellare in seguito per arrivare alla forma alla quale è destinato. Con la stessa cura i volontari dell’associazione Prison Fellowship Italia hanno trattato i detenuti del padiglione “C” che hanno deciso di partecipare al progetto Sicomoro nei mesi di Febbraio e Marzo, cercando di farsi strada nei loro cuori un passo dopo l’altro. Alla giornata conclusiva del progetto, svoltasi nel teatro della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino il giorno mercoledì 17 Aprile, queste attenzioni sono state premiate da molte parole d’amore e da ringraziamenti da parte dei ragazzi reclusi, ma anche dai famigliari che hanno potuto godere direttamente dei benefici del progetto.
La giornata si è sviluppata intorno ad un senso di appartenenza e di amore infinito. Durante le spiegazioni, da parte dei volontari, dell’associazione e dei progetti che vengono portati avanti nei vari penitenziari, in mezzo alle poltrone blu del teatro si potevano scorgere scene di amore puro. C’era chi stringeva forte le mani della propria mamma quasi impedendole di muoverle, chi trovava rifugio poggiando la testa sul petto del proprio compagno e chi, dimenticandosi del proposito della giornata, non riusciva a distogliere lo sguardo innamorato dalla moglie, tenendole il viso tra le mani, sorridendole e scambiandosi effusioni. Il progetto sicomoro è anche questo; è amore, comprensione e una mano tesa che possa aiutare a risollevarsi.
Due dei ragazzi che hanno portato la propria testimonianza su quel palco si sono trovati d’accordo nel dire che il carcere serve a riabilitare ed i progetti come il nostro sono importanti perché aiutano a capire ed imparare, ma soprattutto danno modo di riempire l’eccessivo tempo libero in modo costruttivo.
Per esperienza posso dire che è quasi impossibile concludere un progetto di questa portata senza ricavarne benefici, sia per i volontari che per i ragazzi reclusi. La dimostrazione di questa affermazione la possiamo ritrovare nella lettera che Chiara, una delle volontarie, ha scritto e voluto condividere con tutti nell’incontro conclusivo del percorso e non nella giornata dedicata alla lettura dei nostri scritti. Leggendo questi suoi pensieri si è ritrovata a ripercorrere lentamente ogni tappa del nostro viaggio e ad individuare tutti quei momenti, quelle parole e quelle azioni che le sono rimaste nel cuore e che porterà per sempre con sé.
Un ragazzo un giorno ha detto che la vita è come un grosso salvadanaio ed ogni persona e ogni esperienza ti aiuta a metterci all’interno una monetina. Ti arricchisce a tal punto da voler essere tu stesso a mettere i soldini in quelli degli altri, una sorta di “passa il favore” dove ad arricchirsi si è entrambi. L’obiettivo di questi incontri è stato ancora una volta portato in modo soddisfacente a termine.
Il progetto si è concluso nel migliore dei modi, andando a scalfire la corazza che molti di loro ancora indossava e nel più sincero augurio di riappropriazione della propria vita e di una presta libertà.

Ilaria Lavia

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