La domanda

La domanda è sempre la stessa, ma nessuno me l’ha mai fatta direttamente. Ogni volta che ne parlo la leggo chiaramente nei loro occhi, ma non la sento mai. Affronto l’argomento e immediatamente la vedo spuntare nella loro bocca, ma c’è sempre qualcosa che la blocca.

Cambiano le parole, le modalità, i termini, le espressioni, ma il succo è sempre quello: “Pierpaolo, ti rendi conto che quelle di cui parli sono persone che hanno ucciso, violentato, stuprato, derubato, truffato! Come fai a definirli bravi ragazzi, esempi da portare nelle scuole, modelli di una ricostruzione possibile. Proprio tu che senti continuamente proprio direttamente dalle vittime le conseguenze delle loro azioni criminali.”

Naturalmente mi riferisco ai detenuti che partecipano ai progetti sicomoro.

Sinceramente posso assicurarvi che non serve che questa domanda venga espressa a voce alta perché è sempre presente nella mia testa. Il mio cuore combatte quotidianamente tra gli orrori che sente rivivere nelle parole delle vittime e nelle confessioni dei criminali da una parte e i cambiamenti che sempre accompagnano l’evoluzione del progetto: cambiamenti che sfociano praticamente sempre nel perdono richiesto dai colpevoli e nel perdono concesso dalle vittime con la conseguente riconciliazione.

Ecco, è proprio questo il succo della prima risposta che vorrei formulare. Il confronto tra vittime e carnefici è sempre acceso, spesso duro, continuamente rovente anche se sotterrato da anni di congetture, rimorsi, ripensamenti. Anche se le motivazioni sono diametralmente opposte, è sempre e solo il dolore a dominare. E il dolore fa male. Non importa se è provocato o subito, non pesano i motivi o le scuse, non contano le difese o le offese, il dolore resta… e fa male. Quando vedo che questo confronto, dopo aver sondato le profondità dei cuori, sfocia nel perdono e nella riconciliazione, mi fermo, alzo le mani e zittisco la mia mente ed il mio cuore. Se la vittima ascolta, perdona ed abbraccia, se il carnefice si prende le sue responsabilità, si ravvede e chiede comprensione, se il baratro provocato da qualsiasi reato viene sanato con il ponte costruito proprio dai diretti interessati, chi sono io per obiettare qualcosa. E se proprio credo che sia traballante, che rischi di crollare alla prima folata, cercherò di puntellarlo, di rendere più solide le fondamenta, di trasformarlo in stabile e duraturo.

La seconda risposta viene direttamente dalle regole base del Sicomoro, che vengono spiegate ed accettate da tutti per potervi partecipare: il progetto è un cammino personale volontario che non porta a sconti o benefici di pena. Questo significa che la pena viene lasciata fuori della porta. E’ già stata decisa e viene accettata come dato di fatto. Il progetto è l’inizio di un percorso di ricostruzione, di cambiamento, di ricomposizione e abbiamo le testimonianze che, dopo dieci anni, i semi gettati continuano a sbocciare.

Arriviamo all’ultima risposta, quella più concreta pur essendo la meno concreta: la presenza reale, costante, tangibile di Dio ed è proprio quella che fa la differenza. In quella stanza, disadorna e spesso fredda, si incontrano e scontrano vittime e carnefici. Non ci sono agenti, educatori, psicologi, magistrati. Pensate veramente che io, o qualsiasi altro facilitatore, abbiamo la capacità e la preparazione per raggiungere i cambiamenti e le trasformazioni che sempre avvengono. Solo il tocco di Dio Padre misericordioso può ricostruire vite spezzate, sanare intimità violate, riportare fiducia, serenità e pace. Il bello e incredibile è che basta avere il coraggio di aprire gli occhi ed allungare le mani per vedere e toccare questa presenza reale e concreta. E quindi, a maggior ragione, chi sono io per mettere in discussione l’opera di Dio. Io vedo e vi racconto i risultati.

Naturalmente queste risposte non risolvono il problema. Siamo umani. La mamma, che ha perso il figlio, troverà forza e motivazioni per alleggerire un dolore che resterà per sempre scolpito nel suo cuore. Il reo, che ha buttato la sua vita nell’inseguimento di falsi ideali, cercherà di riparare e ricostruire consapevole degli errori fatti.

E io continuerò a rileggere e a farmi quella domanda: tanto felice nel sapere di poter vedere e toccare l’amore di Dio ogni volta che entro nel carcere e tanto stupido da non saper vedere e toccare lo stesso amore nella vita di tutti i giorni.

Pierpaolo Trevisan

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