da Editore Prison | Set 27, 2023 | Blog
A pochi giorni dalla Giornata Internazionale della Pace (celebrata in tutto il mondo il 21 settembre), artisti del mondo dello spettacolo e sportivi scenderanno in campo per disputare una partita di calcio che da Rebibbia vuole coinvolgere simbolicamente tutte le Nazioni: quella per la pace nel mondo. “A Rebibbia, Scendiamo in campo per la pace” è infatti il titolo dell’iniziativa (nella sua seconda edizione) che vedrà giocare, nel campo sportivo della Sez. femminile della Casa Circondariale romana, venerdì 29 settembre 2023, le detenute della squadra di calcio di Rebibbia, gli operatori penitenziari e diversi ex campioni olimpici. Promotrice dell’evento, l’Associazione Prison Fellowship Italia onlus (da anni impegnata con diverse iniziative vicine ai detenuti e alle vittime di reato), di cui è presidente la dott.ssa Marcella Reni, presente alla manifestazione. Molte le associazioni e le società sportive che hanno accolto l’invito a partecipare.
Tra queste: SS Lazio, So.Spe. (Solidarietà e Speranza), Miti dello Sport, AS Roma Calcio a 5, Word Save World, Pallanuoto SIS Roma, che milita nel Campionato di Serie A1 di pallanuoto femminile. Numerosi gli sportivi delle diverse realtà che interverranno e scenderanno in campo: Tommaso Rocchi (ex calciatore della Nazionale e della Lazio); Amaurys Perez (ex pallanuotista, plurimedagliato, campione del mondo con il Settebello a Shangai 2011, allenatore SIS Roma) e Domitilla Picozzi, capitano della squadra femminile di pallanuoto della SIS; le calciatrici della AS Roma calcio a 5, Sara Nardi, Giulia Di Giacomo, Fabiana Fabrizi, Giorgia Tarenzi, Martina Lecca, Alessia D’Aguanno e il capitano Ketti Bellon; Lucia Torresani, campionessa di fioretto; Bruno Miguel Mascarenhas Antunes, ex campione mondiale e medaglia olimpica canottaggio Atene 2004 e vice Presidente Ass. Miti dello Sport; Valerio Vermiglio, campione europeo e mondiale di pallavolo e presidente Miti dello Sport; Emanuele Blandamura, pugile italiano campione europeo; Roberto Meloni, judoka italiano medagliato bronzo ai Mondiali. Presenti, inoltre, la squadra femminile di calcio dell’Associazione So.Spe. capitanata dalla simpatica suor Paola D’Auria (la nota religiosa tifosa della squadra bianco celeste) e suor Regina Muscat, della “Nazionale delle Suore”, che, come lo scorso anno, arbitrerà il torneo. All’iniziativa interverranno, inoltre, Antonino Di Natale, ex fiamme gialle e responsabile Eventi Miti dello Sport, e Oreste Fuga, dirigente della stessa Associazione. Tutti insieme, nel segno della pace, si “sfideranno” a “colpi di scarpini” per realizzare una giornata di festa all’insegna dello sport e della solidarietà, e manifestare il nostro impegno comune per la pace. La scelta del carcere come campo da gioco, uno dei luoghi che per eccellenza incarna e ci racconta storie di violenza e dolore, non è casuale. Proprio da qui, da questo spazio pregno di sofferenza ma allo stesso tempo punto di ripartenza, insieme a detenute, sportivi, educatori, artisti e religiose, vogliamo rinnovare il nostro impegno per la pace.
L’evento “A REBIBBIA – SCENDIAMO IN CAMPO PER LA PACE” avrà luogo nell’area sportiva dell’Istituto penitenziario. A scendere in campo, per il secondo anno consecutivo, saranno la solidarietà e la generosità di quanti parteciperanno. La giornata sarà strutturata in due momenti: alle 10.00 il torneo quadrangolare di calcetto tra detenuti, operatori penitenziari, sportivi e artisti. Verso le 12.00 avverrà la premiazione delle squadre vincitrici del torneo, seguita da uno momento di festa. L’evento sarà presentato dall’artista Massimo Mattia. Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che hanno permesso e contribuito alla realizzazione di questo evento. In particolar modo rinnoviamo il nostro grazie al direttore della Sez. femminile di Rebibbia, la dott.ssa Nadia Fontana, al Comandante dott. Carlo Olmi, alla dott.ssa Alessia Giuliani e a tutta l’Area educativa e alla Polizia penitenziaria. Grazie alle Associazioni e alle Società sportive che, con generosità, hanno aderito all’iniziativa, in special modo alla dott.ssa Cristina Mezzaroma, presidente operativo della SS Lazio. Grazie allo sponsor Bar La Licata, e alle ragazze della squadra di calcio Atletico Diritti di Rebibbia che, anche attraverso lo sport, esprimono tutta la loro voglia di ricominciare e il loro bisogno di condivisione.
Roma, 25 settembre 2023
Nota per accreditarsi: I giornalisti in possesso di tesserino giornalistico, non devono inviare, preventivamente, copia o estremi del documento d’identità. È gradita la conferma di partecipazione della stampa all’indirizzo e-mail: daniela.didomenico@prisonfellowshipitalia.it. Ufficio stampa: Daniela Di Domenico, cell. 339 4590180.
da Editore Prison | Lug 26, 2023 | Blog
Spesso abbiamo sentito utilizzare l’espressione “giustizia riparativa” senza soffermarci adeguatamente sul suo significato. Il progetto Sicomoro, proposto dall’Associazione Prison Fellowship Italia, si avvale di questo approccio e consiste nel considerare il reato principalmente in termini di danno alle persone e non solamente in quanto reato punibile dalla legge, andando a toccare la morale dei detenuti in rapporto all’illecito commesso.
Il giorno sabato 6 maggio, nella Casa Circondariale Lorusso e Cotugno, si è aperta una nuova sessione di incontri nel reparto dei detenuti definiti “sex offender”, ovvero tutti coloro processati per aver commesso crimini a sfondo sessuale, che nel penitenziario rappresentano la maggioranza.
I volontari del progetto Sicomoro sono stati accompagnati in una stanza adibita a classe scolastica; dopo aver sistemato le sedie in modo da poter formare un semicerchio, si sono sentiti pronti ad accogliere i 12 detenuti (dei 40 iscritti) che avrebbero fatto parte di quel lungo percorso con loro.
Nel progetto Sicomoro nulla è lasciato al caso: la collocazione dei posti a sedere crea un senso di comunità; la disposizione alternata tra vittime e detenuti è pensata in modo da dare l’impressione di essere il più inclusivi possibile; la preparazione dei documenti che i facilitatori distribuiscono a ogni sessione per aiutare i più timidi a orientarsi su un determinato argomento piuttosto che un altro. La locuzione che rappresenta in modo più opportuno la parola d’ordine per la migliore riuscita di questo progetto è però in assoluto “non giudicare”. Non è facile trovarsi davanti a un detenuto senza avere quell’enorme carico di pregiudizi alle spalle che premono per uscire e che rischiano di essere nocivi per l’intero gruppo. Dal momento in cui si passano i controlli e si lasciano i propri oggetti personali nell’armadietto, bisogna liberarsi anche di tutti quei pensieri, quei rancori e quei preconcetti che dipingono il detenuto come quello “scarto di società” che andrebbe messo in gabbia facendo sparire per sempre la chiave. A volte sono più umani di quanto ci si possa aspettare.
Si dice che questo progetto lavori a 360 gradi perché a mettersi a nudo non sono solamente i ragazzi all’interno del penitenziario, ma anche i volontari. È evidente l’evoluzione del rapporto che avviene in soli sette incontri, in cui pian piano il muro che li divide viene scalfito fino a crollare. Ogni storia raccontata, ogni cuore aperto e ogni lacrima versata aiutano a indebolire quelle maschere che ognuno di noi tiene ben strette sul volto e che difficilmente lascia cadere a terra per mostrare le cicatrici che si hanno.
Credo che ciò che colpisce maggiormente di questo progetto sia come i partecipanti si commuovano l’uno per l’altro, a volte dimenticandosi di sé stessi per concentrarsi sull’altra persona. Grazie a una visione esterna, i detenuti riescono a cogliere alcuni aspetti della propria situazione che precedentemente non avevano minimamente preso in considerazione. Inoltre, stupisce come venga plasmata la propria percezione nei confronti dell’altro sesso e del reato commesso, fino ad arrivare alla consapevolezza di quel gesto e delle sue conseguenze.
Il lavoro dei facilitatori non è sempre semplice perché le persone che partecipano al corso arrivano da realtà molto diverse, a volte addirittura opposte, e lo scontro è dietro l’angolo. Spesso è capitato che ci si confrontasse su argomenti affini al contenuto del corso, per poi finire su strade lontane e tortuose. Si rischia così di perdersi in malcontenti e nervosismi da entrambi i lati. È in queste occasioni che i più anziani del progetto sanno riconoscere la sottile linea che divide una conversazione complessa ma fruttuosa da una pericolosa che va soppressa sul nascere. Ogni spunto è ben accetto, ma la sicurezza prima di tutto.
Il momento che ha rappresentato maggiormente lo scopo del corso si è verificato durante il penultimo incontro; ognuno ha letto a voce alta la lettera preparata durante la settimana, indirizzata alle persone che hanno influenzato maggiormente la propria vita; per alcuni la propria vittima, per altri la propria famiglia o il proprio carnefice. Alla lettura di questi fogli sono susseguiti episodi di commozione e di consapevolezza, perché sì, è stato durante la stesura di queste lettere che molte persone hanno concretizzato alcuni pensieri importanti. Esse sono state in grado di immedesimarsi negli altri andando ad abbattere quel tanto detestato muro che separa vittima da carnefice; due figure che, in alcuni casi, sono unite in una sola persona, consapevole e pronta a maturare.
Mi è rimasto particolarmente impresso un passo di uno dei ragazzi che, parafrasando, diceva che era stato ferito molto durante la sua infanzia; aveva poi provato a ossigenare questa ferita nel modo sbagliato compiendo una serie di errori che lo hanno condotto nel carcere. Il termine “ossigenare” rappresenta alla perfezione quel tentativo maldestro di curare una ferita utilizzando lo strumento sbagliato. È vero che il primo passo è quello di disinfettare una lesione, ma senza avere le garze e una pomata difficilmente questo taglio riuscirà a guarire. Questa è purtroppo la motivazione di molte persone che si trovano in detenzione in Italia e che sembra abbiano difficoltà ad avere quegli aiuti psicologici di cui avrebbero bisogno, anche all’interno della struttura stessa. Il progetto Sicomoro per loro non solo è stato una valvola di sfogo, ma motivo di crescita personale e collettiva. Lo stesso è stato per i volontari, per i quali il progetto Sicomoro ha determinato la necessità di riscatto e riappropriazione della propria vita.
di Ilaria Lavia
da Editore Prison | Giu 20, 2023 | Blog
Progetto Sicomoro presso la Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino
Intervista ad Arcangelo Lucà, socio di PF Italia di Daniela Di Domenico
- – Un altro Progetto Sicomoro (PS) si è recentemente concluso e un altro è appena iniziato nella Casa circondariale Lorusso Cutugno di Torino. Da anni l’Associazione Prison Fellowship Italia onlus (PFIt) porta avanti, tra tante iniziative, questo progetto. Perché è importante questa esperienza per detenuti e vittime di reato?
R.– A un colloquio con una direttrice che vedevamo per la prima volta e cercavamo di spiegare il PS, ci siamo sentiti dire: “Io conosco molto bene il PS, esso migliora tutti i rapporti dell’ambiente carcerario, tutti; tra e con detenuti, educatori, agenti e tutto il personale”. Questo succede: i ragazzi detenuti trovano persone sincere che non giudicano ma che si affezionano a loro, dedicandogli tanto. Vedere le lacrime e la sofferenza di ogni vittima ti porta a prendere coscienza del male che hanno fatto.
Le vittime hanno la possibilità di parlare, di “tirare via il tappo” e svuotare tutto, ma anche di conoscere umanamente una persona che viene a chiedere loro perdono per un reato commesso e che loro non conoscono nemmeno. Questo è disarmante. Anche perché i detenuti quasi sempre sono a loro volta delle vittime: da dipendenze quali droga e alcol.
Personalmente, verso le vittime nutro una particolare attenzione; spesso sono persone dimenticate da tutti, dai familiari e dalle Istituzioni e… ahimè ferme al giorno del reato.
Recentemente ci è stato detto da E.: “Non finirò mai di ringraziarvi per avermi invitato a partecipare, è un ‘mondo meraviglioso’ che non conoscevo”. Oppure M., ultrasettantenne, ha cambiato modo di vestire, è tornata a truccarsi e a guidare in posti in cui non aveva il coraggio di andare da 20 anni.
- – In che modo vengono selezionati e scelti i partecipanti al Progetto, sia vittime che colpevoli?
R.– Nel 2019 abbiamo fatto il primo PS nell’Istituto torinese. Prima di tutto abbiamo presentato il Progetto al direttore; di comune accordo abbiamo individuato un padiglione e, dopo una presentazione a tutto il reparto (chiara e completa, dando spazio anche alle loro domande), abbiamo messo in evidenza che la partecipazione è su base volontaria, che non ci saranno sconti di pena e abbiamo specificato tutte le regole da rispettare (sincerità, rispetto reciproco, riservatezza, puntualità ecc.). Poi, chiediamo agli educatori del reparto di fornirci, tra tutti gli iscritti, una lista di 8/10 nominativi. Ritengo che 8 sia il numero ideale per lavorare bene ma è meglio averne qualcuno in più perché durante le sette settimane qualcuno, per vari motivi, si perde e abbandona il Progetto.
Per quanto riguarda le vittime, è il lavoro più lungo e complesso da fare. In genere i grandi annunci presso associazioni non portano a nessun risultato. A Torino le vittime le abbiamo sempre individuate attraverso il passaparola. Gioisco ogni volta che ricevo un “sì” alla partecipazione di una vittima, perché quando essa decide di partecipare senza timore, è perché è pronta a raccontare cosa porta nel cuore. Ed è proprio da qui che ha inizio la sua guarigione.
- – Durante gli incontri tra vittime e colpevoli, lei ricopre il delicatissimo ruolo di moderatore/facilitatore. Per chi volesse entrare a far parte dell’équipe, quali sono le caratteristiche che deve avere un moderatore/facilitatore e quali sono le modalità per poter aderire a un corso di formazione?
R.– Per il ruolo di facilitatore abbiamo un fratello speciale che viene da Vicenza e, nonostante tutte le volte faccia tante ore di strada, è sempre fresco e sorridente. Abbiamo poi un’altra sorella di provata esperienza che è al 12° PS; è rinata da una storia tragica di tanta povertà e conosce, meglio di molti altri, le dinamiche del PS. Il bravo facilitatore, in realtà, quando facilita sta zitto, nel senso che il PS lo conducono le vittime e i detenuti. Lui deve solo intervenire all’occorrenza. Tutto nasce dal confronto tra le parti, confronto che, a volte, può essere anche acceso. L’esperienza si acquista direttamente sul campo. In alcuni casi, dopo aver partecipato a 3 o 4 PS, si può provare a condurre un progetto, anche con il sostegno dei manuali, scritti veramente bene. A tal fine, portiamo sempre qualche volontario in più come uditore, per fare esperienza. Dopo il primo PS o si appassiona – e allora va avanti – oppure abbandona perché non si ritiene adatto per questo delicatissimo ruolo.
Nel 2017 in Piemonte, con tutte le realtà presenti nelle carceri della Regione, abbiamo proposto un corso di formazione di 4 giorni a cui hanno aderito circa 40 partecipanti.
- – Cosa comporta la pianificazione di un Progetto Sicomoro?
R.– Il PS, oltre ai 7 incontri in carcere, richiede tanto lavoro nella preparazione. Presentazione, permessi da richiedere, detenuti da individuare, educatori e agenti da informare, stabilire luogo e concordare la data degli incontri per incastrare tutto con le altre attività ed esigenze. Ancora, individuare le vittime e incontrarle (anche più di una volta) per fugare ogni dubbio (altrimenti qualcuno si potrebbe ritirare); preparare la documentazione per il corso, ma anche dolcetti e bibite da condividere. Poi ci sono i gruppi di intercessione e la diffusione del Progetto con vario materiale dimostrativo, anche allo scopo di poter contattare potenziali vittime per il futuro. Verificare permessi e documenti. Infine, va organizzato l’“ottavo incontro”, la “festa conclusiva” e la conferenza stampa con le istituzioni e i familiari dei partecipanti al PS. Per quest’ultimo step davvero mi inchino alla disponibilità e collaborazione di tantissimi fratelli e sorelle con esperienza e professionalità nel settore. Prezioso il confronto e ogni consiglio.
- – Da ormai molti anni, presente in America ma anche in molti altri Paesi del mondo fino in Italia, il Progetto Sicomoro raggiunge ovunque notevoli risultati nell’ambito della giustizia riparativa. Come il Progetto Sicomoro contribuisce al recupero e alla consapevolezza del danno recato da parte di un detenuto? Che cosa cambia nel cuore di chi si è macchiato di un grave reato?
R.– Posso dire che tanti, davvero, ce l’hanno fatta! Penso alle parole di M.: “…Il ‘miracolo’ è avvenuto e mi ha dato ciò che non avevo capito di aver perso nella ragione, nella razionalità, nell’equilibrio”. Ho conosciuto persone che, a ogni incontro, mi donavano, nonostante il loro passato, un saluto vero, un abbraccio forte, un sorriso rincuorante. Hanno saputo riconsegnarmi quelle “medicine giuste” di cui il mio vivere quotidiano aveva bisogno. Oppure penso a G., ergastolano, laurea triennale conseguita all’interno dell’istituto (e adesso sta finendo la magistrale), che lavora tutto il giorno alle videochiamate e non manca mai di incoraggiare i compagni reclusi. Ancora R., conosciuto come l’amico delle caramelle: ha sempre caramelle in tasca per avvicinare chiunque e dargli una pacca sulle spalle. Potrei continuare con almeno altre 20 storie! Con loro mi sono ricreduto, adesso so che il bene esiste. Ecco, qualcosa cambia e accade ogni volta.
- – Le vittime che aderiscono al Progetto spesso hanno subito abusi o reati gravi. Anche per chi è fortemente credente, non è facile arrivare a perdonare il proprio “aguzzino”. Eppure, alla fine di questo intenso “percorso”, la maggior parte delle vittime arrivano ad abbracciare (sia fisicamente che emotivamente) chi ha commesso lo stesso reato da loro subito. Qual è la strada “impercettibile” che riesce ad aprire un varco nel cuore della vittima…?
R.– Ogni PS è diverso dall’altro; a volte inizia con uno scontro tra le vittime e i detenuti; a volte c’è chi “ci gira intorno” e non vuole condividere quello che ha commesso o subito. Non so come ma ogni volta accade che, negli ultimi 2 o 3 incontri nascono, tra vittime e colpevoli, delle amicizie vere, degli abbracci sinceri. Il gruppo tende a uniformarsi così tanto che, visto dall’esterno, non sarebbe facile distinguere chi è il detenuto, chi la vittima e chi il volontario. Gli occhi bassi e cuori arresi fanno posto a sorrisi, gioia e coraggio. Per noi volontari diventa l’ennesima conferma che un miracolo è accaduto di nuovo!
- – Molti ritengono sbagliato o non giusto entrare in un istituto penitenziario o fare volontariato all’interno del mondo carcerario. Lei perché ha scelto di “visitare” ed essere vicino, in diversi modi, agli ultimi per eccellenza, i detenuti?
R.– “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione” (Voltaire). Quello che ho avuto ben presente la prima volta che sono entrato in un carcere è che questo luogo è un pezzo della società e che le distanze devono essere accorciate sempre di più tra chi sta dentro e chi sta fuori, a prescindere dal discorso religioso e dall’opera di misericordia che ne deriva. Quello che mi ritorna periodicamente in mente è: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere” (Eb 13, 3). Sicuramente non è facile, però ti puoi fare compagno di viaggio e in fondo è quello che loro cercano, di non essere lasciati soli. Per questo a fine progetto facciamo degli incontri mensili di mantenimento; vanno alcuni volontari con alcune vittime che non vogliono smettere di visitare i detenuti. Tante vittime “liberate” entrano a far parte della nostra squadra. Poi abbiamo la possibilità di comunicare via mail e con tanti continuiamo a corrispondere.
- – Partecipare al Progetto Sicomoro sicuramente comporta uno stravolgimento dei sentimenti e dei pensieri, una rivoluzione inaspettata nel cuore, sia per le vittime che per i responsabili di reato. Per lei cosa è cambiato? Sente di essere una persona diversa?
R.– Dalle tante storie che ho potuto conoscere, sia di vittime che di persone detenute, la prima cosa che ho imparato è che il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e non va sprecato. Questo mi ha permesso di leggere tutta la mia vita e capire sbagli e mancanze; anche a chiedere scusa per questo. Le nostre azioni vanno ponderate bene, perché da un errore piccolo possono nascere conseguenze enormi. L’immagine è quella del sasso gettato in uno stagno: fa cerchi sempre più ampi fino a toccare la riva. Se sono una persona diversa non lo so… Certo, i detenuti mi hanno reso migliore ed è stato un vero piacere. Ogni sabato, alle 12, quando l’agente del piano viene a bussare perché il tempo è scaduto, a malincuore lasciamo i nostri “amici”. Durante le sette settimane del progetto, si aspetta sempre con ansia che arrivi il sabato per andare a trovare i detenuti e, quando il P.S. termina, ci si rende conto che un pezzo del nostro cuore è ancora lì ma il sabato successivo non potremmo rivederli. Sono le “regole” del Progetto ma poi si acquisisce la consapevolezza che da quel momento loro possono farcela da soli e che tu hai preso parte a questo miracolo. Avanti, siamo ancora pochi e ci sono ancora tanti cuori da liberare!
da Editore Prison | Giu 6, 2023 | Blog
Oggi Gianni ha un impegno e quindi deve uscire per un’ora.
Poco dopo il suo rientro facciamo la solita pausa di dieci minuti durante la quale le vittime offrono a tutti i cioccolatini. Gianni viene subito da me: “Pierpaolo, mi puoi far vedere la lettera, indirizzata alla sua vittima, che Fabio ha appena letto”. “Certo”.
Mentre la cerco fra le altre lui continua: “Questa settimana ne abbiamo parlato a lungo assieme, per riuscire a trovare il modo migliore per esternare i suoi sentimenti. Poi lui l’ha scritta e ha piacere che io la legga”. Ma allora è vero, sta succedendo veramente, non è un sogno. Mentre gliela porgo la mia mente ritorna a mezz’ora prima. Proprio quando Fabio ha terminato di leggere la sua lettera, era il terzo o il quarto, comincia un’animata discussione alla quale partecipano tutti. “Se l’avessi saputo prima ti avrei aiutato, ma vedrai che adesso insieme qualcosa troveremo”. “E’ capitato anche a me, in settimana ne parliamo”. “Ma allora era per questo che stavi sempre isolato. Insieme possiamo risolvere il problema”. “Hai visto che buttando fuori tutto ti sei liberato del grosso peso che ti stava distruggendo, continuiamo”. I toni e gli argomenti erano questi. Stavano scoprendo che, abbattendo tutti i muri che in tanti anni avevano costruito attorno ai loro cuori, potevano tornare a vivere. La mia mente torna ancora più indietro, alla presentazione. La direzione e le educatrici del carcere di Torino ci avevano chiesto di attuare il progetto sicomoro nel reparto “sex offender”, termine usato per indicare le persone che hanno usato violenza verso le persone più deboli, donne e bambini. Sono anche chiamati “i protetti”, perché praticamente sono in un carcere dentro al carcere, isolati da tutti per evitare ritorsioni fisiche, isolati da tutti perché disprezzati da tutti, isolati da tutti perché considerati indegni del convivere sociale. Non era mai stato effettuato in Italia e raramente nel mondo Prison. Decidiamo di provare nella speranza di comprendere ed aiutare queste persone, grazie anche alla volontà delle vittime, che dovevano ripercorrere i momenti più bui della propria vita.
La presentazione, come poi il progetto, si svolge nel reparto. Ci arriviamo percorrendo lunghissimi corridoi. L’aspetto era sempre più trasandato e tale appariva anche il reparto e la stanza dell’incontro.
Entrano tutti a testa bassa e con lo sguardo sfuggente. Durante la spiegazione li osservo tutti attentamente e la sensazione era quella di trovarmi davanti alte mura di omertà personale. Decisi subito che quelle mura erano il principale ostacolo. Alla fine più di quaranta danno l’adesione e le educatrici ne scelgono dodici.
Alla fine del primo incontro comincio ad avere seri dubbi sulla validità della giustizia: di veramente colpevoli praticamente nessuno. Sì, ognuno qualcosa aveva fatto, ma sempre appena al di sopra della normale convivenza tra coniugi, tra genitori e figli, tra amanti, naturalmente a loro giudizio. Anche le vittime non si sono esposte, probabilmente per adeguarsi al clima generale. Per fortuna, già dal secondo incontro, le storie e le vite cominciano a prendere una forma concreta, pur nella crudezza e nell’asprezza dei fatti. Anche le vittime riescono a ricostruire le traversie e le violenze subite scavando nel buco profondo nel quale le avevano cacciate per non continuare a soffrire. A poco a poco i ristretti cominciano a rendersi conto del reale impatto causato dalle loro azioni e le vittime scoprono le persone che indirettamente hanno causato loro tanto dolore. Il confronto decollava tra fatti tremendi, pianti infiniti, commozione generale, cuori travolti, abbracci consolatori. Il progetto sembrava procedere bene, ma c’era ancora quello scoglio: ognuno pensava e parlava per se stesso! Ma ecco le lettere che vengono lette negli ultimi due incontri. Sinceramente non credevo ai miei orecchi. Era cambiata completamente la prospettiva: tutti i fatti venivano visti, narrati e commentati con gli occhi di chi subiva e i cuori cambiavano visivamente.
La discussione iniziata dopo la lettera di Fabio era il coronamento di tutto il progetto.
Per molti minuti non ho mosso muscolo. Avevo paura che una parola o un gesto potesse inavvertitamente interrompere l’atmosfera creatasi. Ma c’erano le colombe pasquali portate da Aurora e Caterina, le bibite, i cioccolatini e quindi con la bocca piena di dolci e il cuore pieno di gioia la festa poteva continuare. Alla fine, come sempre in cerchio mano nella mano, preghiamo con la sura coranica di Emanuele e l’ave Maria.
Pierpaolo
da Editore Prison | Mag 5, 2023 | Blog
Savigliano, sabato 29 aprile 2023
25 fratelli e sorelle provenienti dal Piemonte e dalla Liguria, quasi tutti appartenenti al Rinnovamento nello Spirito Santo, si sono riuniti per ricevere la formazione a divenire facilitatori de “Il Viaggio del Prigioniero” presso le Suore della Sacra Famiglia di Savigliano.
L’orario 10-17 ha permesso di trasmettere il progetto seguendo tutte le slide, lasciando abbandonate spazio per le domande di chiarimento da parte dei partecipanti, e vivendo nel pomeriggio la simulazione del 2°incontro del “Viaggio del Prigioniero”.
Tanta partecipazione attiva, tanto interesse, tanta fame di approfondire il manuale!
Le formatrici Antonella Borgarello e Francesca Velardo hanno guidato i futuri facilitatori per realizzare il mandato di Matteo 25,36 che Gesù ha dato ai suoi discepoli: restituire la grazia ricevuta potendo guardate gli occhi dei “fratelli carcerati” e dire “Figlio di Dio vieni fuori!” per vedere Gesù anche nei loro occhi.
Veronica Pellegrin
da Editore Prison | Apr 17, 2023 | Blog
Sabato 15 aprile 2023 nei locali della Parrocchia San Benedetto di Frosinone, si è tenuto il corso di formazione per facilitatori del progetto “Il viaggio del prigioniero” curato da Prison Fellowship Italia.
Nonostante il tempo per nulla primaverile e la fitta pioggia, che ci ha accompagnati all’arrivo e alla partenza, non ci siamo lasciati distogliere dal nostro intento e dal desiderio di partecipare al corso.
Eravamo, infatti, più di venti fratelli e sorelle del Rinnovamento nello Spirito Santo, e non solo,
provenienti dalle diverse Diocesi del Lazio.
In premessa, dobbiamo dire che questa tappa del “viaggio” nel Lazio ha ricevuto una particolare benedizione da parte di mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, il quale, lo scorso 28 marzo, ha fatto visita al carcere di Paliano, in provincia di Frosinone,
donando 8000 Bibbie che saranno regalate ai detenuti di cento Istituti penitenziari italiani impegnati in percorsi spirituali e formativi, tra i quali proprio “Il viaggio del prigioniero”.
Il corso per i facilitatori è stato sapientemente guidato da Francesco Di Turo, alla presenza di Paola Montello, vice presidente di Prison Fellowship Italia e si è svolto nell’intera mattinata di sabato.
L’incontro è iniziato con la lode e l’invocazione dello Spirito Santo ed è proseguito con l’illustrazione del progetto “Il viaggio del prigioniero” a partire dagli strumenti fondamentali: il manuale per i facilitatori e una guida allo studio del Vangelo di Marco che sarà consegnata a
ciascun detenuto partecipante. Il corso è composto da otto sessioni di due ore ciascuna, al termine delle quali è prevista una cerimonia di consegna dei diplomi ai partecipanti e potrà proseguire successivamente con un percorso di discepolato.
Sin da subito nella sala della Parrocchia San Benedetto che ci ospitava si è creato un clima di grande serenità e partecipazione attiva. Dalle parole di Francesco abbiamo compreso come sia fondamentale una buona formazione dei facilitatori (o guide) e il rispetto della metodologia prevista dal manuale, delle tematiche e degli standard del programma. Non si può improvvisare o personalizzare. Il progetto partito da qualche anno in alcuni penitenziari di vari Paesi del mondo, si sta diffondendo anche in Italia grazie a Prison Fellowship ed è già stato sperimentato in diverse carceri della penisola,
ottenendo risultati davvero incoraggianti.
Perché il viaggio del prigioniero in un carcere? Sembrerebbe un ossimoro, come si può viaggiare in un luogo chiuso? Di certo attraverso un viaggio interiore che prende le mosse dal primo verso del 1° Capitolo del Vangelo di Marco: “Qui comincia la storia meravigliosa di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.
L’obiettivo principale del progetto, infatti, è quello di portare in carcere la “buona novella”, seguendo il viaggio di Gesù sulle orme del Vangelo di Marco per donare speranza a chi sembra averne persa e crede che la propria vita sia solo una lunga serie di fallimenti.
Il viaggio del prigioniero è, dunque, un percorso di evangelizzazione che aiuta i detenuti a guarire
le ferite dell’anima, ma è anche il cammino richiesto ad ogni cristiano per scoprire chi è Gesù,
perché è venuto, cosa vuole dire seguirlo.
Al termine della presentazione del corso, è emersa con forza l’importanza del ruolo della guida nell’annunciare il Vangelo con integrità, fedeltà ed umiltà e con la consapevolezza di saper distinguere sempre il proprio ruolo da quello di Dio.
E se intraprendere questo viaggio spaventa un po’ anche noi che abbiamo partecipato al corso, confidiamo in Dio…Lui farà la sua parte e noi la nostra.
Sandra Canicchio