Il Sicomoro per abbattere le distanze

Spesso abbiamo sentito utilizzare l’espressione “giustizia riparativa” senza soffermarci adeguatamente sul suo significato. Il progetto Sicomoro, proposto dall’Associazione Prison Fellowship Italia, si avvale di questo approccio e consiste nel considerare il reato principalmente in termini di danno alle persone e non solamente in quanto reato punibile dalla legge, andando a toccare la morale dei detenuti in rapporto all’illecito commesso.

Il giorno sabato 6 maggio, nella Casa Circondariale Lorusso e Cotugno, si è aperta una nuova sessione di incontri nel reparto dei detenuti definiti “sex offender”, ovvero tutti coloro processati per aver commesso crimini a sfondo sessuale, che nel penitenziario rappresentano la maggioranza.

I volontari del progetto Sicomoro sono stati accompagnati in una stanza adibita a classe scolastica; dopo aver sistemato le sedie in modo da poter formare un semicerchio, si sono sentiti pronti ad accogliere i 12 detenuti (dei 40 iscritti) che avrebbero fatto parte di quel lungo percorso con loro.

Nel progetto Sicomoro nulla è lasciato al caso: la collocazione dei posti a sedere crea un senso di comunità; la disposizione alternata tra vittime e detenuti è pensata in modo da dare l’impressione di essere il più inclusivi possibile; la preparazione dei documenti che i facilitatori distribuiscono a ogni sessione per aiutare i più timidi a orientarsi su un determinato argomento piuttosto che un altro. La locuzione che rappresenta in modo più opportuno la parola d’ordine per la migliore riuscita di questo progetto è però in assoluto “non giudicare”. Non è facile trovarsi davanti a un detenuto senza avere quell’enorme carico di pregiudizi alle spalle che premono per uscire e che rischiano di essere nocivi per l’intero gruppo. Dal momento in cui si passano i controlli e si lasciano i propri oggetti personali nell’armadietto, bisogna liberarsi anche di tutti quei pensieri, quei rancori e quei preconcetti che dipingono il detenuto come quello “scarto di società” che andrebbe messo in gabbia facendo sparire per sempre la chiave. A volte sono più umani di quanto ci si possa aspettare.

Si dice che questo progetto lavori a 360 gradi perché a mettersi a nudo non sono solamente i ragazzi all’interno del penitenziario, ma anche i volontari. È evidente l’evoluzione del rapporto che avviene in soli sette incontri, in cui pian piano il muro che li divide viene scalfito fino a crollare. Ogni storia raccontata, ogni cuore aperto e ogni lacrima versata aiutano a indebolire quelle maschere che ognuno di noi tiene ben strette sul volto e che difficilmente lascia cadere a terra per mostrare le cicatrici che si hanno.

Credo che ciò che colpisce maggiormente di questo progetto sia come i partecipanti si commuovano l’uno per l’altro, a volte dimenticandosi di sé stessi per concentrarsi sull’altra persona. Grazie a una visione esterna, i detenuti riescono a cogliere alcuni aspetti della propria situazione che precedentemente non avevano minimamente preso in considerazione. Inoltre, stupisce come venga plasmata la propria percezione nei confronti dell’altro sesso e del reato commesso, fino ad arrivare alla consapevolezza di quel gesto e delle sue conseguenze.

Il lavoro dei facilitatori non è sempre semplice perché le persone che partecipano al corso arrivano da realtà molto diverse, a volte addirittura opposte, e lo scontro è dietro l’angolo. Spesso è capitato che ci si confrontasse su argomenti affini al contenuto del corso, per poi finire su strade lontane e tortuose. Si rischia così di perdersi in malcontenti e nervosismi da entrambi i lati. È in queste occasioni che i più anziani del progetto sanno riconoscere la sottile linea che divide una conversazione complessa ma fruttuosa da una pericolosa che va soppressa sul nascere. Ogni spunto è ben accetto, ma la sicurezza prima di tutto.

Il momento che ha rappresentato maggiormente lo scopo del corso si è verificato durante il penultimo incontro; ognuno ha letto a voce alta la lettera preparata durante la settimana, indirizzata alle persone che hanno influenzato maggiormente la propria vita; per alcuni la propria vittima, per altri la propria famiglia o il proprio carnefice. Alla lettura di questi fogli sono susseguiti episodi di commozione e di consapevolezza, perché sì, è stato durante la stesura di queste lettere che molte persone hanno concretizzato alcuni pensieri importanti. Esse sono state in grado di immedesimarsi negli altri andando ad abbattere quel tanto detestato muro che separa vittima da carnefice; due figure che, in alcuni casi, sono unite in una sola persona, consapevole e pronta a maturare.

Mi è rimasto particolarmente impresso un passo di uno dei ragazzi che, parafrasando, diceva che era stato ferito molto durante la sua infanzia; aveva poi provato a ossigenare questa ferita nel modo sbagliato compiendo una serie di errori che lo hanno condotto nel carcere. Il termine “ossigenare” rappresenta alla perfezione quel tentativo maldestro di curare una ferita utilizzando lo strumento sbagliato. È vero che il primo passo è quello di disinfettare una lesione, ma senza avere le garze e una pomata difficilmente questo taglio riuscirà a guarire. Questa è purtroppo la motivazione di molte persone che si trovano in detenzione in Italia e che sembra abbiano difficoltà ad avere quegli aiuti psicologici di cui avrebbero bisogno, anche all’interno della struttura stessa. Il progetto Sicomoro per loro non solo è stato una valvola di sfogo, ma motivo di crescita personale e collettiva. Lo stesso è stato per i volontari, per i quali il progetto Sicomoro ha determinato la necessità di riscatto e riappropriazione della propria vita.

di Ilaria Lavia

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