da Editore Prison | Ott 31, 2023 | Blog
«La sconfitta e la gioia sono due facce della stessa medaglia, la vita umana. Da questa vita fragile e contradditoria parte la nostra storia che vuole essere storia di speranza. Speranza autentica». A parlare è Caterina Miracola, dirigente de La Pecora Nera società cooperativa sociale e vicepresidente dell’Associazione Itaca.
In un tempo così difficile a livello economico e sociale che cosa vi ha spinto a lavorare con i detenuti?
Innanzitutto Dio perché amare il prossimo come te stesso è uno dei dieci Comandamenti che vogliamo fare nostro. I detenuti sono gli ultimi, ma dietro al reato c’è sempre una persona e un vissuto. Anche in questo tempo di crisi siamo sospinti dalla Provvidenza che arriva sempre ad aiutarci a dare lavoro. Quel lavoro che restituisce dignità. È provato – come confermano le statistiche – che la recidiva, cioè il ritorno in carcere – che è al 70 per cento tra chi non lavora – scende al 2 per cento per chi ha un lavoro, molto spesso imparato in carcere. È per questo che, ad esempio, nella casa circondariale di Ivrea, in provincia di Torino, la nostra cooperativa ha avviato – grazie alla collaborazione di Direzione, Area Educativa e Polizia Penitenziaria – un’esperienza di lavoro nelle due serre dell’Istituto.
Perché proprio La Pecora Nera?
Il nome ci è stato suggerito da un’esperienza. Durante i tanti colloqui effettuati nelle carceri abbiamo sentito spesso risuonare la frase “Sono la pecora nera della mia famiglia”. Ecco perché La Pecora Nera. Ma infondo anche noi non ci siamo sentiti, almeno una volta, la pecora nera?
Che cosa fate nella concretezza?
Al momento la nostra piccola cooperativa sociale si occupa di coltivazione di orticole e frutta. A Biella, proprio all’inizio della pandemia Covid, quale segno di speranza, abbiamo scelto di aprire Bottega La Pecora Nera. È un punto vendita dei nostri prodotti, anche trasformati. Vendiamo inoltre altri generi alimentari con tipicità del Piemonte e d’Italia, di qualità elevata.
Abbiamo voluto creare un luogo bello, elegante, pulito e accogliente proprio per sottolineare che la vita brutta e perduta può compiere una virata e aprirsi al bello e buono. Tutti gli arredi li abbiamo fatti realizzare da artigiani del luogo per un gesto di attenzione, in un periodo difficile, al mondo del lavoro. Uno sguardo rivolto ai tanti che lavorano con sacrificio. Nei progetti della cooperativa c’è anche l’idea di aprirsi ad altre attività lavorative, ma dobbiamo fare i conti anche con le risorse finanziarie. Ma non mettiamo limiti alla Provvidenza.
La Pecora Nera è l’ultima nata di un progetto più grande. Lo vuol raccontare?
Certo. Tutto è nato trent’anni fa – più precisamente nel 1990 – da “quattro amici che volevano cambiare il mondo” come cantava Gino Paoli. Nasceva così l’Associazione Itaca, una realtà di volontariato di ispirazione francescana che inizialmente ha operato nel sostegno alle missioni in Africa e India. Dopo qualche anno è arrivata la consapevolezza che la “terra di missione” può essere anche la nostra, qui, accanto a casa, nella nostra casa. È iniziata così l’accoglienza. Itaca, organizzazione di volontariato, è oggi anche una comunità che vive del proprio operato e di Provvidenza. Per scelta non chiediamo rette per l’accoglienza. La nostra porta è aperta per chi arriva dalla strada o dal carcere con misure alternative alla pena. Proprio dall’esperienza di questa accoglienza è nata la consapevolezza che occorreva dare anche un’ulteriore possibilità, quella del lavoro. Oggi i terreni agricoli adiacenti alla struttura sono utilizzati per progetti di inserimento lavorativo. Così è nata La Pecora Nera.
C’è davvero spazio per il recupero di una persona?
Ogni persona ha un percorso e un vissuto diverso, molto dipende dalla volontà e da quanto davvero c’è desiderio di cambiamento. Molto spesso spaventa lasciare la vita della strada e del carcere per vivere una vita nuova, diversa. Si va incontro a sensazioni ed emozioni che non si conoscono. A volte sono gesti semplici, della normalità, come stare seduti a tavola insieme, festeggiare un compleanno… a volte sono esperienze più complesse come riallacciare i contatti con i propri familiari… Tutte emozioni che la persona non conosce. Nel nostro impegno quotidiano cerchiamo, con gli occhi della fede in Gesù Cristo, di capire il comportamento della persona. I vissuti, sembra incredibile, ma alla fine sono sempre gli stessi. È mancanza di Amore.
Qual è la più grande difficoltà con cui vi trovate a dover fare i conti?
Possono essere tante, ma quella principale si verifica nel momento in cui ci troviamo davanti a persone che non vogliono cambiare la propria vita. Ti ritrovi così a doverli lasciare andare. È un grande dolore, ma nulla si può contro la volontà della persona.
Che cosa vuol dire oggi aprire le porte a una persona che arriva dalla strada o dal carcere?
Vuol dire tanto. Vuol dire ogni volta costruire giorno dopo giorno. Molto spesso le persone devono ricominciare a imparare a vivere, a vivere una vita segnata dalla normalità. Cerchiamo di accompagnarle in questo itinerario bello, ma faticoso. Un cammino fatto di crescita e di cadute, di salite e poche discese. L’unico obiettivo è vederle felici.
Avete mai pensato: questa persona è irrecuperabile?
Non possiamo pensare: questa persona è irrecuperabile. Tutto dipende dal vissuto e dalla volontà di rimettersi in gioco, di cambiare la propria vita lasciando alle spalle tanti errori e dolori.
Quali sono le radici e le ragioni del vostro progetto?
Quello che ci spinge è la fede in Gesù Cristo servito nelle persone più in difficoltà. Per noi, quanto stiamo vivendo ha senso solo perché crediamo in un Vangelo che si fa carne e pane spezzato con i senza voce. Oggi, anche i detenuti. È fede all’opera.
da Editore Prison | Ott 19, 2023 | Blog
Sabato 14 ottobre ore 08.30 tutti pronti davanti alla casa circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, conosciuta comunemente con il nome del quartiere periferico Vallette. Controllo documenti, stavolta facciamo in fretta è tutto in ordine; tappa al bar obbligatoria per un ottimo caffè, preparato da un ragazzo detenuto nigeriano che oramai conosce alcuni volontari e ci accoglie con un sorriso. Ore 09.00 siamo nel padiglione indicato, oggi inizia il Progetto Sicomoro.
Ad accoglierci una giovane educatrice che ci aiuta a modificare la lista dei ragazzi che si erano segnalati, cambiando 2 nominativi. Alle 09.30 dopo aver disposto le sedie in cerchio e tolto via il tavolo in mezzo alla stanza chiudiamo la porta e si inizia.
Non ci credo, c’è sempre di solito qualche intoppo, permessi, locali, ritardatari, no questa volta è ok. Già due settimane prima alla presentazione siamo rimasti stupiti, tra i ragazzi c’era Giuseppe, che ha già fatto il Progetto con noi nel 2019, il primo alle Vallette, si è laureato e adesso studia per la magistrale. Su nostro invito è stato lui a spiegare ogni cosa ai compagni, ogni cosa: giustizia riparativa, riservatezza, puntualità, nessun sconto di pena, base volontaria, costanza, ecc.. Tutto questo non può essere solo opera umana, Gesù vuole il progetto e se lo vuole Lui dobbiamo solo gioire.
Marco, è alla prima volta come facilitatore, introduce, spiega e coordina in modo preciso, senza tralasciare nulla. Si è già creato un clima di familiarità, rispetto e del giudizio nemmeno l’ombra.
Quando parla Sara, cade il gelo, racconta la sua vita, il grave fatto di sangue che l’ha colpita nove anni fa; racconta tutto dove e come è successo, il processo e le conseguenze per lei e per i suoi giovani figli.
Dopo di lei nessuno ha il coraggio di parlare, rompe il silenzio Vincenzo e dice che lui passa le giornate con tanti momenti di svago, gioca e ride. Dice ancora noi siamo fortunati rispetto a Sara. Tutti condividono, adesso i ragazzi non si lamentano più della loro condizione, ma fanno a gara per incoraggiare Sara.
Guardo l’orologio le 11.45, non è possibile il tempo è proprio volato dobbiamo andare. Marco dà i compiti per la settimana, leggere la storia di Zaccheo e scrivere le proprie riflessioni nei 5 cerchi posti sul retro della pagina.
Ancora un minuto per una preghiera finale, invitiamo tutti, per chi vuole, a recitare con noi un’Ave Maria. Sara e Vincenzo non se la sentono, chiedono scusa ma respingono l’invito hanno ancora tanto dolore dentro. Sara si raccoglie sulla sedia e Vincenzo chiede scusa e sta per andare via, però incontra il sorriso di Aurora che gli tende la mano. Si ferma un istante dà la mano ad Aurora e a sua volta la tende a Sara che, dopo una breve esitazione l’afferra. Il gruppo recita insieme, mano nella mano, la preghiera alla Vergine.
Arrivano i carrelli del vitto, devono proprio andare via. Nooooo … questa settimana sarà davvero lunga da passare e non solo per i nostri dieci ragazzi, già ci mancano.
Arcangelo
da Editore Prison | Ott 11, 2023 | Blog
Lo scorso 2 ottobre, alla Casa Circondariale Lorusso e Cotugno, ha avuto luogo l’incontro conclusivo dei due progetti Sicomoro svoltisi rispettivamente nei mesi di febbraio-marzo e maggio-giugno. Per la prima volta dall’inizio di questo lungo percorso, si sono ritrovati nella stessa stanza vittime, volontari, detenuti e familiari. La prima a prendere la parola è stata l’educatrice Eva Mele, che ha accolto e rasserenato le famiglie sulle condizioni dei propri cari e sull’aiuto che viene loro assicurato all’interno della struttura. Da quel momento in avanti, sono state le testimonianze dei ragazzi che hanno partecipato al progetto a riempire i cuori di gioia e gli occhi di lacrime. Ogni storia rivissuta con così tanto dolore è servita per far aprire gli occhi e rimpossessarsi della propria vita. Uno dei ragazzi, durante il proprio intervento, ha rivolto a tutti i presenti una domanda estremamente semplice, che quasi fa sorridere se rivolta a uomini ormai adulti: “Cosa vorrai diventare da grande?”. Di solito un quesito tale viene indirizzato ai più piccoli, ma non per questo motivo una persona che ormai grande lo è da tempo, non possa decidere di cercare in se stessa la risposta e diventare una persona diversa.
Durante questo viaggio abbiamo assistito al desiderio da parte di molti di rimettersi in gioco e ricominciare a studiare; tra questi, un ragazzo che ha ammesso più volte che fuori da quella struttura non avrebbe mai toccato libro. Abbiamo preso atto di come le persone siano cambiate, maturate e si siano intenerite ritrovandosi a piangere ascoltando le testimonianze degli altri. Ammettere ad alta voce quello che si è vissuto, a prescindere dalla posizione in cui ci si trovi, non è mai stato facile e alcuni hanno trovato il coraggio di farlo solo nell’ultimo incontro. Quanto manifestato da uno dei detenuti è vero: il dolore non è indirizzato solo alla persona che ha subito il torto, ma si propaga a macchia d’olio verso tutti coloro che, inevitabilmente, vengono coinvolti nel reato commesso come gli amici e i familiari sia delle vittime che di coloro che si trovano reclusi. Per questo motivo, quando a parlare sono stati i figli di alcuni detenuti, l’atmosfera si è fatta più pesante e il pianto liberatorio di molti ha alleggerito la situazione.
Anche questa volta, gli effetti del Sicomoro sono stati molto intensi. Nonostante a incontrarsi non siano le vittime con i propri carnefici, si riesce comunque a empatizzare il dolore degli altri e a portarlo sulle proprie spalle; allo stesso modo, pur non sentendo parlare i propri figli, molti hanno avvertito il loro dolore e sono riusciti a comprendere cosa hanno provato le persone che più amano. Il figlio di un solo uomo è diventato il figlio di tutti quando ha rivolto delle parole ricolme di amore nei confronti del padre, il suo punto di riferimento, che da un giorno all’altro è dovuto partire per questo “viaggio” lasciandolo da solo. Non c’è stato rancore nelle parole di questo ragazzo, né vergogna, ma solo affetto e speranza.
Durante il Sicomoro, diventare un gruppo coeso vuol dire esattamente questo: condividere la sofferenza altrui, ma anche i propri successi e il proprio amore, proprio come è accaduto durante l’incontro conclusivo quando, in modo orgoglioso, uno dei ragazzi del secondo gruppo ha voluto introdurre a tutti i presenti l’amore ritrovato, per lui estremamente importante e significativo.
Per ultimi sono intervenuti i familiari dei detenuti ed è qui che si è verificato un evento così straordinario da riuscire, da solo, a confermare l’importanza del Progetto Sicomoro. Gli effetti di questo “percorso” non si limitano a portare pace e serenità solo nel cuore di chi lo ha affrontato ma anche a tutte le persone che gli sono vicine. Durante una delle ultime testimonianze, la compagna di uno dei ragazzi detenuti è scoppiata in lacrime e, probabilmente spinta dal forte senso di accoglienza e condivisione, ha confessato di essere stata lei stessa una vittima e di non aver mai trovato il coraggio di confessarlo a nessuno se non al proprio compagno, dopo 35 anni dall’accaduto. Molte sono le persone che faticano ad ammettere o denunciare ciò che gli è capitato; continuano così a portarsi un enorme peso sul cuore per molti anni, se non per tutta la vita.
Il rapporto che si riesce a creare tra gli aderenti a questo progetto è estremamente forte e lo si percepisce anche da esterni: gli incontri tra detenuti e vittime diviene quel luogo sicuro di cui si ha bisogno per sentirsi liberi di aprirsi senza essere giudicati, senza avere paura di farlo. Il coraggio che ha avuto questa donna è un dono per tutti e soprattutto per lei che, per non rovinare la vita e la serenità delle persone che più amava, ha deciso di mentire a tutti e conservare quel dolore dentro per gran parte della sua vita. Adesso è pronta per accogliere anche lei il cambiamento; con molta probabilità, abbraccerà a breve questo percorso con l’associazione Prison Fellowship Italia portando la sua parola e la sua testimonianza ad altre persone che condividono il suo stesso dolore. L’amore e la forza che provengono da questo cammino sono come una cascata che inizialmente travolge tutto e tutti e poi trova la propria strada, raggiungendo tutti coloro che hanno bisogno di essere salvati e aiutati.
L’incontro si è concluso con una preghiera, tenendosi tutti per mano in un grande cerchio all’interno del teatro, e con tanti abbracci. Nonostante gli incontri siano terminati qui, per i partecipanti al progetto è appena cominciato il cammino verso una vita nuova. Dopo essere stati accolti e accompagnati per diversi mesi, ora è arrivato il loro momento per far tesoro di tutto quello che hanno vissuto e per cominciare a camminare con le proprie gambe.
Ilaria Lavia
da Editore Prison | Ott 5, 2023 | Blog
Si è svolto per il secondo anno consecutivo, presso la Sez. femminile di Rebibbia, il 29 settembre scorso, l’evento “A Rebibbia, Scendiamo in campo per la pace”. Come per le più “sofferte” partite di calcio, in tanti, per due ore, hanno esultato e tifato le quattro squadre dell’incontro quadrangolare ospitato all’interno delle mura del carcere romano.
A sfidarsi, in un’amichevole di calcetto, le detenute dell’Atletico Diritti, gli operatori penitenziari e i numerosi ospiti sopraggiunti per l’occasione. Sulle loro magliette i colori delle diverse associazioni e società sportive che, insieme a Prison Fellowship Italia Onlus, promotrice dell’evento, si sono messe in gioco per lanciare, ancora una volta, un appello alla pace e all’unità tra i popoli. SS Lazio, So.Spe., Miti dello Sport, AS Roma Calcio a 5 femminile, Word Save World, Nazionale delle Suore e Pallanuoto SIS Roma: questi, per un giorno, i nomi della solidarietà a Rebibbia. Per ognuna di queste realtà, tanti ex campioni e atleti olimpici dello sport: Tommaso Rocchi, ex calciatore della Lazio e della Nazionale; Amaurys Perez, ex pallanuotista, campione del mondo a Shangai 2011 e attualmente allenatore SIS Roma femminile, insieme a Domitilla Picozzi, capitano della stessa squadra; le calciatrici della AS Roma calcio a 5: Sara Nardi, Giulia Di Giacomo, Fabiana Fabrizi, Giorgia Tarenzi, Martina Lecca, Alessia D’Aguanno e il capitano Ketti Bellon; Lucia Torresani, campionessa di fioretto; Bruno Miguel Mascarenhas Antunes, ex campione mondiale e medaglia olimpica canottaggio Atene 2004 e vice Presidente dell’Associazione Miti dello Sport; Valerio Vermiglio, campione mondiale di pallavolo e presidente Miti dello Sport; Emanuele Blandamura, campione europeo di pugilato; Roberto Meloni, judoka italiano medagliato bronzo ai Mondiali; Antonino Di Natale, Fiamme gialle judo. A giocare in campo, inoltre, la squadra femminile di calcio dell’Associazione So.Spe. capitanata da suor Paola D’Auria (nota religiosa tifosa della Lazio) e suor Regina Muscat, della “Nazionale delle Suore” (da un’idea straordinaria di Moreno Buccianti, ex calciatore e già fondatore, nel 2005, della Seleçao dei sacerdoti) che, come lo scorso anno, ha arbitrato il torneo.
A dare il calcio d’inizio la direttrice di Rebibbia femminile, la dott.ssa Nadia Fontana che, dopo aver ringraziato tutti gli ospiti presenti, ha sottolineato come lo sport sia importantissimo nel trasmettere valori come l’amicizia e la lealtà, ma soprattutto il rispetto della persona e delle regole, principi fondamentali per un percorso riabilitativo e per una società sana.
Marcella Reni, presidente dell’Associazione Prison Fellowship Italia (PFIt), nel saluto che ha preceduto il calcio d’inizio, ha voluto svelare simpaticamente la squadra per cui avrebbe tifato: quella dell’”eccellenza”, quella che da qualche anno ci accoglie e cioè il team di calcio delle ragazze di Rebibbia. Per loro, come per tutte le altre detenute che non sono potute intervenire alla giornata di festa, l’augurio di “non ritrovarci” insieme il prossimo anno; la vita – ha proseguito la dott.ssa Reni -, come anche la reclusione, sono partite importanti da giocare. «Oggi, su questo campo, “giocatevela bene”!». Ha poi ricordato che «le 136 Associazioni Prison Fellowship presenti in tutto il mondo sono state informate di questo “torneo di calcetto” e, con grande gioia e approvazione per questo evento, si augurano che vinca il migliore!».
Suor Paola D’Auria, responsabile dell’Associazione So.Spe, ha detto: «Conosco bene la realtà carceraria perché frequento il carcere romano maschile di Regina Coeli da ben 42 anni!». Ma vedere giocare queste ragazze in campo, per la pace, ha detto, «è davvero emozionante perché, rispetto all’ambiente maschile, esprimono tutta la loro voglia di fare squadra, di dare il meglio divertendosi e comunicando la bellezza di stare insieme per un obiettivo comune».
Valerio Vermiglio, presidente dell’Associazione “Miti dello Sport” ed ex campione mondiale della Nazionale di pallavolo, oltre ad aver giocato in campo con gli altri atleti dell’Associazione, ha detto di essere sempre disponibile a prendere parte a iniziative a sostegno degli ultimi e che legano lo sport a ideali indispensabili come la pace o l’inclusione. Lo stesso Vermiglio ha inoltre espresso la disponibilità a offrire corsi di varie discipline sportive all’interno del carcere.
L’ex campione mondiale di pallanuoto Amaurys Perez – della società SIS Roma -, in una delle brevi pause per consentire l’alternanza delle squadre del quadrangolare, ha invitato tutte le ragazze in campo per ballare qualche passo di salsa e strappare loro un sorriso. Ha poi dichiarato di essere da sempre sensibile a tematiche sociali e di essere stato lui stesso, in passato, un educatore nel carcere minorile di Tenerife (Spagna).
Ognuno, in modo diverso, ha testimoniato come, oltre i diversi colori dei propri club, oltre i diversi sport praticati, insieme si può fare squadra e raccontare al mondo una bellissima storia di collaborazione e amicizia all’insegna della pace.
Sport, musica e solidarietà sono stati senza dubbio i veri vincitori di questa insolita giornata di festa. Ciò nonostante, si è voluto premiare – con dei trofei donati dalla SS Lazio – l’impegno e la sportività di chi è sceso in campo: prima classificata la squadra della Polizia Penitenziaria; al secondo posto la squadra “mista” degli operatori (tre ragazze della So.Spe. di suor Paola, e 2 educatori e un infermiere di Rebibbia). Terzo posto per le ragazze dell’Atletico Diritti di Rebibbia, capitanate dall’educatrice Alessia Giuliani, e quarto posto per gli atleti dell’Associazione “Miti dello Sport”. Una coppa, infine, per “il miglior scarpino” in campo che è andato alla giovane e bravissima calciatrice di Rebibbia, Valeria.
Un ringraziamento speciale va a Moreno Buccianti e a suor Regina Muscat, della “Nazionale delle Suore” che da professionista ha arbitrato, per il secondo anno, l’intero torneo; all’ex calciatore della Lazio Tommaso Rocchi che ha presenziato il torneo e premiato la migliore calciatrice; a Fabrizio Del Prete, presidente dell’Associazione Word Save World; e al cantante Massimo Mattia, presentatore dell’evento. Grazie agli operatori dell’Area educativa e della Polizia Penitenziaria senza i quali non sarebbe possibile realizzare tali eventi. Rinnoviamo infine la nostra gratitudine alla dott.ssa Cristina Mezzaroma, presidente operativo della SS Lazio, e allo sponsor Bar La Licata e a un anonimo per aver offerto il buffet a conclusione del torneo, rendendo possibile un momento di convivialità e sorrisi con tutti i presenti.
da Editore Prison | Set 27, 2023 | Blog
A pochi giorni dalla Giornata Internazionale della Pace (celebrata in tutto il mondo il 21 settembre), artisti del mondo dello spettacolo e sportivi scenderanno in campo per disputare una partita di calcio che da Rebibbia vuole coinvolgere simbolicamente tutte le Nazioni: quella per la pace nel mondo. “A Rebibbia, Scendiamo in campo per la pace” è infatti il titolo dell’iniziativa (nella sua seconda edizione) che vedrà giocare, nel campo sportivo della Sez. femminile della Casa Circondariale romana, venerdì 29 settembre 2023, le detenute della squadra di calcio di Rebibbia, gli operatori penitenziari e diversi ex campioni olimpici. Promotrice dell’evento, l’Associazione Prison Fellowship Italia onlus (da anni impegnata con diverse iniziative vicine ai detenuti e alle vittime di reato), di cui è presidente la dott.ssa Marcella Reni, presente alla manifestazione. Molte le associazioni e le società sportive che hanno accolto l’invito a partecipare.
Tra queste: SS Lazio, So.Spe. (Solidarietà e Speranza), Miti dello Sport, AS Roma Calcio a 5, Word Save World, Pallanuoto SIS Roma, che milita nel Campionato di Serie A1 di pallanuoto femminile. Numerosi gli sportivi delle diverse realtà che interverranno e scenderanno in campo: Tommaso Rocchi (ex calciatore della Nazionale e della Lazio); Amaurys Perez (ex pallanuotista, plurimedagliato, campione del mondo con il Settebello a Shangai 2011, allenatore SIS Roma) e Domitilla Picozzi, capitano della squadra femminile di pallanuoto della SIS; le calciatrici della AS Roma calcio a 5, Sara Nardi, Giulia Di Giacomo, Fabiana Fabrizi, Giorgia Tarenzi, Martina Lecca, Alessia D’Aguanno e il capitano Ketti Bellon; Lucia Torresani, campionessa di fioretto; Bruno Miguel Mascarenhas Antunes, ex campione mondiale e medaglia olimpica canottaggio Atene 2004 e vice Presidente Ass. Miti dello Sport; Valerio Vermiglio, campione europeo e mondiale di pallavolo e presidente Miti dello Sport; Emanuele Blandamura, pugile italiano campione europeo; Roberto Meloni, judoka italiano medagliato bronzo ai Mondiali. Presenti, inoltre, la squadra femminile di calcio dell’Associazione So.Spe. capitanata dalla simpatica suor Paola D’Auria (la nota religiosa tifosa della squadra bianco celeste) e suor Regina Muscat, della “Nazionale delle Suore”, che, come lo scorso anno, arbitrerà il torneo. All’iniziativa interverranno, inoltre, Antonino Di Natale, ex fiamme gialle e responsabile Eventi Miti dello Sport, e Oreste Fuga, dirigente della stessa Associazione. Tutti insieme, nel segno della pace, si “sfideranno” a “colpi di scarpini” per realizzare una giornata di festa all’insegna dello sport e della solidarietà, e manifestare il nostro impegno comune per la pace. La scelta del carcere come campo da gioco, uno dei luoghi che per eccellenza incarna e ci racconta storie di violenza e dolore, non è casuale. Proprio da qui, da questo spazio pregno di sofferenza ma allo stesso tempo punto di ripartenza, insieme a detenute, sportivi, educatori, artisti e religiose, vogliamo rinnovare il nostro impegno per la pace.
L’evento “A REBIBBIA – SCENDIAMO IN CAMPO PER LA PACE” avrà luogo nell’area sportiva dell’Istituto penitenziario. A scendere in campo, per il secondo anno consecutivo, saranno la solidarietà e la generosità di quanti parteciperanno. La giornata sarà strutturata in due momenti: alle 10.00 il torneo quadrangolare di calcetto tra detenuti, operatori penitenziari, sportivi e artisti. Verso le 12.00 avverrà la premiazione delle squadre vincitrici del torneo, seguita da uno momento di festa. L’evento sarà presentato dall’artista Massimo Mattia. Un ringraziamento speciale va a tutti coloro che hanno permesso e contribuito alla realizzazione di questo evento. In particolar modo rinnoviamo il nostro grazie al direttore della Sez. femminile di Rebibbia, la dott.ssa Nadia Fontana, al Comandante dott. Carlo Olmi, alla dott.ssa Alessia Giuliani e a tutta l’Area educativa e alla Polizia penitenziaria. Grazie alle Associazioni e alle Società sportive che, con generosità, hanno aderito all’iniziativa, in special modo alla dott.ssa Cristina Mezzaroma, presidente operativo della SS Lazio. Grazie allo sponsor Bar La Licata, e alle ragazze della squadra di calcio Atletico Diritti di Rebibbia che, anche attraverso lo sport, esprimono tutta la loro voglia di ricominciare e il loro bisogno di condivisione.
Roma, 25 settembre 2023
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