Cosa vorrai diventare da grande?

Lo scorso 2 ottobre, alla Casa Circondariale Lorusso e Cotugno, ha avuto luogo l’incontro conclusivo dei due progetti Sicomoro svoltisi rispettivamente nei mesi di febbraio-marzo e maggio-giugno. Per la prima volta dall’inizio di questo lungo percorso, si sono ritrovati nella stessa stanza vittime, volontari, detenuti e familiari. La prima a prendere la parola è stata l’educatrice Eva Mele, che ha accolto e rasserenato le famiglie sulle condizioni dei propri cari e sull’aiuto che viene loro assicurato all’interno della struttura. Da quel momento in avanti, sono state le testimonianze dei ragazzi che hanno partecipato al progetto a riempire i cuori di gioia e gli occhi di lacrime. Ogni storia rivissuta con così tanto dolore è servita per far aprire gli occhi e rimpossessarsi della propria vita. Uno dei ragazzi, durante il proprio intervento, ha rivolto a tutti i presenti una domanda estremamente semplice, che quasi fa sorridere se rivolta a uomini ormai adulti: “Cosa vorrai diventare da grande?”. Di solito un quesito tale viene indirizzato ai più piccoli, ma non per questo motivo una persona che ormai grande lo è da tempo, non possa decidere di cercare in se stessa la risposta e diventare una persona diversa.

Durante questo viaggio abbiamo assistito al desiderio da parte di molti di rimettersi in gioco e ricominciare a studiare; tra questi, un ragazzo che ha ammesso più volte che fuori da quella struttura non avrebbe mai toccato libro. Abbiamo preso atto di come le persone siano cambiate, maturate e si siano intenerite ritrovandosi a piangere ascoltando le testimonianze degli altri. Ammettere ad alta voce quello che si è vissuto, a prescindere dalla posizione in cui ci si trovi, non è mai stato facile e alcuni hanno trovato il coraggio di farlo solo nell’ultimo incontro. Quanto manifestato da uno dei detenuti è vero: il dolore non è indirizzato solo alla persona che ha subito il torto, ma si propaga a macchia d’olio verso tutti coloro che, inevitabilmente, vengono coinvolti nel reato commesso come gli amici e i familiari sia delle vittime che di coloro che si trovano reclusi. Per questo motivo, quando a parlare sono stati i figli di alcuni detenuti, l’atmosfera si è fatta più pesante e il pianto liberatorio di molti ha alleggerito la situazione.

Anche questa volta, gli effetti del Sicomoro sono stati molto intensi. Nonostante a incontrarsi non siano le vittime con i propri carnefici, si riesce comunque a empatizzare il dolore degli altri e a portarlo sulle proprie spalle; allo stesso modo, pur non sentendo parlare i propri figli, molti hanno avvertito il loro dolore e sono riusciti a comprendere cosa hanno provato le persone che più amano. Il figlio di un solo uomo è diventato il figlio di tutti quando ha rivolto delle parole ricolme di amore nei confronti del padre, il suo punto di riferimento, che da un giorno all’altro è dovuto partire per questo “viaggio” lasciandolo da solo. Non c’è stato rancore nelle parole di questo ragazzo, né vergogna, ma solo affetto e speranza.

Durante il Sicomoro, diventare un gruppo coeso vuol dire esattamente questo: condividere la sofferenza altrui, ma anche i propri successi e il proprio amore, proprio come è accaduto durante l’incontro conclusivo quando, in modo orgoglioso, uno dei ragazzi del secondo gruppo ha voluto introdurre a tutti i presenti l’amore ritrovato, per lui estremamente importante e significativo.

Per ultimi sono intervenuti i familiari dei detenuti ed è qui che si è verificato un evento così straordinario da riuscire, da solo, a confermare l’importanza del Progetto Sicomoro. Gli effetti di questo “percorso” non si limitano a portare pace e serenità solo nel cuore di chi lo ha affrontato ma anche a tutte le persone che gli sono vicine. Durante una delle ultime testimonianze, la compagna di uno dei ragazzi detenuti è scoppiata in lacrime e, probabilmente spinta dal forte senso di accoglienza e condivisione, ha confessato di essere stata lei stessa una vittima e di non aver mai trovato il coraggio di confessarlo a nessuno se non al proprio compagno, dopo 35 anni dall’accaduto. Molte sono le persone che faticano ad ammettere o denunciare ciò che gli è capitato; continuano così a portarsi un enorme peso sul cuore per molti anni, se non per tutta la vita.

Il rapporto che si riesce a creare tra gli aderenti a questo progetto è estremamente forte e lo si percepisce anche da esterni: gli incontri tra detenuti e vittime diviene quel luogo sicuro di cui si ha bisogno per sentirsi liberi di aprirsi senza essere giudicati, senza avere paura di farlo. Il coraggio che ha avuto questa donna è un dono per tutti e soprattutto per lei che, per non rovinare la vita e la serenità delle persone che più amava, ha deciso di mentire a tutti e conservare quel dolore dentro per gran parte della sua vita. Adesso è pronta per accogliere anche lei il cambiamento; con molta probabilità, abbraccerà a breve questo percorso con l’associazione Prison Fellowship Italia portando la sua parola e la sua testimonianza ad altre persone che condividono il suo stesso dolore. L’amore e la forza che provengono da questo cammino sono come una cascata che inizialmente travolge tutto e tutti e poi trova la propria strada, raggiungendo tutti coloro che hanno bisogno di essere salvati e aiutati.

L’incontro si è concluso con una preghiera, tenendosi tutti per mano in un grande cerchio all’interno del teatro, e con tanti abbracci. Nonostante gli incontri siano terminati qui, per i partecipanti al progetto è appena cominciato il cammino verso una vita nuova. Dopo essere stati accolti e accompagnati per diversi mesi, ora è arrivato il loro momento per far tesoro di tutto quello che hanno vissuto e per cominciare a camminare con le proprie gambe.

 

Ilaria Lavia

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