La Pecora Nera

«La sconfitta e la gioia sono due facce della stessa medaglia, la vita umana. Da questa vita fragile e contradditoria parte la nostra storia che vuole essere storia di speranza. Speranza autentica». A parlare è Caterina Miracola, dirigente de La Pecora Nera società cooperativa sociale e vicepresidente dell’Associazione Itaca.

In un tempo così difficile a livello economico e sociale che cosa vi ha spinto a lavorare con i detenuti?

Innanzitutto Dio perché amare il prossimo come te stesso è uno dei dieci Comandamenti che vogliamo fare nostro. I detenuti sono gli ultimi, ma dietro al reato c’è sempre una persona e un vissuto. Anche in questo tempo di crisi siamo sospinti dalla Provvidenza che arriva sempre ad aiutarci a dare lavoro. Quel lavoro che restituisce dignità. È provato – come confermano le statistiche – che la recidiva, cioè il ritorno in carcere – che è al 70 per cento tra chi non lavora – scende al 2 per cento per chi ha un lavoro, molto spesso imparato in carcere. È per questo che, ad esempio, nella casa circondariale di Ivrea, in provincia di Torino, la nostra cooperativa ha avviato – grazie alla collaborazione di Direzione, Area Educativa e Polizia Penitenziaria – un’esperienza di lavoro nelle due serre dell’Istituto.

Perché proprio La Pecora Nera?

Il nome ci è stato suggerito da un’esperienza. Durante i tanti colloqui effettuati nelle carceri abbiamo sentito spesso risuonare la frase “Sono la pecora nera della mia famiglia”. Ecco perché La Pecora Nera. Ma infondo anche noi non ci siamo sentiti, almeno una volta, la pecora nera?

Che cosa fate nella concretezza?

Al momento la nostra piccola cooperativa sociale si occupa di coltivazione di orticole e frutta. A Biella, proprio all’inizio della pandemia Covid, quale segno di speranza, abbiamo scelto di aprire Bottega La Pecora Nera. È un punto vendita dei nostri prodotti, anche trasformati. Vendiamo inoltre altri generi alimentari con tipicità del Piemonte e d’Italia, di qualità elevata.

Abbiamo voluto creare un luogo bello, elegante, pulito e accogliente proprio per sottolineare che la vita brutta e perduta può compiere una virata e aprirsi al bello e buono. Tutti gli arredi li abbiamo fatti realizzare da artigiani del luogo per un gesto di attenzione, in un periodo difficile, al mondo del lavoro. Uno sguardo rivolto ai tanti che lavorano con sacrificio. Nei progetti della cooperativa c’è anche l’idea di aprirsi ad altre attività lavorative, ma dobbiamo fare i conti anche con le risorse finanziarie. Ma non mettiamo limiti alla Provvidenza.

La Pecora Nera è l’ultima nata di un progetto più grande. Lo vuol raccontare?

Certo. Tutto è nato trent’anni fa – più precisamente nel 1990 – da “quattro amici che volevano cambiare il mondo” come cantava Gino Paoli. Nasceva così l’Associazione Itaca, una realtà di volontariato di ispirazione francescana che inizialmente ha operato nel sostegno alle missioni in Africa e India. Dopo qualche anno è arrivata la consapevolezza che la “terra di missione” può essere anche la nostra, qui, accanto a casa, nella nostra casa. È iniziata così l’accoglienza. Itaca, organizzazione di volontariato, è oggi anche una comunità che vive del proprio operato e di Provvidenza. Per scelta non chiediamo rette per l’accoglienza. La nostra porta è aperta per chi arriva dalla strada o dal carcere con misure alternative alla pena. Proprio dall’esperienza di questa accoglienza è nata la consapevolezza che occorreva dare anche un’ulteriore possibilità, quella del lavoro.  Oggi i terreni agricoli adiacenti alla struttura sono utilizzati per progetti di inserimento lavorativo. Così è nata La Pecora Nera.

C’è davvero spazio per il recupero di una persona?

Ogni persona ha un percorso e un vissuto diverso, molto dipende dalla volontà e da quanto davvero c’è desiderio di cambiamento. Molto spesso spaventa lasciare la vita della strada e del carcere per vivere una vita nuova, diversa. Si va incontro a sensazioni ed emozioni che non si conoscono. A volte sono gesti semplici, della normalità, come stare seduti a tavola insieme, festeggiare un compleanno… a volte sono esperienze più complesse come riallacciare i contatti con i propri familiari… Tutte emozioni che la persona non conosce. Nel nostro impegno quotidiano cerchiamo, con gli occhi della fede in Gesù Cristo, di capire il comportamento della persona. I vissuti, sembra incredibile, ma alla fine sono sempre gli stessi. È mancanza di Amore.

Qual è la più grande difficoltà con cui vi trovate a dover fare i conti?

Possono essere tante, ma quella principale si verifica nel momento in cui ci troviamo davanti a persone che non vogliono cambiare la propria vita. Ti ritrovi così a doverli lasciare andare.  È un grande dolore, ma nulla si può contro la volontà della persona.

Che cosa vuol dire oggi aprire le porte a una persona che arriva dalla strada o dal carcere?

Vuol dire tanto. Vuol dire ogni volta costruire giorno dopo giorno. Molto spesso le persone devono ricominciare a imparare a vivere, a vivere una vita segnata dalla normalità. Cerchiamo di accompagnarle in questo itinerario bello, ma faticoso. Un cammino fatto di crescita e di cadute, di salite e poche discese. L’unico obiettivo è vederle felici.

Avete mai pensato: questa persona è irrecuperabile?

Non possiamo pensare: questa persona è irrecuperabile. Tutto dipende dal vissuto e dalla volontà di rimettersi in gioco, di cambiare la propria vita lasciando alle spalle tanti errori e dolori.

Quali sono le radici e le ragioni del vostro progetto?

Quello che ci spinge è la fede in Gesù Cristo servito nelle persone più in difficoltà. Per noi, quanto stiamo vivendo ha senso solo perché crediamo in un Vangelo che si fa carne e pane spezzato con i senza voce. Oggi, anche i detenuti. È fede all’opera.