da Editore Prison | Giu 17, 2025 | Blog
«Siccome il reato ferisce, fa male, la giustizia dovrebbe provare a guarire»
Un reato non è soltanto un’infrazione.
È una ferita. Una lacerazione che attraversa persone, relazioni, comunità.
La giustizia riparativa è la sfida – umana, prima ancora che giuridica – di ricucire quel dolore, di tessere ascolto là dove c’è stata rottura, di offrire un’occasione di verità, confronto e responsabilità. È, in fondo, una rivoluzione culturale e relazionale.
Un evento trasformativo a Milano-Opera
Il 14 giugno 2025, nel teatro della Casa di Reclusione Milano-Opera, abbiamo vissuto una giornata intensa e profonda:
“Storie da accogliere, la sfida della giustizia riparativa”, un incontro promosso nell’ambito dell’Anno Santo indetto da Papa Francesco e reso possibile dalla collaborazione tra:
Al centro, il coraggio di guardare la ferita, di non voltarsi dall’altra parte, di credere nella possibilità della trasformazione.
Marta Cartabia: “Tutti noi siamo feriti e/o feritori”
Ad aprire l’incontro è stata Marta Cartabia, ex Ministra della Giustizia e docente presso l’Università Bocconi.
Con parole sincere, ha ricordato:
«Tutti noi siamo feriti e/o feritori, spesso senza nemmeno saperlo.»
Ha evocato l’immagine di una ferita fisica da massaggiare con cura, affinché non si indurisca. Anche le ferite dell’anima, ha detto, hanno bisogno di essere toccate, riconosciute, accompagnate. Solo così possono guarire davvero.
Accanto a lei, il criminologo e mediatore Adolfo Ceretti, con cui ha raccontato il suo primo incontro con la giustizia riparativa grazie a Il libro dell’incontro, scritto da Ceretti con Guido Bertagna e Claudia Mazzucato.
Un testo che ha aperto una nuova prospettiva proprio mentre Cartabia era Presidente della Corte Costituzionale: otto anni di dialoghi tra familiari delle vittime e autori della lotta armata.
Un paradigma che non sostituisce: affianca
La giustizia riparativa non è una “pena alternativa” né un meccanismo indulgente.
È un cammino esigente che affianca la giustizia penale e apre uno spazio di cura, consapevolezza e riconciliazione.
«Ci sono conti che non tornano mai» – ha detto Cartabia – «ma la giustizia riparativa può custodire quell’incolmabile vuoto, senza ignorarlo».
Ogni incontro è volontario, mai imposto. Ogni passo è affidato al coraggio di chi sceglie di esporsi e di porre domande rimaste sospese.
“Ci sono le nostre vite da riparare”
Cartabia ha raccontato un momento profondamente toccante: un dialogo con Agnese Moro, figlia di Aldo Moro.
«Dopo tutto quello che avete vissuto, cosa c’è da riparare?»
«Le nostre vite. Ci sono le nostre vite da riparare.»
Ed è proprio questo il cuore della giustizia riparativa: rendere possibile l’impossibile, tornare a vedere, liberarsi dai fantasmi attraverso un incontro autentico.
Uno scambio che attraversa le sbarre
Dopo gli interventi, i detenuti e i partecipanti hanno rivolto domande sincere ai due relatori.
Non c’erano distanze, ma uno spazio comune dove il dolore poteva finalmente diventare voce condivisa.
Le parole hanno attraversato le sbarre come frecce e come carezze.
È in questo spazio fragile e reale che la giustizia riparativa rivela la sua forza: non accomodante, ma trasformativa. Chiede presenza, pazienza, verità. Ma può germogliare anche lì, tra le mura del carcere, dove tutto sembrava perduto.
Una speranza concreta
Abbiamo visto ferite che non si chiudono male, ma che trovano ascolto.
Parole che ricuciono. Incontri che aprono varchi verso la libertà: non solo del corpo, ma dell’anima.
In un luogo di reclusione, è sbocciata una speranza concreta: perché dove c’è ascolto, verità e coraggio, può rinascere tutto.
Casa di Reclusione Milano-Opera
14 giugno 2025
✍️ Articolo a cura di Ilaria Pace
da Editore Prison | Giu 16, 2025 | Blog
Nei detenuti, il Volto di Cristo
di Daniela Di Domenico
Un’eredità di misericordia
Se San Giovanni Paolo II ha aperto un varco importante tra le mura del carcere, con 17 istituti visitati in 27 anni di pontificato, per Papa Francesco l’incontro con i detenuti è diventato un cardine pastorale e umano. Il suo impegno verso i ristretti si è mantenuto fedele fino alla fine, con l’ultimo gesto compiuto il Giovedì Santo: il rito della lavanda dei piedi, celebrato con fatica, ma con totale dedizione, solo quattro giorni prima della sua salita al cielo.
«Perché è toccato a loro e non a me?»
Questa domanda, semplice e disarmante, il Pontefice se la poneva ogni volta che varcava i cancelli di un penitenziario. Il Papa venuto dalla fine del mondo ha fatto della prossimità agli ultimi un tratto distintivo, guardando ai detenuti non con occhi giudicanti, ma con lo sguardo misericordioso di Cristo.
La dignità di essere peccatori
Fin dai tempi di Buenos Aires, il carcere era per Jorge Mario Bergoglio un luogo di incontro con Cristo. Anche dopo l’elezione al soglio pontificio, ha mantenuto rapporti telefonici con i carcerati, celebrato Messe tra le celle, lavato i piedi ai detenuti, e affrontato con forza i temi della dignità della pena, della riabilitazione e della giustizia riparativa.
«Ognuno di noi può scivolare… ed è questa consapevolezza che ci dà la dignità di essere peccatori.»
Con i detenuti, come con i malati e i poveri, la Parola di Dio si è fatta azione concreta, testimonianza viva di misericordia.
Il dono finale di Papa Francesco
Uno dei suoi ultimi atti caritativi è stato il dono di 200.000 euro al pastificio dell’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo, per estinguerne il mutuo e permettere l’assunzione di altri giovani detenuti. Un gesto silenzioso ma eloquente, a testimonianza di una cura che va oltre la predicazione.
«Ho finito quasi tutti i soldi, ma ho ancora qualcosa sul mio conto» – così confidò il Papa a don Benoni Ambarus.
Il Giubileo: una porta che si apre nel carcere
Il 26 dicembre 2024, Papa Francesco ha aperto la prima Porta Santa del Giubileo 2025 proprio nel carcere di Rebibbia. Un gesto simbolico e potente: portare l’Anno Santo nel cuore di chi ha perso la libertà.
«Ho voluto che la seconda Porta Santa fosse qui, in un carcere… per aprire anche le porte del cuore.»
Il carcere come luogo di umanità
Il 18 maggio 2024, nella Casa Circondariale di Verona, Francesco ha parlato della grande umanità che abita il carcere: fatta di fragilità, ma anche di forza, desiderio di riscatto, bisogno di perdono.
«In questa umanità, in tutti voi, è presente il volto di Cristo.»
Ha ribadito l’importanza di non perdere mai la speranza, quella corda che ci lega all’àncora sulla riva, anche quando fa male alle mani.
In comunione con il suo magistero
Anche Prison Fellowship Italia, da oltre 20 anni, cammina sulle orme di questo insegnamento. In collaborazione con il Rinnovamento nello Spirito Santo, porta avanti percorsi come il Viaggio del Prigioniero, il Progetto Sicomoro, e tante attività ispirate all’incontro tra giustizia e misericordia.
Durante il Giubileo dei Migranti del 2016, i detenuti del Carcere di Opera (MI) offrirono al Papa le ostie da loro prodotte con il progetto Il senso del pane. Un detenuto disse:
«Santità, stiamo spacciando ostie per il mondo!»
Un’immagine che riassume perfettamente il cuore dell’azione di PFIt: trasformare ciò che è spezzato in pane per il mondo.
da Editore Prison | Giu 6, 2025 | Blog
A pochi giorni dalla Festa della Mamma in carcere, le volontarie di Prison Fellowship Italia hanno dato vita a un altro momento di profonda umanità e riconciliazione: il Giubileo delle Famiglie, celebrato il 31 maggio 2025 nella Casa Circondariale di Ivrea.
Alle ore 14:00, accolti da canti e sorrisi, detenuti e famiglie si sono ritrovati insieme per celebrare il valore dei legami familiari, troppo spesso feriti dalla distanza e dalla sofferenza della detenzione.
Il cuore pulsante dell’evento è stato l’abbraccio iniziale tra padri, compagne e figli: un gesto potente, simbolo del desiderio di unità e guarigione.
Dopo l’introduzione spirituale del coordinatore diocesano del Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS), Pier, che ha spiegato il significato profondo del Giubileo, Veronica ha raccontato il valore di questa celebrazione vissuta in carcere, ricordando l’apertura della Porta Santa a Rebibbia da parte di Papa Francesco, e presentando il simbolo della lampada, emblema di luce e speranza.
Lanterne della speranza
L’attività creativa ha coinvolto le famiglie nella realizzazione di una lanterna in cartoncino: due per ogni nucleo, una da portare nella cella, l’altra a casa, per non spegnere mai la luce della speranza, come ci ricorda il Santo Padre:
“Dio dà sempre una luce per affrontare un dolore, specialmente nel rapporto con i figli”.
Colori, colla e decorazioni hanno trasformato il dolore in creatività, la distanza in presenza. La lanterna è diventata così simbolo di un amore che resiste ai muri e alle sbarre.
Momento spirituale e Messa
Dopo una preghiera scritta dalle volontarie, la Santa Messa celebrata da Don Fabrizio ha toccato i cuori. Nell’omelia, il cappellano ha ricordato l’infanzia come tempo sacro, richiamando l’immagine commovente dell’abbraccio tra un detenuto e sua figlia, paragonato all’Ascensione di Gesù che ritorna al Padre.
Il saluto finale è stato un altro momento toccante. Il piccolo Marco, in lacrime, continuava a chiamare il suo papà con tutto l’amore possibile. Quell’abbraccio tanto desiderato ha riempito la stanza più di ogni parola.
✨ Conclusione
Due eventi — la Festa della Mamma e il Giubileo delle Famiglie — uniti da un unico filo invisibile: la luce dello Spirito Santo che entra anche nei luoghi più bui, accende relazioni, risana cuori e ridona speranza.
Ogni gesto — una lanterna, una maglietta, una lettera — è stato segno di un amore più forte del dolore e della separazione.
“È questa la vera forza dello Spirito Santo: rendere possibile l’incontro, l’abbraccio, la gioia, anche laddove sembrerebbe impossibile.”
di Veronica Pellegrin – Volontaria Prison Fellowship Italia
da Editore Prison | Giu 6, 2025 | Blog
Un libro necessario. Una voce che non può essere ignorata.
Esce il 6 giugno 2025 in tutte le librerie italiane, fisiche e online, “18+1. Diciotto anni e un giorno”, nuovo libro di Monica Cristina Gallo, Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino. Edito da Effatà Editrice, con prefazione del già magistrato Gherardo Colombo, il libro affronta una delle questioni più urgenti del sistema penitenziario italiano: la condizione dei giovani adulti reclusi nelle carceri per adulti.
Il dato che allarma: all’inizio del 2025 si contano 5067 giovani under 25 detenuti nei penitenziari italiani. Solo nel 2023 erano 3274. Un incremento di quasi 1800 giovani in meno di due anni.
Monica Gallo apre uno squarcio su una realtà spesso ignorata: il confine sottile tra minore e adulto, in termini di giustizia, può determinare destini drammaticamente diversi. A 17 anni e 11 mesi si accede al Tribunale dei Minorenni; a 18 anni e un giorno, si finisce in carcere con gli adulti, in ambienti che non sono preparati a contenere, accompagnare o rieducare.
“18+1” non è solo una denuncia, è un appello: affinché il sistema penitenziario italiano torni ad essere umano, affinché ai giovani venga restituita una possibilità. Perché il carcere può essere la fine, ma anche un inizio.
Attraverso racconti, incontri, storie vere, l’autrice ci guida nel perimetro del vuoto e della solitudine in cui questi ragazzi vengono intrappolati, lasciandoci un messaggio forte: “ogni giovane che entra in carcere per adulti è un giovane che perdiamo”.
Con le parole dell’autrice:
“Bisogna intervenire prima che il cinismo prenda il posto della speranza.”
Un’opera coraggiosa, che ci interroga profondamente sul futuro che vogliamo costruire, sulla giustizia che vogliamo esercitare, sull’umanità che vogliamo difendere.
da Editore Prison | Mag 27, 2025 | Blog
“Mamma, un filo mi lega a te” – Una festa speciale al carcere Lorusso e Cutugno di Torino
di Veronica Pellegrin
Il 10 maggio 2025, il carcere femminile Lorusso e Cutugno di Torino ha ospitato un evento unico nel suo genere: la Festa della Mamma, organizzata dai volontari di Prison Fellowship Italia. Il tema scelto per la giornata, “Mamma… un filo mi lega a te”, si ispira al libro di Alberto Pellai Io gomitolo, tu filo, che racconta in modo poetico il legame profondo tra madre e figlio.
Un imprevisto che si trasforma in opportunità
Le volontarie Alessia, Miriam e Veronica, insieme alla referente regionale Antonella, avevano programmato una serie di attività da svolgere con le detenute e i loro figli. Tuttavia, un disguido ha impedito l’ingresso dei bambini, generando inizialmente un clima di tristezza e delusione.
Ma proprio in quel momento di difficoltà è emersa la forza e la sensibilità delle nostre volontarie: hanno asciugato lacrime, accolto emozioni e rimodulato l’intera giornata con creatività e dedizione.
Un filo invisibile che unisce cuori
La partecipazione delle detenute è stata entusiasta: dopo un inizio di canti e giochi per rompere il ghiaccio, le mamme sono state invitate a scrivere una lettera per i propri figli. Le parole scelte, i pensieri condivisi, hanno dato voce a un amore che, pur nella distanza, resta vivo e profondo.
Una sola mamma ha potuto incontrare i suoi due figli: insieme, hanno decorato la maglietta simbolo della festa, regalata da Prison Fellowship. E poi c’era Ahmed, un bimbo di quasi due anni che vive con la mamma detenuta nell’ICAM collegato al carcere. La sua presenza è stata luce pura: ha giocato con tutti ed è diventato “figlio di tutti”, coccolato da detenute, agenti e volontarie.
Il pranzo, il pane e la Nutella
Il momento del pranzo è stato semplice e carico di significato: pane e Nutella da condividere, un gesto che ha il sapore dell’infanzia, della casa, della tenerezza. La giornata si è conclusa con abbracci, sorrisi e parole di gratitudine da parte delle detenute, che hanno sentito forte la presenza di qualcuno disposto ad ascoltare e a camminare con loro.
Quando l’imprevisto diventa grazia
Quella che sembrava una giornata “fallita” si è trasformata in una delle esperienze più autentiche di ascolto, accoglienza e cura. È stata la prima volta che si è celebrata la Festa della Mamma in questo modo nel carcere torinese, e se qualcosa non è andato come previsto, è stato comunque il seme di un futuro da costruire con maggiore consapevolezza.
Le volontarie sono già pronte a ripartire. Con il cuore più grande e il desiderio di tornare a donare sorrisi, relazioni e presenza concreta alle mamme che vivono l’affetto materno dentro le mura di una prigione.