Una guarigione straordinaria, già prima di dire “sì”

Una guarigione straordinaria, già prima di dire “sì”

Volevo ringraziarvi uno a uno perché, mossi dallo Spirito, dalla curiosità e forse anche dal mio entusiasmo ☺️, avete accettato il mio invito e, insieme, abbiamo potuto vivere la splendida giornata di ieri.

Fin da subito, appena venuta a conoscenza del progetto “Viaggio del prigioniero”, The Prisoner’s Journey (TPJ), mi sono sentita “attratta”. Il nome stesso del progetto mi aveva attratto e, sicuramente, avendo già vissuto l’esperienza del Sicomoro mi sono sentita in qualche modo coinvolta, pur sapendo poche cose sul “TPJ”. Ieri è stata una splendida scoperta, grazie anche ad Antonella e Francesca, che ringrazio.

Ho scoperto che far conoscere Gesù in modo efficace usando le parole è tutt’altro che semplice. Testimoniare con la vita, coerenti con quanto udito dalla Parola di Dio, è un altro bell’impegno, che si rinnova ogni giorno e ogni giorno, nel prendere atto delle nostre cadute, cerchiamo di migliorare.

Ma far conoscere Gesù in otto incontri, solamente 16 ore, è una bellissima seppur faticosa sfida! Ho capito che accettare questa sfida migliorerebbe il mio rapporto con Dio, lo renderebbe più vero, più profondo. Ritornare all’Essenziale anzi all’Essenza del mio “credo”. È stato difficile, nelle simulazioni, fare questo. È stato come quando si mette a posto negli armadi, ad esempio, della cucina (scusate il paragone ma ho appena finito di fare questo lavoro). Nel tempo accumuli un sacco di cose, tutte utili ma molte di queste le usi solo qualche volta. Nel rimettere in ordine, queste ultime le metti dietro, in fondo all’armadio o in alto. Quelle veramente utili, invece, le posizioni davanti, bene in vista, facili da prendere. Non butti nulla ma metti in ordine cercando di distinguere ciò che serve veramente da ciò che potrebbe invece servire un giorno in chissà quale occasione.
Pensavo anche a quando si prepara la valigia per le vacanze. Che fatica decidere cosa portare e cosa lasciare a casa!
Fare chiarezza. Mettere in ordine.
Ecco, ieri ho capito che nella valigia dell’evangelizzatore servono poche cose ma giuste.
Ho capito che Gesù parla ai semplici in modo semplice.
Ho capito che, se parto per la missione, devo ritornare semplice nel mio pensare e nel mio parlare, prendendo esempio da Gesù.
Grazie Gesù perché quando ancora stiamo pensando se dire di “sì” alla missione, Tu già inizi a guarirci e a fare un po’ di pulizia in noi.

Testimonianza di Anna Maria Taliano

In carcere, per essere protagonisti di un miracolo d’Amore

In carcere, per essere protagonisti di un miracolo d’Amore

Progetto Sicomoro presso la Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino

Intervista ad Arcangelo Lucà, socio di PF Italia di Daniela Di Domenico

 

  1. – Un altro Progetto Sicomoro (PS) si è recentemente concluso e un altro è appena iniziato nella Casa circondariale Lorusso Cutugno di Torino. Da anni l’Associazione Prison Fellowship Italia onlus (PFIt) porta avanti, tra tante iniziative, questo progetto. Perché è importante questa esperienza per detenuti e vittime di reato?

 

R.– A un colloquio con una direttrice che vedevamo per la prima volta e cercavamo di spiegare il PS, ci siamo sentiti dire: “Io conosco molto bene il PS, esso migliora tutti i rapporti dell’ambiente carcerario, tutti; tra e con detenuti, educatori, agenti e tutto il personale”. Questo succede: i ragazzi detenuti trovano persone sincere che non giudicano ma che si affezionano a loro, dedicandogli tanto. Vedere le lacrime e la sofferenza di ogni vittima ti porta a prendere coscienza del male che hanno fatto.

Le vittime hanno la possibilità di parlare, di “tirare via il tappo” e svuotare tutto, ma anche di conoscere umanamente una persona che viene a chiedere loro perdono per un reato commesso e che loro non conoscono nemmeno. Questo è disarmante. Anche perché i detenuti quasi sempre sono a loro volta delle vittime: da dipendenze quali droga e alcol.

Personalmente, verso le vittime nutro una particolare attenzione; spesso sono persone dimenticate da tutti, dai familiari e dalle Istituzioni e… ahimè ferme al giorno del reato.

Recentemente ci è stato detto da E.: “Non finirò mai di ringraziarvi per avermi invitato a partecipare, è un ‘mondo meraviglioso’ che non conoscevo”. Oppure M., ultrasettantenne, ha cambiato modo di vestire, è tornata a truccarsi e a guidare in posti in cui non aveva il coraggio di andare da 20 anni.

 

  1. – In che modo vengono selezionati e scelti i partecipanti al Progetto, sia vittime che colpevoli?

 

R.– Nel 2019 abbiamo fatto il primo PS nell’Istituto torinese. Prima di tutto abbiamo presentato il Progetto al direttore; di comune accordo abbiamo individuato un padiglione e, dopo una presentazione a tutto il reparto (chiara e completa, dando spazio anche alle loro domande), abbiamo messo in evidenza che la partecipazione è su base volontaria, che non ci saranno sconti di pena e abbiamo specificato tutte le regole da rispettare (sincerità, rispetto reciproco, riservatezza, puntualità ecc.). Poi, chiediamo agli educatori del reparto di fornirci, tra tutti gli iscritti, una lista di 8/10 nominativi. Ritengo che 8 sia il numero ideale per lavorare bene ma è meglio averne qualcuno in più perché durante le sette settimane qualcuno, per vari motivi, si perde e abbandona il Progetto.

Per quanto riguarda le vittime, è il lavoro più lungo e complesso da fare. In genere i grandi annunci presso associazioni non portano a nessun risultato. A Torino le vittime le abbiamo sempre individuate attraverso il passaparola. Gioisco ogni volta che ricevo un “sì” alla partecipazione di una vittima, perché quando essa decide di partecipare senza timore, è perché è pronta a raccontare cosa porta nel cuore. Ed è proprio da qui che ha inizio la sua guarigione.

 

  1. – Durante gli incontri tra vittime e colpevoli, lei ricopre il delicatissimo ruolo di moderatore/facilitatore. Per chi volesse entrare a far parte dell’équipe, quali sono le caratteristiche che deve avere un moderatore/facilitatore e quali sono le modalità per poter aderire a un corso di formazione?

 

R.– Per il ruolo di facilitatore abbiamo un fratello speciale che viene da Vicenza e, nonostante tutte le volte faccia tante ore di strada, è sempre fresco e sorridente. Abbiamo poi un’altra sorella di provata esperienza che è al 12° PS; è rinata da una storia tragica di tanta povertà e conosce, meglio di molti altri, le dinamiche del PS. Il bravo facilitatore, in realtà, quando facilita sta zitto, nel senso che il PS lo conducono le vittime e i detenuti. Lui deve solo intervenire all’occorrenza. Tutto nasce dal confronto tra le parti, confronto che, a volte, può essere anche acceso. L’esperienza si acquista direttamente sul campo. In alcuni casi, dopo aver partecipato a 3 o 4 PS, si può provare a condurre un progetto, anche con il sostegno dei manuali, scritti veramente bene. A tal fine, portiamo sempre qualche volontario in più come uditore, per fare esperienza. Dopo il primo PS o si appassiona – e allora va avanti – oppure abbandona perché non si ritiene adatto per questo delicatissimo ruolo.

Nel 2017 in Piemonte, con tutte le realtà presenti nelle carceri della Regione, abbiamo proposto un corso di formazione di 4 giorni a cui hanno aderito circa 40 partecipanti.

 

  1. – Cosa comporta la pianificazione di un Progetto Sicomoro?

 

R.– Il PS, oltre ai 7 incontri in carcere, richiede tanto lavoro nella preparazione. Presentazione, permessi da richiedere, detenuti da individuare, educatori e agenti da informare, stabilire luogo e concordare la data degli incontri per incastrare tutto con le altre attività ed esigenze. Ancora, individuare le vittime e incontrarle (anche più di una volta) per fugare ogni dubbio (altrimenti qualcuno si potrebbe ritirare); preparare la documentazione per il corso, ma anche dolcetti e bibite da condividere. Poi ci sono i gruppi di intercessione e la diffusione del Progetto con vario materiale dimostrativo, anche allo scopo di poter contattare potenziali vittime per il futuro. Verificare permessi e documenti. Infine, va organizzato l’“ottavo incontro”, la “festa conclusiva” e la conferenza stampa con le istituzioni e i familiari dei partecipanti al PS. Per quest’ultimo step davvero mi inchino alla disponibilità e collaborazione di tantissimi fratelli e sorelle con esperienza e professionalità nel settore. Prezioso il confronto e ogni consiglio.

 

  1. – Da ormai molti anni, presente in America ma anche in molti altri Paesi del mondo fino in Italia, il Progetto Sicomoro raggiunge ovunque notevoli risultati nell’ambito della giustizia riparativa. Come il Progetto Sicomoro contribuisce al recupero e alla consapevolezza del danno recato da parte di un detenuto? Che cosa cambia nel cuore di chi si è macchiato di un grave reato?

 

R.– Posso dire che tanti, davvero, ce l’hanno fatta! Penso alle parole di M.: “…Il ‘miracolo’ è avvenuto e mi ha dato ciò che non avevo capito di aver perso nella ragione, nella razionalità, nell’equilibrio”. Ho conosciuto persone che, a ogni incontro, mi donavano, nonostante il loro passato, un saluto vero, un abbraccio forte, un sorriso rincuorante. Hanno saputo riconsegnarmi quelle “medicine giuste” di cui il mio vivere quotidiano aveva bisogno. Oppure penso a G., ergastolano, laurea triennale conseguita all’interno dell’istituto (e adesso sta finendo la magistrale), che lavora tutto il giorno alle videochiamate e non manca mai di incoraggiare i compagni reclusi. Ancora R., conosciuto come l’amico delle caramelle: ha sempre caramelle in tasca per avvicinare chiunque e dargli una pacca sulle spalle. Potrei continuare con almeno altre 20 storie! Con loro mi sono ricreduto, adesso so che il bene esiste. Ecco, qualcosa cambia e accade ogni volta.

 

  1. – Le vittime che aderiscono al Progetto spesso hanno subito abusi o reati gravi. Anche per chi è fortemente credente, non è facile arrivare a perdonare il proprio “aguzzino”. Eppure, alla fine di questo intenso “percorso”, la maggior parte delle vittime arrivano ad abbracciare (sia fisicamente che emotivamente) chi ha commesso lo stesso reato da loro subito. Qual è la strada “impercettibile” che riesce ad aprire un varco nel cuore della vittima…?

 

R.– Ogni PS è diverso dall’altro; a volte inizia con uno scontro tra le vittime e i detenuti; a volte c’è chi “ci gira intorno” e non vuole condividere quello che ha commesso o subito. Non so come ma ogni volta accade che, negli ultimi 2 o 3 incontri nascono, tra vittime e colpevoli, delle amicizie vere, degli abbracci sinceri. Il gruppo tende a uniformarsi così tanto che, visto dall’esterno, non sarebbe facile distinguere chi è il detenuto, chi la vittima e chi il volontario. Gli occhi bassi e cuori arresi fanno posto a sorrisi, gioia e coraggio. Per noi volontari diventa l’ennesima conferma che un miracolo è accaduto di nuovo!

 

 

  1. Molti ritengono sbagliato o non giusto entrare in un istituto penitenziario o fare volontariato all’interno del mondo carcerario. Lei perché ha scelto di “visitare” ed essere vicino, in diversi modi, agli ultimi per eccellenza, i detenuti?

 

R.– “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione” (Voltaire). Quello che ho avuto ben presente la prima volta che sono entrato in un carcere è che questo luogo è un pezzo della società e che le distanze devono essere accorciate sempre di più tra chi sta dentro e chi sta fuori, a prescindere dal discorso religioso e dall’opera di misericordia che ne deriva. Quello che mi ritorna periodicamente in mente è: “Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere” (Eb 13, 3). Sicuramente non è facile, però ti puoi fare compagno di viaggio e in fondo è quello che loro cercano, di non essere lasciati soli. Per questo a fine progetto facciamo degli incontri mensili di mantenimento; vanno alcuni volontari con alcune vittime che non vogliono smettere di visitare i detenuti. Tante vittime “liberate” entrano a far parte della nostra squadra. Poi abbiamo la possibilità di comunicare via mail e con tanti continuiamo a corrispondere.

 

  1. – Partecipare al Progetto Sicomoro sicuramente comporta uno stravolgimento dei sentimenti e dei pensieri, una rivoluzione inaspettata nel cuore, sia per le vittime che per i responsabili di reato. Per lei cosa è cambiato? Sente di essere una persona diversa?

 

R.– Dalle tante storie che ho potuto conoscere, sia di vittime che di persone detenute, la prima cosa che ho imparato è che il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e non va sprecato. Questo mi ha permesso di leggere tutta la mia vita e capire sbagli e mancanze; anche a chiedere scusa per questo. Le nostre azioni vanno ponderate bene, perché da un errore piccolo possono nascere conseguenze enormi. L’immagine è quella del sasso gettato in uno stagno: fa cerchi sempre più ampi fino a toccare la riva. Se sono una persona diversa non lo so… Certo, i detenuti mi hanno reso migliore ed è stato un vero piacere. Ogni sabato, alle 12, quando l’agente del piano viene a bussare perché il tempo è scaduto, a malincuore lasciamo i nostri “amici”. Durante le sette settimane del progetto, si aspetta sempre con ansia che arrivi il sabato per andare a trovare i detenuti e, quando il P.S. termina, ci si rende conto che un pezzo del nostro cuore è ancora lì ma il sabato successivo non potremmo rivederli. Sono le “regole” del Progetto ma poi si acquisisce la consapevolezza che da quel momento loro possono farcela da soli e che tu hai preso parte a questo miracolo. Avanti, siamo ancora pochi e ci sono ancora tanti cuori da liberare!

 

 

Il primo progetto Sicomoro al reparto dei protetti

Il primo progetto Sicomoro al reparto dei protetti

Oggi Gianni ha un impegno e quindi deve uscire per un’ora.
Poco dopo il suo rientro facciamo la solita pausa di dieci minuti durante la quale le vittime offrono a tutti i cioccolatini. Gianni viene subito da me: “Pierpaolo, mi puoi far vedere la lettera, indirizzata alla sua vittima, che Fabio ha appena letto”. “Certo”.
Mentre la cerco fra le altre lui continua: “Questa settimana ne abbiamo parlato a lungo assieme, per riuscire a trovare il modo migliore per esternare i suoi sentimenti. Poi lui l’ha scritta e ha piacere che io la legga”. Ma allora è vero, sta succedendo veramente, non è un sogno. Mentre gliela porgo la mia mente ritorna a mezz’ora prima. Proprio quando Fabio ha terminato di leggere la sua lettera, era il terzo o il quarto, comincia un’animata discussione alla quale partecipano tutti. “Se l’avessi saputo prima ti avrei aiutato, ma vedrai che adesso insieme qualcosa troveremo”. “E’ capitato anche a me, in settimana ne parliamo”. “Ma allora era per questo che stavi sempre isolato. Insieme possiamo risolvere il problema”. “Hai visto che buttando fuori tutto ti sei liberato del grosso peso che ti stava distruggendo, continuiamo”. I toni e gli argomenti erano questi. Stavano scoprendo che, abbattendo tutti i muri che in tanti anni avevano costruito attorno ai loro cuori, potevano tornare a vivere. La mia mente torna ancora più indietro, alla presentazione. La direzione e le educatrici del carcere di Torino ci avevano chiesto di attuare il progetto sicomoro nel reparto “sex offender”, termine usato per indicare le persone che hanno usato violenza verso le persone più deboli, donne e bambini. Sono anche chiamati “i protetti”, perché praticamente sono in un carcere dentro al carcere, isolati da tutti per evitare ritorsioni fisiche, isolati da tutti perché disprezzati da tutti, isolati da tutti perché considerati indegni del convivere sociale. Non era mai stato effettuato in Italia e raramente nel mondo Prison. Decidiamo di provare nella speranza di comprendere ed aiutare queste persone, grazie anche alla volontà delle vittime, che dovevano ripercorrere i momenti più bui della propria vita.

La presentazione, come poi il progetto, si svolge nel reparto. Ci arriviamo percorrendo lunghissimi corridoi. L’aspetto era sempre più trasandato e tale appariva anche il reparto e la stanza dell’incontro.
Entrano tutti a testa bassa e con lo sguardo sfuggente. Durante la spiegazione li osservo tutti attentamente e la sensazione era quella di trovarmi davanti alte mura di omertà personale. Decisi subito che quelle mura erano il principale ostacolo. Alla fine più di quaranta danno l’adesione e le educatrici ne scelgono dodici.
Alla fine del primo incontro comincio ad avere seri dubbi sulla validità della giustizia: di veramente colpevoli praticamente nessuno. Sì, ognuno qualcosa aveva fatto, ma sempre appena al di sopra della normale convivenza tra coniugi, tra genitori e figli, tra amanti, naturalmente a loro giudizio. Anche le vittime non si sono esposte, probabilmente per adeguarsi al clima generale. Per fortuna, già dal secondo incontro, le storie e le vite cominciano a prendere una forma concreta, pur nella crudezza e nell’asprezza dei fatti. Anche le vittime riescono a ricostruire le traversie e le violenze subite scavando nel buco profondo nel quale le avevano cacciate per non continuare a soffrire. A poco a poco i ristretti cominciano a rendersi conto del reale impatto causato dalle loro azioni e le vittime scoprono le persone che indirettamente hanno causato loro tanto dolore. Il confronto decollava tra fatti tremendi, pianti infiniti, commozione generale, cuori travolti, abbracci consolatori. Il progetto sembrava procedere bene, ma c’era ancora quello scoglio: ognuno pensava e parlava per se stesso! Ma ecco le lettere che vengono lette negli ultimi due incontri. Sinceramente non credevo ai miei orecchi. Era cambiata completamente la prospettiva: tutti i fatti venivano visti, narrati e commentati con gli occhi di chi subiva e i cuori cambiavano visivamente.
La discussione iniziata dopo la lettera di Fabio era il coronamento di tutto il progetto.
Per molti minuti non ho mosso muscolo. Avevo paura che una parola o un gesto potesse inavvertitamente interrompere l’atmosfera creatasi. Ma c’erano le colombe pasquali portate da Aurora e Caterina, le bibite, i cioccolatini e quindi con la bocca piena di dolci e il cuore pieno di gioia la festa poteva continuare. Alla fine, come sempre in cerchio mano nella mano, preghiamo con la sura coranica di Emanuele e l’ave Maria.

Pierpaolo

È l’inizio di un viaggio, il viaggio del Prigioniero!

È l’inizio di un viaggio, il viaggio del Prigioniero!

È l’inizio di un viaggio, il viaggio del Prigioniero!
Mi sembra di sentire i commenti:
“Che novità è?
Di che viaggio si tratta?
Dove andiamo?
Chi c’è con noi?
Quanto spendiamo?
Calma, una per una, ad ogni domanda la sua risposta.
Ma prima devo farvi una doverosa premessa: se ieri, foste stati con me e con altri amici, a Villa Borromeo, oggi sareste in grado di darvi le risposte alle domande che avete fatto.

Devo dirvi che l’incontro organizzato da Prison Fellowship Italia vedeva presenti persone di Cagli , di Rimini, di Cantiano, di Fossombrone, di Fano, di Senigallia e Ancona ed alcuni “coraggiosi” di Pesaro. Pochi, dal momento che si giocava in casa, ma buoni, perché hanno vinto la pigrizia, con la curiosità, e i visi quando ci siamo salutati dicevano chiaramente la soddisfazione per la scelta fatta!

E allora, bando alle ciance e guardiamo di cosa si tratta.
Prison parla ai detenuti, ma prima ancora parla e lavora con le persone che hanno deciso di donare anche solo una parola a colui che all’interno di una cella sconta una pena, grande o piccola che sia.
Parlare con un detenuti significa donare speranza ai tanti che la Società ha isolato, ma significa anche assicurare alla Società stessa il recupero del 70% dei carcerati. Può sembrare un sogno, è invece una realtà che Prison conosce bene e vuole continuare a sostenere.
Il viaggio: è un progetto che Prison ha già realizzato in Carceri di altre città ( e del mondo) che, oggi, propone a Pesaro e a Fossombrone.
Noi abbiamo una Casa Circondariale che ospita 230 carcerati, di cui 20 donne.
Devono scontare una pena, ma oggi non sappiamo come concretamente aiutarli.
Ci sono i volontari che impegnano le loro forze, i loro momenti liberi, anche le loro capacità economiche, per rendere più vivibile il loro “star li”.
Con i volontari i carcerati parlano, raccontano la loro vita prima del carcere, se vogliono accennano agli errori commessi, ma soprattutto sognano il domani, quando scontata la pena, potranno riabbracciare i loro cari , lavorare e “vivere”. Da uomini e donne dignitosamente recuperati.
Ma chi può aiutare il recupero? Sappiamo tutti quanto sia difficile il processo di rieducazione all’interno degli istituti penitenziari italiani.
Nella maggior parte delle carceri aspettano che il tempo passi. Ma voi, per un attimo, pensate solo a cosa passa dentro la mente di quelle persone, alla disperazione per la solitudine, alla sensazione di inutilità perché non riescono a dare un senso alla pena.
Il Viaggio del Prigioniero, risponde a tutto ciò, offrendo un percorso di cura attraverso un intervento strutturale che mette in primo piano il se’ e il racconto di un uomo che ha saputo accogliere, amare, perdonare.
Contribuisce a spezzare le catene che hanno portato al reato e che costituiscono la base per la sua reiterazione.
Trasmette valori universalmente accettati di cui si è fatta massima propaganda chi ha parlato di Gesù.
Permette di scoprire che non tutto è perduto e che la propria vita può avere un nuovo senso.
Il percorso prevede la lettura del Vangelo di Marco, attraverso una metodologia sperimentata con successo da Prison nei diversi Paesi del mondo.
Una parola può essere sufficiente a cambiare la vita ad un detenuto, facendogli iniziare un nuovo percorso di vita, permettendogli di riscattarsi.
Lo testimonia Stephen James, l’ideatore del Progetto che, da detenuto, un giorno rollando un foglio della Bibbia per farsi una sigaretta, ha fissato una parola che gli è entrata nel cuore.
Stephen ha cambiato vita, uscito dal carcere, si laurea in Sociologia ed ora lavora attivamente per dare una possibilità di riscatto a chi, come lui, è cresciuto ai margini della Società.
E noi, come usciremo da questo viaggio?
Oggi abbiamo una gran voglia di contribuire a trasformare la vita dei detenuti.
Vorremmo aiutarli a riconciliarsi con il mondo; vorremmo aiutare a ridurre la percentuale di reiterazione dei reati.
Noi desideriamo che i detenuti imparino a gestire sentimenti di angoscia e disperazione.
Vogliamo per questo servirci del Viaggio del Prigioniero perché questo metodo ha dato prova di saper trasformare la vita dei prigionieri mettendoli a contatto con la parola di Gesù.
Questo è l’obiettivo di Prison che, entrando nelle carceri, permette attraverso il viaggio del prigioniero, di conoscere nuovi valori, avviando un processo di cambiamento interiore.
Ecco quindi chiarito il mistero:
UN VIAGGIO con un obiettivo chiaro ed inequivocabile: la salvezza dell’uomo.
COMPAGNI DI VIAGGIO saranno tutti coloro che credono che la speranza in una vita migliore, sia riposta nella parola di Gesù.
IL COSTO DEL VIAGGIO: la disponibilità del nostro cuore e la nostra capacità di accogliere tutti coloro (carcerati soprattutto )che il Signore potrà mettere sulla nostra via.
La proposta di Prison non può lasciare indifferenti!

Facciamo un patto allora: noi vi terremo informati per il prossimo incontro, ma voi fate in modo di essere presenti.
Vorremmo tanto che anche la gente della nostra Città accettasse l’invito, perché il problema carcerario non è solo per noi che da volontari frequentiamo il carcere, ma per tutti, perché una Società che non si impegna a spezzare le catene del crimine, è una società destinata a morire.

Pesaro, 6 Maggio 2023
Anna Maria Lazzari

Il Viaggio del Prigioniero a Savigliano

Il Viaggio del Prigioniero a Savigliano

Savigliano, sabato 29 aprile 2023

25 fratelli e sorelle provenienti dal Piemonte e dalla Liguria, quasi tutti appartenenti al Rinnovamento nello Spirito Santo, si sono riuniti per ricevere la formazione a divenire facilitatori de “Il Viaggio del Prigioniero” presso le Suore della Sacra Famiglia di Savigliano.

L’orario 10-17 ha permesso di trasmettere il progetto seguendo tutte le slide, lasciando abbandonate spazio per le domande di chiarimento da parte dei partecipanti, e vivendo nel pomeriggio la simulazione del 2°incontro del “Viaggio del Prigioniero”.

Tanta partecipazione attiva, tanto interesse, tanta fame di approfondire il manuale!

Le formatrici Antonella Borgarello e Francesca Velardo hanno guidato i futuri facilitatori per realizzare il mandato di Matteo 25,36 che Gesù ha dato ai suoi discepoli: restituire la grazia ricevuta potendo guardate gli occhi dei “fratelli carcerati” e dire “Figlio di Dio vieni fuori!” per vedere Gesù anche nei loro occhi.

Veronica Pellegrin