da Editore Prison | Apr 3, 2025 | Blog
Suor Paola D’Auria, diventata famosa per la sua passione calcistica e per la partecipazione, per oltre 10 anni, alla trasmissione televisiva “Quelli che il calcio”, martedì 1 aprile è salita alla Casa del Padre. Una vita spesa per gli ultimi, con un braccio teso e un sorriso accogliente rivolto sempre verso i giovani in difficoltà, i detenuti e le giovani madri rimaste sole. Negli ultimi anni, l’amore per gli ultimi e per i detenuti (è stata volontaria per oltre 50 anni), l’aveva portata ad accettare la collaborazione con PFIt e RnS nell’evento “Scendiamo in campo per la pace”, la partita di calcio all’interno del carcere di Rebibbia tra detenute, alcune calciatrici della Lazio SS, la Nazionale di calcio delle Suore e le ragazze dell’associazione da lei fondata So.Spe (Sostegno e speranza).
Non potendo indossare gli scarpini, per raggiunti limiti di età, ha portato in campo le ragazze del suo istituto (donne in difficoltà) per unire la sua voce alla nostra e ricordare che insieme si è più forti, e anche chi crede di aver perso tutto, può offrire il suo contributo per realizzare la pace.
Ai suoi familiari, alla sua comunità religiosa e a tutte le persone che l’hanno accompagnata nell’ultima partita della vita, giunga, a nome di PFIt e del RnS, la nostra preghiera e vicinanza. «Per anni suor Paola ha incarnato – ha detto Marcella Reni, presidente di PFIt -, con carità e infinita dedizione, le diverse sfumature dell’Amore evangelico. Il suo servizio all’interno del mondo carcerario è stato una preziosa fonte di conforto e speranza per migliaia di detenuti. A lei sussurriamo il nostro Grazie per averci sostenuto in questo faticoso ma importante cammino tra i dimenticati. A lei assicuriamo la nostra preghiera e la promessa di ereditare con gioia l’impegno e l’amore verso gli ultimi, certi che il solco tracciato dalla sua testimonianza di fede cristiana sarà motivo di attrazione per molti».
da Editore Prison | Mar 25, 2025 | Blog
Quando la formazione diventa incontro. A Perugia, una giornata per costruire relazioni che generano cambiamento
Sabato 22 marzo, a Olmo (Perugia), quasi 40 volontari si sono riuniti per partecipare alla formazione de Il Viaggio del Prigioniero, uno dei progetti chiave promossi da Prison Fellowship Italia. Una giornata intensa e coinvolgente, all’insegna dell’ascolto, dell’incontro e della speranza.
Il Viaggio del Prigioniero è un programma spirituale e valoriale che, ispirandosi alla figura di Gesù e al Vangelo di Marco, guida i detenuti attraverso un percorso di riflessione personale sul proprio vissuto, sulle conseguenze del crimine e sulle opportunità di cambiamento. Il progetto, articolato in otto tappe, è uno strumento concreto di consapevolezza e trasformazione, finalizzato alla riduzione della recidiva e al reinserimento sociale.
Prison Fellowship Italia promuove da anni questo percorso in decine di istituti penitenziari italiani grazie all’impegno costante di volontari formati e motivati. Ed è proprio per formarne di nuovi che si tengono questi incontri: non semplici sessioni teoriche, ma autentiche esperienze di relazione.
Durante la giornata, i partecipanti hanno potuto esplorare i contenuti del programma, comprendere il ruolo del facilitatore e, soprattutto, condividere motivazioni e aspettative. Ciò che ha reso speciale questa giornata è stato il clima di fiducia e familiarità che si è creato sin da subito. Ciascuno ha potuto portare se stesso, la propria storia, il proprio desiderio di essere strumento di cambiamento.
Le parole più ricorrenti? Relazione, ascolto, umanità. Tre dimensioni che costituiscono il cuore del servizio in carcere e che rappresentano anche lo stile di Prison Fellowship Italia. Perché, come ci ricordano spesso i volontari più esperti, è dalle relazioni che nasce ogni autentica trasformazione.
Un grazie speciale a tutti coloro che hanno partecipato e reso possibile questa giornata, in particolare ai volontari del Rinnovamento nello Spirito Santo che hanno scelto di mettersi al servizio con entusiasmo e responsabilità.
Perché lo facciamo? Perché crediamo che ogni persona, anche chi ha sbagliato, meriti una seconda possibilità. E perché crediamo nel potere della relazione come spazio di rinascita.
✨ Se anche tu vuoi saperne di più su Il Viaggio del Prigioniero o diventare volontario: info@prisonfellowshipitalia.it
di Matilde Faraghini
da Editore Prison | Mar 24, 2025 | Blog
Cuori che si incontrano: la Festa del Papà al Carcere di Ivrea
di Veronica Pellegrin
Ivrea, 22 marzo 2024 – Un giorno speciale ha attraversato i muri della Casa Circondariale di Ivrea, unendo padri detenuti e figli in un clima di festa, emozione e condivisione.
L’iniziativa, promossa da Prison Fellowship Italia in collaborazione con il Rinnovamento nello Spirito Santo, ha rappresentato un’occasione preziosa per rafforzare i legami familiari, troppo spesso messi alla prova dalla detenzione. L’obiettivo: restituire dignità al ruolo genitoriale e offrire ai bambini un tempo di relazione autentica con i propri padri.
Fin dal mattino, i volontari hanno curato l’allestimento della sala polifunzionale della struttura, trasformandola in un ambiente caloroso e accogliente. L’arrivo dei figli accompagnati dalle mamme ha segnato l’inizio di una giornata intensa. Il momento dell’incontro tra padri e figli è stato carico di emozione: abbracci, lacrime e sorrisi hanno restituito il senso profondo dell’iniziativa.
A seguire, giochi, letture, laboratori e attività creative. Ogni padre ha ricevuto una maglietta con la scritta “Ti voglio bene, Papà!”, che i figli hanno personalizzato con disegni e frasi affettuose. I papà, dal canto loro, hanno realizzato un braccialetto simbolico da donare ai propri figli, insieme a una lettera personale.
Durante il pranzo condiviso, preparato dai volontari del RnS di Ivrea, ogni famiglia si è ritrovata a vivere un momento di quotidianità straordinaria. Il gesto simbolico dello spalmare il pane con la Nutella, da padre a figlio e viceversa, ha suggellato il legame affettivo in modo semplice ma profondo.
Nel pomeriggio, un’attività simbolica ha coinvolto tutti i presenti: ogni persona ha scritto il proprio nome su una stella in cartoncino, poi posizionata su un grande manto celeste. Un modo per affermare che, al di là delle difficoltà, ogni vita ha valore e ogni nome è chiamato ad essere riconosciuto.
La giornata si è conclusa con la celebrazione della Santa Messa e con i saluti tra i partecipanti. I volontari hanno lasciato la struttura con il cuore colmo di gratitudine, certi che anche un solo momento di contatto tra genitori e figli può rappresentare un passo concreto verso il recupero e il cambiamento.
“Grazie della strabiliante giornata. Così sono riuscito a dimostrare a mio papà quanto gli voglio bene”, ha scritto Andrea, uno dei bambini presenti.
Un segno potente di come, anche in carcere, possa nascere un tempo nuovo. Un tempo in cui, attraverso gesti semplici, si costruiscono legami e si coltiva la speranza.
da Editore Prison | Mar 22, 2025 | Blog
Sette istituti penitenziari italiani coinvolti in un’iniziativa che celebra il legame tra padri detenuti e figli, anche dietro le sbarre.
In occasione della solennità di San Giuseppe, appena trascorsa (19 marzo), l’Associazione
Prison Fellowship Italia (PFIt), in collaborazione con il Rinnovamento nello Spirito Santo (RnS),
torna nelle carceri italiane, il 20 e il 22 marzo, per celebrare la “festa del papà”. Un’iniziativa per
consolidare e mantenere vivo quel legame genitoriale che non può interrompersi con la
detenzione. Molti padri reclusi, infatti, spesso si ritengono delegittimati nel loro ruolo e vivono
due isolamenti: quello fisico, e quello affettivo. Ma solo mantenendo viva questa relazione, oltre
ai percorsi riabilitativi della detenzione, si può ricostruire quella fiducia e quel rispetto
fondamentali per volere e iniziare un vero cambiamento.
Sette gli istituti penitenziari italiani in cui Prison Fellowship Italia e il Rinnovamento nello
Spirito porteranno un momento di gioia e condivisione per i padri detenuti e i loro figli: Aversa
(CE) dove l’iniziativa si è svolta il 20 marzo scorso; Ivrea (TO), Fossombrone (PU), Lodi, Paola
(CS), Laureana (RC) e Palmi (RC), il 22 marzo.
Un incontro speciale, un tempo da dedicare alle emozioni e ai piccoli gesti che
solitamente, nella quotidianità, passano inosservati ma, in un contesto penitenziario e di
privazione, ricordano ai figli che il loro papà è ancora presente. L’occasione per un abbraccio tra
padre e figlio, a pochi giorni dalla festa del papà (che in san Giuseppe trova la massima
espressione) per ridurre le distanze e continuare a vivere un legame che va oltre le sbarre e le
mura di una prigione.
Con questo nuovo progetto offriamo ai detenuti gli strumenti per essere padri migliori e
per dare ai figli la speranza di una vita nuova.
Roma, 22 marzo 2025
da Editore Prison | Mar 6, 2025 | Blog
Nel contesto complesso delle carceri italiane, il Progetto Sicomoro si presenta come un efficace strumento di mediazione tra vittime e detenuti. Promosso da Prison Fellowship Italia, questo percorso mira a favorire il dialogo sulle conseguenze del crimine, promuovendo la consapevolezza, la responsabilità e la possibilità di un nuovo inizio.
Ispirato alla storia di Zaccheo, il Progetto Sicomoro è articolato in otto tappe che affrontano temi come la responsabilità personale, il riconoscimento del danno causato, il valore del perdono e l’importanza della riparazione. In questo contesto, vittime e detenuti, guidati da facilitatori esperti, hanno l’opportunità di confrontarsi in modo rispettoso e costruttivo.
Di recente, Vincenzo Albanese, volontario di Prison Fellowship Italia, ha partecipato al corso di formazione per facilitatori del Progetto Sicomoro. La sua testimonianza offre uno spaccato autentico dell’impatto positivo di questo percorso. Ecco le sue parole:
“Il Progetto Sicomoro è un ponte che collega due dolori, due facce della stessa medaglia, vittime e carnefici, e traccia una strada che porta al perdono, una strada per la LIBERTÀ.
Mi chiamo Vincenzo e attraverso il corso di facilitatore del Progetto Sicomoro che si è concluso quest’oggi, ho avuto modo di vivere tre giorni intensi fatti di viaggi introspettivi, testimonianze, giorni all’insegna della scoperta del perdono.
È stato un intenso corso di formazione sapientemente guidato da Pierpaolo e Marcella, dove io e i miei compagni di viaggio abbiamo potuto toccare con mano, sperimentandolo attraverso le nostre storie, quanto quelle 8 tappe del Sicomoro sappiano trasformarsi in una guida verso la libertà, verso un perdono autentico, una scelta pensata e ponderata che fa bene al cuore.
Grazie.”
Le parole di Vincenzo rappresentano in modo chiaro l’essenza del Progetto Sicomoro: un percorso strutturato per favorire il confronto consapevole sulle conseguenze del crimine, restituendo dignità e speranza sia ai detenuti che alle vittime.
Il Progetto Sicomoro non è un’iniziativa di Restorative Justice in senso tecnico, ma una forma di mediazione surrogata che punta alla sensibilizzazione e alla responsabilizzazione dei detenuti. Le otto sessioni del percorso accompagnano i partecipanti attraverso:
- L’analisi delle conseguenze del crimine: comprendere il danno arrecato alle vittime e alla comunità.
- Il riconoscimento della responsabilità personale: riflettere sulle proprie azioni per promuovere il cambiamento.
- La riparazione simbolica: atti concreti che rappresentano l’impegno a fare meglio.
Grazie a questo approccio, il Progetto Sicomoro contribuisce a:
- Ridurre il rischio suicidario: offrendo ascolto e percorsi di crescita personale.
- Abbattere la recidiva: stimolando una riflessione profonda sulle conseguenze delle proprie azioni.
- Promuovere il reinserimento sociale: preparando i detenuti a tornare nella società con una nuova consapevolezza.
Il successo del Progetto Sicomoro risiede nella sua capacità di costruire un dialogo autentico tra vittime e detenuti, facilitando un percorso di riconciliazione e crescita personale. Ogni incontro rappresenta un passo verso un sistema penitenziario più inclusivo e orientato al recupero.
Se vuoi sostenere il Progetto Sicomoro e le altre iniziative di Prison Fellowship Italia, puoi farlo attraverso una donazione. Ogni contributo è un investimento nella costruzione di un futuro migliore.
Sostieni il Progetto Sicomoro: https://www.prisonfellowshipitalia.it/donare/
Con questo articolo, vogliamo ringraziare tutti i volontari che dedicano tempo ed energie a questo percorso, i facilitatori che guidano i gruppi con competenza e passione e tutte le persone che, come Vincenzo, credono che la vera giustizia consista nella possibilità di un nuovo inizio.
da Editore Prison | Feb 13, 2025 | Blog
Gli artisti vengono definiti “stelle” perché hanno il compito di illuminare le tenebre della vita; altrimenti, che stelle sarebbero!
Introduzione
Da due anni amico e ospite fisso agli eventi di Prison Fellowship Italia presso la Casa Circondariale di Ariano Irpino (AV), Luca Pugliese è un artista poliedrico: pittore, cantautore, musicista.
Di origini irpine, da oltre dieci anni dona ai reclusi delle carceri italiane un’”evasione sana” con il tour “Un’ora d’aria colorata” come “one man band”. Recentemente, ha avvicinato i detenuti all’arte trasmettendo loro la passione per la pittura e guidandoli nel dipingere le pareti di alcune carceri.
- – Luca, da molti sei conosciuto per la tua “Ora d’aria colorata” nelle carceri italiane.
Spiegaci di cosa si tratta.
- – “L’ora d’aria colorata” è un progetto che porto avanti da anni, come una missione, e che dedico al popolo carcerario, portando con me i miei strumenti e regalando suoni, sensazioni, canzoni, interpretazioni, sia di pezzi miei che di pezzi estratti dal panorama musicale internazionale, soprattutto quello latino. Essendo meridionale, infatti, mi lego al mondo latino, brasiliano e napoletano. È un “Luca Pugliese nel sociale”, che si fa aprire le porte di un carcere, si presenta con semplicità, come un artista, un musicista, un pittore, e si pone di fronte a qualsiasi essere umano con la stessa empatia. L’”ora d’aria colorata” è nata perché nel mio paese viveva un direttore di un carcere molto noto che mi chiedeva spesso un concerto nel suo istituto. Il primo concerto l’ho fatto, non a caso, il 6 gennaio (Epifania) del 2013. Da quel giorno ho suonato nelle carceri oltre 30 volte! Penso di essere un “recordman” sotto questo aspetto. Essendo un one man band, riesco a tenere da solo un concerto. Tempo fa ho suonato per la prima volta in un carcere femminile, quello di Pozzuoli. L’impatto è stato ancora più forte: vedere delle donne soffrire, quelle che vengono definite il sesso “debole”, mi ha segnato molto… La mia missione di portare un sorriso, facendo dimenticare per un momento dove ci troviamo e di cogliere comunque la bellezza della vita, è stata riuscitissima.
- – Com’è nato questo tuo interesse per il mondo carcerario, per gli ultimi?
- – Non esistono né ultimi, né primi! Esistono esseri umani! Chiunque può trovare nella propria esistenza il bianco e il nero. Sappiamo bene che essere rinchiusi è una sofferenza tangibile, reale. Togliere la libertà alle persone, richiuderle in piccoli spazi non è una cosa dalla quale distogliere lo sguardo. È come se non funzionasse un ospedale, una scuola: è necessario intervenire. E io intervengo con la musica: nei miei concerti si ritrovano perfino a ballare la tarantella!
Alla fine di ogni mio concerto, gli educatori, gli psicologi, gli psichiatri si vengono a complimentare perché mentre loro fanno fatica a tenere a bada anche un solo detenuto, io, con la mia musica, riesco a tenerne a bada mille! L’arte fa miracoli!
- – L’arte porta sempre frutto, anche per chi vive la detenzione?
- – Io realizzerei un’intera orchestra! In Irpinia, nel carcere di Sant’Angelo ai Lombardi, tutti i detenuti sono lavoratori. Se li priviamo della loro libertà ma non dell’operatività è già un successo. È fondamentale tenerli attivi, vivi, liberi nella mente senza sovvertire le regole. Il problema non è il carcere di per sé ma il modo in cui è strutturato. Come per gli ospedali o le scuole c’è il carcere eccellente e quello fatiscente. Portare arte, cultura, fa respirare un altro clima.
Se chi abbiamo di fronte capisce che mettiamo passione in quello che facciamo, loro reagiscono con la stessa passione.
- – La musica, in particolare, può avere dei risvolti rieducativi?
- – Ogni carcere dovrebbe avere una sala prove, con un maestro che sappia dirigere i detenuti, e un gruppo musicale. Parlare della musica significa parlare dell’arte di Dio!
Dio ha creato prima la musica e poi l’acqua! Infatti mi accorgo che i detenuti sono “assetati” di vibrazioni di questo tipo. A Foggia, ad esempio, mi sono trovato in un ambiente inizialmente “traumatizzante”! Erano tutti un po’ arrabbiati, nervosi ma dopo dieci minuti sembravamo tutti fratelli! Mi hanno voluto addirittura prendere in braccio!
- – Nella tua canzone “Corri corri”, parli di una persona che sogna e dell’importanza del tempo. Tu cosa sogni e cosa ti aspetti dal futuro?
- – Io mi aspetto di lavorare in armonia con tutti e con tutto il Creato. Mi auguro di andare avanti e di crescere. Corri corri è dedicata alla mia esistenza, anche se poi la dedico all’esistenza di tutti perché è una sorta di consiglio di vita. Correre è sinonimo di lavorare, pensare, riflettere, decidere; ma ci dice anche che occorre fermarsi, in alcuni casi. Dobbiamo avere fiducia nel tempo.
- – Ti definisci spesso come un “artista cosmico”. Cosa intendi?
- – In realtà non mi definisco più così. Adesso mi ritengo un artista “antropico”, antropologico. Prima mi ritenevo “cosmico” perché mi sono ritrovato immerso nei colori, a dipingere giorno e notte, a suonare sempre, come se ci fosse una “forza cosmica” che mi spingeva.
Ho esplorato il cosmo nella pittura. Sono noto anche per aver esplorato il cosmo in tutte le sue sfaccettature: dalle stelle ai pianeti, alle galassie, ai buchi neri. Prima ero cosmico sulle stelle; adesso sono cosmico con tutto il peso della vita, da cinquantenne, con tutti i sacrifici per portare avanti l’aspetto artistico, in un paesino in provincia di Avellino, non in una metropoli.
- – Perché oggi ti definisci un “artista antropologico”?
- – Sono permeato di umanità:
dopo aver suonato oltre 30 volte in un carcere, non pensi più alle stelle! Pensi alla famiglia di quell’uomo recluso, ai figli senza un padre, a un microcosmo sociale che dobbiamo illuminare. Perché gli artisti vengono definiti “stelle”? Perché hanno la missione di illuminare le tenebre della vita, altrimenti che stelle sarebbero! Io credo di essere un “pianeta” e non una stella, perché ricevo e restituisco. Non mi si addice assolutamente il termine star.
- – Sei stato tra i protagonisti del “Pranzo di Pasqua” nel carcere di Ariano Irpino ad aprile 2023. Cosa ti ha lasciato questa esperienza promossa dall’Associazione Prison Fellowship Italia?
- – È stata una giornata bellissima. Ho apprezzato molto quello che avete fatto. Il clima era diverso rispetto ai miei concerti, perché sono stato ospite di una “cerimonia”, il Pranzo stellato della Santa Pasqua: è una cosa bellissima offrire un pranzo stellato ai detenuti. Sono stato a tavola con il Vescovo e con 12 detenuti che erano tra i più isolati, “pericolosi”, che non prendevano parte alle attività. Ma sono stati molto gentili: abbiamo sorriso, scherzato con il vescovo, con la presidente di Prison Fellowship Italia, Marcella Reni, molto simpatica.
- – Quali sono i tuoi attuali progetti?
- – Ho in programma diversi tour in tante piazze, soprattutto nel Meridione. Sto portando un omaggio a Franco Battiato intitolato E ti vengo a ricercare insieme a Dario Salvadori; ho un duo insieme a Tony Esposito e un altro insieme a Marco Zurzolo, tutti giganti della musica, ma mi esibisco anche da solo: cassa, chitarra, charleston e voce, tutti suonati contemporaneamente da me. In un certo senso, l’esibizione all’interno degli istituti penitenziari è un “rodaggio” dei concerti che farò poi nelle piazze. Diventa poi molto più semplice portare “fuori” le mie canzoni alle persone “libere”. E nelle piazze mi porto anche quel rigore, quel rispetto che mi offrono i detenuti nelle carceri; il ascolto in un silenzio tombale e l’applauso finale.
- – Credi in Dio? Ti accade di vedere nel volto dei detenuti il volto di Dio?
- – Molto! Moltissimo! In carcere c’è Dio sicuramente, si tocca con mano. Fuori è difficile toccarlo. La gente ha quasi vergogna della spiritualità in questo periodo, è qualcosa di negativo da raccontare. La gente ha quasi paura di coltivare la spiritualità, che non è esclusivamente la religione ma può essere contemplare un albero, la bellezza del mondo; Dio è ovunque. In questo modo, diventa poi normale arrivare a Dio: se si inizia a contemplare un filo d’erba, un fiore o un albero, le stelle, il cielo… Chi può averle create se non Dio! Oltre a essere credente sono anche molto spirituale.
- – Continuerai ancora a suonare nelle carceri?
- – Io mi auguro di sì, fino a quando avrò la forza di portare i miei strumenti dentro al carcere; fino a quando riuscirò a portare l’arte dove c’è bisogno, arte che serve a far star bene le persone che soffrono; l’arte come missione sociale, come dovrebbero fare tutti. E di tutto questo ne vado fiero.
Intervista di Daniela Di Domenico a Luca Pugliese, artista e cantautore
