Dal Simposio “Dalla Giustizia alla Fraternità”: una Riflessione di Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia

Il decreto conosciuto come “decreto Cartabia” sulla giustizia riparativa non è arrivato all’improvviso, ma è il frutto di un percorso lungo e complesso. Nasce da esperienze che, inizialmente timide e umili, si sono progressivamente fatte strada nel tempo. L’ex ministro Cartabia ha dovuto affrontare molte sfide per la sua approvazione, ma il decreto continua a generare resistenze e incomprensioni.

La giustizia riparativa non è semplice da assimilare; richiede un cambio di paradigma, di mentalità. Non si tratta della punizione per la violazione di una norma, ma di un processo di ricucitura, di riparazione. Il focus non è sul reato, ma sugli effetti che ha generato. In questo contesto, non interessa cosa è stato fatto, ma piuttosto quali impatti l’azione ha avuto e quali ferite ha provocato.

La giustizia riparativa è una giustizia tutt’altro che “buonista”, anzi è molto esigente, presuppone un impegno assunto volontariamente che richiede molta discrezione. Gli esiti della mediazione penale e delle azioni riparative devono rimanere riservati, se così desiderano le parti coinvolte. È un processo che richiede tempo per essere compreso, per entrare a regime, per formarsi. Ma soprattutto, richiede che ci si informi.

Non possiamo tornare indietro. Accanto al giudizio e alle sanzioni penali tradizionali, la giustizia riparativa deve affermarsi come un’alternativa necessaria. Non si tratta solo di una visione diversa della giustizia, ma di un percorso che cerca di capire, riparare e ricucire il tessuto sociale. In questo viaggio, non c’è spazio per la retromarcia. La giustizia riparativa è un passo inevitabile e fondamentale che dobbiamo compiere accanto alle strutture giuridiche tradizionali.

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