Da vittima a vincitrice

Da vittima a vincitrice

Oggi riportiamo una testimonianza delle meraviglie portate da Progetto Sicomoro.

Ecco la storia di Melissa, dall’Australia.

 

 

 

Successe più di un decennio fa, ma Melissa ricorda ancora vividamente il giorno in cui le è stata puntata un’arma contro.

“Fu un Martedì, che è di solito un giorno tranquillo,” dice. Melissa era chinata sulla sua scrivania in una banca di Brisbane, Australia, quando sentì qualcuno avvicinarsi. Alzò lo sguardo e vide una pistola puntata dritta alla sua faccia. L’uomo che teneva la pistola chiedeva soldi e minacciava la via di Melissa.

“La prima cosa che attraversò la mia mente fu Rivedrò ancora i miei figli?

Melissa ne uscì illesa, e si prese un po’ di tempo dal lavoro per riprendersi. Quando ritornò, quattro settimane dopo, si ritrovò vittima di un’altra rapina a mano armata. Questa volta, il criminale era armato con un coltello.

Melissa crollò.

Si licenzio dal suo lavoro e attraversò anni di profonda depressione, nella paura di trovarsi nuovamente in una situazione simile, ma non sarebbe sopravvissuta una terza volta. Solo quando riuscì a condividere la sua storia, Melissa riuscì a rimettere insieme la sua vita.

“Hai cambiato la mia visione del mondo per sempre,” scrisse in una lettera al suo aggressore. “Ho perso anni della mia vita. Ho pregato perché il mondo si fermasse. Il mondo continuava a girare mentre le vite degli altri prosperavano, la mia era ferma.”

La lettera di Melissa è parte di un esercizio di riabilitazione e guarigione del Progetto Sicomoro di Prison Fellowship Australia, un programma di giustizia ripartiva di otto settimane. Il progetto riunisce vittime e aggressori di crimini non collegati per parlare delle loro esperienze e fare ammenda.

“Questa è stata la prima volta che qualcuno ha ascoltato la mia storia… e l’ha validata,” dice Melissa.

Un componente chiave del Progetto Sicomoro è aiutare i detenuti a capire l’impatto del loro crimine e le sue conseguenze. Il corso conduce i detenuti attraverso conversazioni sulla responsabilità personale, sulla confessione, sul pentimento, sul perdono, sul fare ammenda e sulla riconciliazione, e da alle vittime una voce. Ascoltando le condivisioni delle vittime, gli aggressori hanno l’opportunità di capire l’impatto personale che hanno avuto su coloro che sono stati feriti.

Robert, un detenuto del Queensland, Australia, disse che fu “la prima volta che ho fatto qualcosa dietro le sbarre che mi ha fatto pensare a cosa ho fatto.”

Un detenuto nell’Australia dell’Ovest disse: “Oggi ho guardato allo specchio e ho visto un criminale che vuole cambiare… Ho guardato allo specchio e ho visto me stesso, affamato di una vita migliore, affamato di pace.”

Un altro detenuto fece una promessa dicendo: “Dire grazie non è abbastanza. Mostrerò la mia gratitudine non commettendo mai più crimini.”

Melissa ha potuto essere testimone di queste potenti momenti trasformativi nei cuori e nei comportamenti dei detenuti.

“Tutti loro hanno detto che non avevano mai capito o non erano in grado di comprendere che una vittima di una rapina potessero essere così colpita… erano quasi scioccati di sentire quanto aveva cambiato la mia vita.”

Melissa disse che è stata commossa dall’impegno dei partecipanti al programma, e dalla loro umiltà, dal rispetto e dal rimorso.

Lei continua a raccontare la propria storia e ora lavora nella giustizia ripartiva per i giovani, dando a giovani vittime come lei una voce. Afferma che spera che un giorno venga garantita a tutte le vittime di un crimine l’opportunità di sedersi di fronte alla persona che le ha ferite.

“La forza di questa esperienza è davvero più pesante di qualsiasi sentenza fatta”

Una grande fratellanza per il sogno di un mondo più umano

Una grande fratellanza per il sogno di un mondo più umano

LA TERZA ENCICLICA DI PAPA FRANCESCO per tutti i credenti, ma anche per i tanti operatori sociali e per gli uomini e le donne di buona volontà, diviene in questo tempo particolare, intenso e instabile, un monito forte.  Fortemente legata alle altre due:

 

  • LUMEN FIDEI (29 giugno 2013)
  • LAUDATO SI’ (24 maggio 2015).

 

Tra le trame e al cuore di questo grido d’amore del Papa c’è tutto il desiderio del Padre che si esprime nell’Incarnazione del Figlio per mezzo dello Spirito Santo, di essere realmente fratelli tutti, capaci di avere a cuore il bene dell’altro, a partire dalle virtù, dalle ricchezze e le doti e nonostante le diversità di razza, di cultura, di tradizioni, nonostante le infermità e le incapacità.

«Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20)

In questo tempo esausto e sfiancato dall’individualismo, dall’egoismo e dal relativismo morale, riconoscere di essere fratelli ora è l’unica soluzione per un’ inversione di marcia dal regresso umano che stiamo vivendo.

Una grande fratellanza che si converta così in amicizia sociale, capace di costruire e realizzare il bene e il rispetto di ogni cosa creata.

A partire dalla piccola Assisi, da San Francesco il “Poverello”, Il Papa ci riporta tutti, credenti e non, a riflettere sul sogno di un mondo migliore realizzato da tutti in questa grande amicizia sociale. Ricchi e poveri, adulti e bambini e tutte quelle fasce deboli della società attuale che vanno difese e non osteggiate e usate.

Il suo pontificato ha questo paradigma, il più importante:

Fraternità e Amicizia Sociale, Pace e Dialogo!

“Prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi. Ma abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune”. (n.17) 

Ricca di contenuti semplici, ma troppo profondi e provocatori, composta da otto capitoli, è consigliabile leggerla e soprattutto interiorizzarla per rispondere alla sempre tanto attuale domanda:

“Dove è tuo fratello?” (Genesi 4,9)

Dal male comune al bene comune, dall’iniquità planetaria, dalle ingiustizie sociali, ad un mondo più umano.

E particolarmente alla nostra attenzione e ai nostri cuori, al capitolo settimo, ai numeri 268 al 270, il Pontefice richiama alle pene ingiuste detentive fino all’ergastolo e alla pena di morte. Francesco ci richiama a “riconoscere l’inalienabile dignità di ogni essere umano e ammettere che abbia un suo posto in questo mondo”. (n.269)

Che grande il cuore di questo uomo, di questo prete, del Vescovo di Roma e Pontefice! Egli prova ad allargare i paletti del proprio cuore e prova ad allargare quelli del mondo alla visione di Dio, che “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Timoteo 2,49)

A partire da questo pellegrinaggio terreno. Prova senza esitazioni e senza paura dei giudizi dei dotti e dei potenti, a costruire ponti tra tutte le mura altre della divisione, della incomprensione, della incapacità, dell’orgoglio.

 

“Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti.”

 Martin Luther King

 

 

 

 

 

Forza per Samuel

Forza per Samuel

Una testimonianza da Prison Fellowship Colombia.

 

 

In Colombia, Samuel non è estraneo alle difficoltà. A cinque anni affronta sfide fisiche e ritardi nello sviluppo a causa di complicazioni che dalla nascita hanno colpito il suo cervello. È soggetto a frequenti convulsioni, ha difficoltà a camminare e deve necessariamente indossare un pannolino.

Ma non è tutto.

Samuel sta anche crescendo senza un papà perché il suo è in carcere. Quando il capofamiglia va in carcere, le famiglie sono spesso lasciate in situazioni drammatiche e la madre oppure i nonni devono lavorare e prendersi cura da soli dei figli.

I bambini spesso rimangono emotivamente segnati dalla separazione dai genitori, dallo stigma e dall’isolamento che sperimentano tra i loro coetanei e nelle comunità a causa della vergogna di essere associati ad un detenuto. Nonostante le innumerevoli sfide, la madre di Samuel si prende amorevolmente cura di lui e si sforza di dargli tutto ciò di cui ha bisogno.

 

Samuel si è recentemente unito al programma di supporto per figli di detenuti patrocinato da Prison Fellowship Colombia, che ha fornito ulteriore supporto per aiutare la sua famiglia. Anche prima che la pandemia COVID-19 colpisse la Colombia, la salute era una componente importante del programma per l’infanzia di PF Colombia che si è sempre adoperata fornendo cibo, formando gli operatori sanitari su questioni di salute e sicurezza e monitorando il benessere mentale ed emotivo di bambini ed operatori. Inoltre, PF Colombia fornisce formazione e supporto specifici per bambini con particolari necessità mediche, come Samuel.

La madre di Samuel afferma di sentirsi confortata dal supporto emotivo e spirituale e rafforzata dall’assistenza materiale.  È cosi in grado di fornire a Samuel la vita dignitosa che merita e lui crescerà sapendo di essere amato da molti.

Un gesto d’amore

Un gesto d’amore

Questo tempo di pandemia ha comportato delle modifiche anche nella struttura organizzativa delle carceri. Un provvedimento di quest’ultime prevede che per limitare la diffusione del virus Covid-19 i carcerati possano scontare la loro pena presso la propria abitazione. Questo però riguarda solo coloro che dispongono di un domicilio, la restante parte invece si trova impossibilitata a farlo.
Molte volte Papa Francesco ha sollevato il problema e l’Associazione Volontari in Carcere (VIC), la Caritas di Roma, i Cappellani di Rebibbia e l’Elemosineria Apostolica della Santa Sede si sono prodigati per far nascere una casa d’accoglienza.

È nato perciò il progetto “Ricominciamo” che vede coinvolti nella gestione i cappellani romani.  Il fine è permettere a chi non ne ha la possibilità di avere un casa in cui scontare la propria pena con l’obiettivo di aiutare detenuti ed ex detenuti a creare un progetto di vita da mantenere anche una volta usciti dal carcere.
«Ovviamente non diamo solo un tetto e del cibo, ma cerchiamo di portare avanti un progetto di vita per ognuno di loro, che andrà messo in pratica una volta che avranno scontato la pena. Al 40% si tratta di persone non italiane, ma noi trattiamo tutti come esseri umani al di là della provenienza geografica, etnica o religiosa.» (Don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma)

Apprendere queste notizie ci permette di sperare e credere in una società che si prepara ad accogliere una categoria di individui che spesso non viene presa in considerazione. In un tempo di difficoltà come quello che stiamo vivendo, un tempo di distacco e di distanza gesti come questi permettono a chi viene isolato di sentirsi accolto e abbracciato. Questo gesto d’amore, di apertura verso l’altro è l’essenza stessa della carità cristiana che dovrebbe spingere tutti ad accorgersi di una fetta d’umanità, i detenuti e non solo. Le loro famiglie, i loro cari, coloro che si trovano in difficoltà. Progetti come questo e molti altri pongono al centro l’accoglienza, la possibilità di riscatto e il perdono. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di umanità.

(Fonte: Vatican News)

La salute mentale conta

La salute mentale conta

Vogliamo riportare una breve riflessione offertaci da Prison Fellowship Irlanda del Nord riguardo la salute mentale.

In periodi difficili come quelli che abbiamo dovuto attraversare è facile sentirsi persi o scoraggiati. Questi problemi sono ulteriormente amplificati in un contesto complesso e chiuso come quello delle carceri. Ecco che è importante cercare di capire e abbattere lo stigma che affligge i problemi di salute mentale, così che ognuno si senta più libero di comunicare e chiedere aiuto. Tutti possiamo ricevere dei vantaggi da una mente più aperta e un contesto più attento all’ascolto senza giudizio.

 

Riportiamo a seguire le parole di James, Nord Irlanda:

 

 

La salute mentale riguarda il modo in cui si pensa, si sente e la propria abilità di affrontare gli altri e i bassi della vita. La saluta mentale di tutti oscilla. Abbiamo tutti periodi in cui ci sentiamo stressati o impauriti ma, di solito, sentimenti come questi passano.

Eppure per alcuni queste sensazioni possono svilupparsi in un problema più serio, con improvvisi cambi d’umore. Attraversano un’oscurità che sembra non passare mai. Sentono di non avere controllo sulla propria vita.

 

Nelle carceri la salute mentale è un problema importante.

 

“Nelle nostre carceri i problemi della società sono più concentrati. Ad oggi abbiamo 1533 individui in cura – il 72% ha lasciato la scuola tra i 14 e i 16 anni, il 50% non ha un titolo di formazione, il 60% erano disoccupati, l’89% hanno un passato di alcolismo o consumo di droghe, il 30% ricevevano aiuto psichiatrico o di comunità prima di entrare in carcere.” (fonte: Ronnie Armour, Direttore Generale del Servizio Carcerario dell’Irlanda del Nord – Gennaio 2020)

 

James afferma: “I detenuti usano termini come Ho la testa rotta/rovinata oppure Non posso affrontare tutto questo invece di esprimere meglio i loro problemi, di cui soffrono in silenzio invece di chiedere aiuto.

 

La salute mentale comprende depressione, ansia, stress e molto altro. E può arrivare velocemente a episodi di autolesionismo e suicidio.

 

Coloro che soffrono di problemi di salute mentale si accorgono che i programmi specializzati all’interno delle carceri aiutano a dare un senso e motivazione alle loro vite. Altri sono stati semplicemente supportati dalla gentilezza di qualcuno che si è seduto con loro e ha ascoltato attivamente le loro difficoltà senza giudicare.

 

Tuttavia c’è uno stigma legato alla salute mentale e spesso le persone non capiscono appieno gli effetti che può avere.

I membri di un gruppo di supporto per coloro che soffrono di depressione si incontrano una volta a settimana per socializzare e supportarsi a vicenda. Anche solo per dirsi Non sei da solo. “Una volta un ragazzo ha raccontato di essere andato in un negozio non perché gli servisse cibo, ma solo per chiacchierare con la persona al banco, per poi scoprire che era self-service, non c’era nessuno! Tutti hanno riso, ma io ho capito la sua solitudine”.

 

Dal lockdown, sempre più persone soffrono di problemi di salute mentale.

 

“Personalmente, mi manca vedere amici e familiari. Mi manca mischiarmi con altre persone e sono bloccato da solo nel mio appartamento. Ho superato le ultime dieci settimane giocando, dipingendo e andando in bici. Avere una routine è vitale per la salute mentale, ma è stata dura. Una chiamata settimanale dal coro PF Voices of Hope (traduzione letterale: Voci della Speranza di Prison Fellowship) mi ha fatto mantenere il contatto ed è stata una vera benedizione. Dobbiamo trovare piccole grazie che ci facciano andare avanti.”

 

Molto deve essere ancora fatto per aiutare e supportarsi a vicenda. La luce splenderà sempre nei momenti bui. Non importa quanto scuro diventa, possiamo superarlo un giorno alla volta.

 

– James – Cristiano, artista, videogiocatore, e amico della salute mentale

Il dono gratuito

Il dono gratuito

Enrico è detenuto da più di 30 anni in regime di massima sicurezza. Un particolare merita attenzione. Al momento della sua cattura il suo grado di istruzione era praticamente inesistente. Ora lui può vantare due lauree e sta studiando per la terza. Una è in filosofia.

Importante è l’immagine sul volontariato, che è quello che ciascuno di noi nel suo piccolo cerca di fare.
Volontariato come dono gratuito, dono da elargire nell’invisibilità, senza pubblicità, dono da offrire prima ancora di essere richiesto, “dono che consente a tutti noi (detenuti) di pensarci esseri umani.”

 

Cari voi
Grazie per l’invito e per l’opportunità offerta.
Sono consapevole che questa riflessione è del tutto personale e da un luogo, un carcere, circondato da alte mura di recinzione, sorvegliate da guardie armate e progettate per segnare un confine: quello tra il “bene” e il “male”. Ma, almeno questa volta, la minaccia, circolante nei luoghi della “libertà”, il COVID-19, deve rimanere fuori dalle mura.
L’esigenza primaria: rimuovere le paure e i turbamenti dall’interno delle comunità dei cittadini “liberi”, cede il passo alla tutela dei luoghi della reclusione… anche del diritto alla salute delle persone detenute? Oggettivamente, le persone private della libertà sono soggetti deboli e, ahimè, tali rimarranno, fintanto che le politiche sociali lasceranno il passo a quelle securitarie.
Dovremmo riflettere profondamente da quali “luoghi” arrivano i reali pericoli per ogni forma vivente su questo pianeta. Confinare dietro alte mura persone responsabili di reati, potrà risultare rassicurante, comodo, ma, lasciatevelo dire, è sì confortevole, ma alquanto fuorviante.
In Sardegna non si hanno notizie di contagiati tra i reclusi, non sappiamo se tra gli agenti vi siano contagiati, ma, in molte carceri della penisola si sono registrati un centinaio di contagi tra reclusi e agenti penitenziari.
Questo luogo di detenzione, situato lontano dalle nostre residenze, Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, Lazio, con poche accezioni sarde, ha potuto farsi carico dei disagi con modalità più attenuate; a livello nazionale, eccezionalmente, sono state aperte linee di colloqui (videochiamate e maggiori telefonate su numero fisso), fintanto che non vengano ripristinati i colloqui in presenza – peraltro già autorizzati dai primi di giugno, ma con modalità di svolgimento talmente “inanimate”, “distaccate”; sì, a tutela delle persone private di libertà, ma, non idonei ad alleviare il distacco, la distanza, dai familiari.
Per noi reclusi, il colloquio settimanale, mensile o, per tanti carcerati lontani dai luoghi di residenza, semestrali-annuali, è il tempo dell’interazione emotiva teso ad agevolare l’equilibrio psichico: la resilienza alle stagioni del carcere.
Quando andiamo incontro ai familiari indossiamo la maschera della salute, del benessere generale: sorrisi per grandi e piccoli. Coprendo la mimica facciale, indossando guanti in lattice, posti ai lati di un tavolo, dietro un divisorio in plexiglass, ci rimarrebbero solo gli occhi: «e il loro accesso privilegiato alle apparizioni» come scrisse Saramago, ma nei volti dei familiari rivelerebbero una penosa emozione, aumentando lo stress psicofisico: pur comprendendone i motivi, le ragioni, presumo vi rinunceranno la quasi totalità – come già sta accadendo in molte carceri.
La dilatazione nei tempi della visita dei familiari la sopportiamo da lungo tempo; la “distanza sociale” era già in essere nella nostra quotidianità, ma, per tutti coloro che soffrono una particolare forma di reclusione, vale una famosa espressione di Antoine de Saint-Exupéry: «L’essenziale è invisibile agli occhi» ne Il piccolo principe.
Il filosofo E. Levinas afferma che «L’etica è un’ottica spirituale», a voler mettere in risalto quanto di effimero / illusorio vi sia in ciò che noi, semplificando, chiamiamo “realtà”.

Il volontariato, «gesto-del-dono-gratuito», si colloca nel perimetro dell’ottica spirituale levinassiana, già in essere nel volontario; dono gratuito rivolto / svolto nei luoghi della sofferenza, dell’emarginazione, della subalternità (dei senza voce); situati nelle periferie delle grandi metropoli, ma già produce smarrimento, bisogni, miserie, anche in luoghi più “borghesi”.
Il vostro «Eccomi» permette di mantenere vivo quel reticolato di relazioni, interazioni: consentono a tutti noi di pensarci «esseri umani». Soccorrete, intervenite, prima ancora che qualcheduno «chiami»; qui, il vostro donarvi, è intensamente etico. Il “dono” non deve rispondere a nessuna logica di mercato; molti volontari girano la notte (molti di voi durante il giorno svolgono altre mansioni) sì, per aiutare i tanti senzatetto / homeless, ma proprio per affermare l’idea che l’essenziale deve darsi nell’invisibilità: senza alcuna pubblicità.

Enrico – questo è il mio nome – può dirvi che la salute rende il proprio corpo un luogo ancora “abitabile”, ma, la capacità di comprendere gli avvenimenti nella loro “verità”, col passare delle settimane, dei mesi, risulta parzialmente compromessa dall’ingente mole di cronache, resoconti, provenienti dai sistemi di “approvvigionamento“: i media quale unica fonte di conoscenza quotidiana nelle carceri. Aver definito i media “fonte-di-conoscenza” potrà sembrarvi azzardata, ma, per noi, questo è.
I media, per loro natura, ospitano opinionisti – molti dei quali onniscienti (sic!) – senza minimamente preoccuparsi dell’esattezza, dell’attendibilità, delle loro affermazioni; “inquinano” il messaggio pubblico, fuorviando il senso, il significato, d’ogni argomento trattato: divenendo i “padroni” del discorso comunitario, conducono, anche i più riflessivi, in pensieri “liquidi”.

Mi sono chiesto se fosse mai accaduto che storicamente un evento traumatico avesse sconvolto le categorie mentali, le capacità ipotetico-deduttive, faticosamente consolidatesi negli umani evoluti: sì, tante volte!
Ma che cos’è che ci ha impaurito così tanto? Abbiamo scoperto che questo virus ci toglie, sopprime, le nostre memorie storiche: i nostri anziani.
Rimuovendo queste “unicità”, rende l’umanità infinitamente più povera; dove operava l’imponderabile naturale, si diffonde un eccidio delle possibilità: veniamo privati dei nostri strumenti di crescita, dei nostri maestri di vita.
Negli ultimi quindici anni avevo smesso di guardare il piccolo schermo – su saggio consiglio del mio primo docente di filosofia – privilegiando una lettura che esplorasse il “Tutto” – ma quanto accadeva ci ha connessi al televisore per aggiornarci sui drammatici / traumatici eventi. Essendo i nostri pensieri rivolti all’essenziale – genitori, mogli, figli, fratelli, amici – ci siamo assoggettati, ma, almeno, nel mio caso, senza dipendenza.
Valgono per tutti gli # Uniti nella distanza o # Andrà tutto bene – che io condivido meno, dato l’elevato numero di perdite che abbiamo subito (a troppi non è andata affatto bene). Quando a miliardi di persone nel mondo non va tutto bene… da molto tempo, e non andrà meglio nei prossimi anni, chi si rimboccherà le maniche, chi metterà piedi e mani in quei luoghi? Altro che patto di stabilità al 3%!!!
Molti dovrebbero recarsi in pellegrinaggio a Santa Marta e ascoltare le omelie del Vescovo di Roma, Papa Francesco.
Ecco perché dovremmo riflettere, e tanto, da quali «spiriti-mondani» arrivano i reali pericoli per ogni specie vivente su questo pianeta.

Dico spesso, ai miei compagni di espiazione, che la libertà è essenzialmente responsabilità: tutti vorremmo essere liberi fisicamente da queste mura, ma saremo in grado di assumere le responsabilità richieste ad ogni abitante in questo meraviglioso pianeta? Compito che non riguarda una particolare disciplina o scienza particolare, ma l’essenziale / spirituale.
È necessario “porsi-in-ascolto” degli echi di dolore dell’orfano, della vedova, di ogni nostro fratello bisognoso.

Quanto sta accadendo a miliardi di persone, servirà a ripensar-si interiormente, fondando nuove coscienze, al di qua delle logiche di mercato, rinnovando lo spirito per mezzo delle attitudini a donarsi gratuitamente? Ogni santo giorno, prima di poggiare i piedi per terra, dovremmo “porci-in-ascolto”.
La filosofia orientale ci insegna che in ogni crisi si presentano nuove opportunità – speriamo non per il malaffare – ove comporre diverse tradizioni, paradigmi sociali, cui fare riferimento. I giovani sono chiamati ad edificare un diverso mondo, ma, oltrepassando l’utopia del bene comune, siamo consapevoli, coscienti, dei rimedi che le élite politico-economiche, pseudo-democratiche, tenteranno di porre in essere per sanare questa ferita: ripararsi sotto l’ombrello della scienza, della tecnica, panacea di tutti i mali, al fine di ritrovarsi in convenienti, mondane, abitudini. Questo pianeta non è di loro proprietà, lo governano, sì, ma non gli appartiene.

Vorrei conoscervi, vorrei poter condividere con voi il “gesto-del-dono-gratuito
#UNITINELLADISTANZA

Enrico

Tutoraggio intenzionale

Tutoraggio intenzionale

N’yamien Amanizan Henri e N’guessan N’da Yao Crépin di Prison Fellowship Costa D’Avorio condividono la loro storia di come il tutoraggio abbia condotto a un successo personale, di squadra e del programma. Di N’yamien Amanizan Henri, direttore esecutivo, e N’guessan N’da Yao Crépin, coordinatore di The Prisoner’s Journey di PF Costa d’Avorio Tre anni fa il programma The Prisoner’s Journey (TPJ) di PF Costa d’Avorio stava affrontando numerose sfide e ostacoli. Divenne palese che il ministero nazionale doveva assumere un coordinatore per il programma TPJ. Nonostante il programma fosse già ben implementato e nonostante l’appena assunto coordinatore avesse una vasta esperienza nel ministero delle carceri e nel TPJ, il tutoraggio fu importante. Il direttore esecutivo di PF Costa d’Avorio, N’yamien Amanizan Henri, si impegnò per essere intenzionalmente il supporto e il mentore per N’guessan N’da Yao Crépin, il nuovo coordinatore di TPJ. E, attraverso questo tutoraggio intenzionale, il programma cominciò a prosperare, gli obiettivi vennero raggiunti e il team ora si mostra più sicuro e competente di quanto sia mai stato.   Qui riportiamo la storia di Henri e Crépin:   Come avete cominciato a lavorare con Prison Fellowship International? N’yamien Amanizan Henri: Io mi unii nel 2004 da studente e lavorai come dottore volontario e rappresentate di PF Costa d’Avorio nella mia parrocchia locale. Dal 2009 al 2011, fui coordinatore progettuale per le carceri con casi di HIV / AIDS in Costa d’Avorio. Dal 2012, sono direttore esecutivo e capo del progetto “Onesime” fondato da Chryzalid, associazione svizzera.   N’guessan N’da Yao Crépin: Io mi unii a PF Costa d’Avorio come parte del progetto TPJ. Sono un cappellano del carcere. Mi informarono del fatto che PF Costa d’Avorio stava organizzando la formazione per un programma che avrebbe aiutato a trasformare le vite dei detenuti. Presi parte alla formazione inizialmente come volontario facilitatore.   Come siete finiti a lavorare insieme?   Henri: Quando PF Costa d’Avorio realizzò che dovevamo cercare un nuovo coordinatore, l’impegno e la disponibilità di Crépin catturò la mia attenzione. Come direttore esecutivo, è mia responsabilità conoscere i punti di forza e di debolezza del mio staff. Sapevo che era un uomo efficiente sul campo e anche che gli serviva supporto nel lato amministrativo e di monitoraggio del progetto. Così ho supportato Crépin nelle mansioni di pianificazione (viaggi, formazioni, movimenti logistici, ecc…), nel facilitare la partecipazione dei leader delle parrocchie, nell’amministrazione carceraria (attraverso raccomandazioni e chiamate telefoniche), nel cercare soluzioni ai problemi che il programma incontra, e nel compilare i suoi resoconti.   Crépin: Ho cominciato come facilitatore volontario per i corsi di TPJ nella prigione di MACA. Colpito da questo programma, ho lavorato duramente per aiutarlo ad avere successo. Avendo messo tutto il mio impegno in  TPJ e nel lavoro nelle carceri e avendo messo il mio ministro funzionale all’interno delle carceri, fui reclutato per essere il nuovo coordinatore di questo programma. Ci furono sfide che il programma dovette affrontare, quindi Henri mi fece da tutor cosicché il programma potesse raggiungere gli obiettivi.   Perché il tutoraggio fu importante per entrambi?   Henri: Il tutoraggio è importante per me perché permette al mentore di mettere alla prova le proprie abilità di insegnamento, di mettere in evidenza le qualità del proprio staff e di aiutarli a oltrepassare le proprie debolezze. Bisogna essere pazienti. È un processo. Il goal finale del tutoraggio è quello di rendere i tuoi dipendenti in grado di svolgere un lavoro bene e di poterti fidare di loro.   Crépin: La leadership è importante per un buon tutoraggio. Henri mi ha fatto da mentore per farmi conoscere meglio l’organizzazione, per conoscere tutti gli aspetti di TPJ, per lavorare in modo efficace e per collaborare.   Che principi biblici sono stati particolarmente d’aiuto durante il processo di tutoraggio?   Henri:

  • La grandezza si vede in colui che si mette al servizio di altri, come è scritto in Matteo 20:25-28.
  • Leadership umile, come ci insegna il Signore quando lavò i piedi dei Suoi discepoli in Giovanni 13:4-8.

Creépin:

  • Leadership che serve è la natura della leadership cristiana, come si vede in Matteo 23:11 e Luca 22:27.
  • Come gestire le priorità e il prendere decisioni, come riferito in Matteo 23.

Che successi ha ottenuto il team come risultato del tutoraggio? Henri: I successi raggiunti includono:

  • Ridurre la durata delle missioni
  • Efficacia nella gestione dei tempi
  • Migliorata capacità di pianificazione strategica
  • Migliorato coinvolgimento dei leader e dei volontari delle parrocchie locali
  • Maggiore unità nel lavoro di squadra
  • Coinvolgimento completo e collaborazione onesta con il direttore esecutivo per il successo di TPJ

Che consigli vorreste dare ad altri ministeri nazionali a proposito del tutoraggio? Crépin: Lavorate insieme in una collaborazione aperta, onesta – dalla leadership ai facilitatori volontari – nel rispetto dei principi di leadeship e dei tutor.

Portare avanti la chiamata

Portare avanti la chiamata

Muylen Orng di PF Cambogia condivide come è diventata fortemente fiduciosa nella chiamata del Signore e ci incoraggia a non stancarci di fare il bene

 

Nelle nostre vite abbiamo tutti momenti in cui nulla sembra andare bene. Prison Fellowship Cambogia – come il resto del mondo – sta attraversando uno di questi momenti, soprattutto dovendo affrontare il COVID-19. Non è facile affrontarlo – ma quando abbiamo fede, troviamo la forza e l’incoraggiamento nella Bibbia. Crediamo nelle promesse di Dio per ciò che Lui ha già portato a PF Cambogia e alla famiglia internazionale di Prison Fellowship.

Per esempio, quando sono diventata direttore esecutivo di PF Cambogia alla fine del 2019, ho dovuto passare attraverso tempi difficili. Sia la gestione generale che la raccolta di fondi è stata veramente difficile.

Ho pregato Dio per la Sua grande gloria e perché mi guidasse attraverso i momenti difficili. Ho riflettuto su Galati 6:9-10, che dice: “Non ci scoraggiamo di fare il bene; perché, se non ci stanchiamo, mieteremo a suo tempo. Così dunque, finché ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente ai fratelli in fede”.

Sono stata anche incoraggiata da Filippesi 1:6-11, Timoteo 4:14-16 e Colossesi 3:23-24. Sono diventata fortemente fiduciosa nella chiamata del Signore a guidare PF Cambogia, anche con le limitazioni umane e di risorse finanziarie che avevamo in quel momento. Ho avuto fiducia in Dio che mi fornisse tutto cosicché potessi portarlo a PF Cambogia, e continuare il Suo ministero a coloro che sono stati colpiti dal crimine e dal carcere. E io avevo fiducia che le famiglie possono essere ristorate nelle loro comunità, e quindi abilitate a migliorare le loro comunità.

Abbiamo formato una nuova organizzazione, studiato la situazione presente e fatto domande per trovare soluzioni alle nostre sfide. Abbiamo notato che alcuni dei nostri approcci e servizi avevano bisogno di avere una ristrutturazione interna così da poter essere più efficaci ed efficienti nelle nostre operazioni.

In quel tempo, e mentre affrontiamo questa pandemia, cinque versi della Bibbia ci hanno aiutato a continuare a guidare PF Cambogia. Questi sono:

  • Deuteronomio 11:13 – “Ora, se obbedirete diligentemente ai comandi che oggi vi dò, amando il Signore vostro Dio e servendolo con tutto il cuore e con tutta l’anima
  • Salmi 119:10 – “Io ti ho cercato con tutto il mio cuore; non lasciarmi deviare dai tuoi comandamenti
  • 1 Samuele 12:24 – “Solo temete il SIGNORE e servitelo fedelmente, con tutto il vostro cuore; considerate infatti le cose grandi che egli ha fatte per voi
  • Matteo 6:34 – “Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno
  • Giovanni 14:27 – “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore

In conclusione, mentre facciamo il nostro meglio per portare a compimento la nostra chiamata in qualsiasi circostanza, “Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno.  Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2 Corinzi 4:16-18).

Crescere spiritualmente aiutando gli altri

Crescere spiritualmente aiutando gli altri

Laura Cano, direttore esecutivo di Prison Fellowship Messico, condivide come lei e il suo team lavorano duramente per resistere alle distrazioni e per essere in sintonia con la voce di Dio.

Di Laura Cano, direttore esecutivo di PF Messico

 

Un mio caro amico di Prison Fellowship Colombia mi disse: “In questo ministero, una volta che visiti un carcere, sei destinato a una vita nel carcere”. Diventi l’ospite d’onore di Cristo per essere testimone del Suo amore e della Sua misericordia incondizionati.

 

Mano a mano che lavoriamo, possiamo sentire la Sua presenza – la puoi trovare negli occhi di coloro che devono scontare una condanna. Aiutare i detenuti e le loro famiglie ti permette anche di avvicinarti a Cristo in un modo così diverso che le nostre vite cominciano a trasformarsi inevitabilmente. Cristo diventa il centro.

 

Lavorare nelle carceri, tuttavia, può essere un ministero molto delicato. E a volte può sembrare che il nostro lavoro metta in ombra la nostra personale crescita spirituale – specialmente quando siamo emotivamente e spiritualmente stanchi. È importante tenere conto che avremo delle esperienze frustranti. Quindi, guarda al di là del ministero. Mantieni forti le tue relazioni con la famiglia, gli amici, la parrocchia e i mentori. Ci aiutano ad essere più forti, riposati e arricchiti nella nostra relazione con il Signore mentre guadagniamo delle fidate prospettive esterne.

 

Noi, come individui e come gruppi, dobbiamo concentrare la nostra attenzione su come Dio vuole che agiamo in ogni momento. Per ascoltare è necessario prestare attenzione. Lui è un Dio d’amore, il che vuol dire che Lui non si nasconde da noi e ci parla in molti modi diversi.

 

Ogni leader del ministero deve resistere alle distrazioni ed essere attento alla propria crescita spirituale. I ministeri nazionali possono anche aiutare il proprio staff e i volontari a trovare equilibrio e ristoro attraverso programmi per far crescere la fede, come ritiri, incontri e momenti di preghiera.

 

Abbiamo scoperto che un modo che ci aiuta ad essere più consapevoli del lavoro di Dio e a sentirLo è di offrirsi per primi come strumento del Signore prima di entrare nelle carceri. È essenziale cominciare sempre con una preghiera, invitando il Signore a guidarci nel nostro lavoro. Poi, alla fine della visita, ci riuniamo per condividere le esperienze del giorno e per essere in grado di riconoscere il messaggio del Signore. È meraviglioso vedere come questa pratica ci insegni ad ascoltare la volontà di Dio, di indirizzarci verso dove possiamo sentirla nelle nostre vite quotidiane, nelle nostre interazioni con la famiglia o i colleghi.

Servire Dio attraverso i nostri compagni in carcere trasforma i nostri cuori, rendendoci persone migliori per portare il Signore nel mondo.

A meno che Dio non costruisca una casa, noi stiamo solo facendo una baracca

A meno che Dio non costruisca una casa, noi stiamo solo facendo una baracca

 

Jorge Silva, il coordinatore di The Prisoner’s Journey a livello nazionale, condivide come PF Portogallo ha incorporato la preghiera nei loro impegni nel ministero.

 

Prima di accettare il mio ruolo con Prison Fellowship Portogallo, mia moglie Catarina e io abbiamo pregato per un anno per capire come Dio ci avrebbe potuto usare per il Suo Progetto. Non servivamo in nessun ministero da quando lasciammo il National Presidency of the Christian Motorcyclists Association.

Credo che quella sia stata la risposta che Dio diede alle nostre preghiere – non solo per noi come coppia ma per l’intera comunità della nostra parrocchia locale.

Come strumenti nelle mani di Dio, i momenti di preghiera sono una priorità. Dobbiamo sempre mettere Dio al primo posto e, come Salomone, chiedere un po’ della Sua saggezza così da poter comprendere i desideri del Suo cuore.

Con tutto quello che sta succedendo in Portogallo in questi giorni, è facile “pregare incessantemente” (Tessalonicesi 1, 5:17). So che Dio è in controllo di tutto ciò che succede nel mondo, e anche il Portogallo è nelle Sue mani sante. Inoltre, capisco che questo passaggio valga in più contesti – ed è per questo che il 14 febbraio 2019 abbiamo formato un team di cui la preghiera è uno dei pilastri.

Non tutti i volontari possono fisicamente andare e svolgere il ministero dentro le carceri. Tutti però possono stare in preghiera per coloro che stanno facendo servizio all’interno delle carceri. Questo team è composto non solo dai volontari che danno servizio direttamente per The Prisoner’s Journey (TPJ), ma anche membri delle parrocchie in cui abbiamo presentato il nostro lavoro. Abbiamo parrocchie che dedicano un’ora a settimana di preghiera per il programma.

Catarina prega sempre per la mia protezione quando entro ed esco dalle carceri. Chiede a Dio di usarmi in questo progetto e che le mie parole abbiano risonanza nei cuori di coloro che sono presenti ad ogni sessione. Prega che le guardie possano diventare facilitatori del TPJ, e prega anche per le famiglie e le persone care dei detenuti.

Pregare per i detenuti che hanno portato oscurità nelle vite di altri non è sempre facile per molte persone. Pregare per le famiglie dei carcerati e intercedere per loro è qualcosa che scuote, confonde molte persone, anche coloro che siedono nei banchi delle chiese. Ci sono spesso pregiudizi cristiani e idee radicare che devono essere estirpate per poter far risplendere agli altri il modo di amare di Dio in tutto il suo splendore. La Bibbia dice in Tassalonicesi 1, 5:15 “Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti”.

Molte volte noi – come esseri umani e leader del ministero – proviamo a cominciare a costruire una casa dal tetto, senza nemmeno invitare l’Architetto degli Architetti per mettere le fondamenta. Credo che, come nella matematica ci sono le frazioni il cui numero inferiore è chiamato denominatore, così la preghiera è alla base di tutti gli elementi del ministero. Se nelle frazioni non c’è un comune denominatore, l’equazione non può essere risolta. Dobbiamo tutti avere il comune denominatore in Dio attraverso la preghiera.