VOCI OLTRE LE MURA

Entrare nell’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano non è mai un gesto neutrale: significa attraversare un confine umano prima ancora che fisico e accettare che ciò che si incontra lì dentro lasci un segno. Per lavoro sono abituata a farlo: entro come avvocata, con un ruolo riconoscibile, con una funzione che precede la persona e che, in qualche modo, impone rispetto. Questa volta, però, è stato diverso. Non avevo un incarico, non avevo un titolo da esibire. Entravo solo come volontaria dell’Associazione Prison Fellowship Italia, con le mani vuote e il cuore esposto. E mentre il lento, pesante e arrugginito cancello si chiudeva alle mie spalle, alle ore 08:35 di giovedì 18 dicembre 2025, una domanda mi risuonava dentro: <<Può una prigione rendere libero chi vi entra?>>. Perché dietro quelle sbarre non ci sono solo errori commessi o etichette da indossare, ma vite che restano umane, con storie, fragilità e un desiderio futuro che chiede di essere riconosciuto.

Fin dai primi passi al suo interno, il carcere mi è apparso diverso da come spesso lo avevo immaginato. Il personale – Polizia Penitenziaria, educatori e mediatori culturali –  ha accolto me e gli altri volontari con attenzione e rispetto, mostrando una cura autentica per i bisogni dei ragazzi. Non un controllo freddo, ma una presenza vigile, fatta di ascolto quotidiano, di professionalità e umanità intrecciate.

Camminando negli spazi esterni, quelli che si affacciano sul cortile, il mio sguardo è stato catturato da alcuni murales coloratissimi: fucsia, verde acido, azzurro cielo, giallo girasole, colori vivi e accesi, in netto contrasto con il rosso mattone dei muri dell’Istituto, come se la creatività dei ragazzi provasse a scalfire, almeno con lo sguardo, la durezza delle pareti. Opere nate durante le ore settimanali di arteterapia, un’altra forma di linguaggio, un altro modo per esistere oltre l’errore.

Prima ancora delle parole, ho percepito la loro presenza. Curiosi, indagatori, a tratti diffidenti, a tratti improvvisamente luminosi, rivolgevano a me uno sguardo diretto, senza filtri dal mio ruolo professionale. Giovani e vivi, con domande che non sempre trovano voce, portavano sui loro volti la mancanza di ciò che di più essenziale ogni adolescente desidera: una famiglia, una casa, affetti stabili, un senso di appartenenza, tutto ciò che per molti di loro è distante o assente da troppo tempo. In quegli istanti, l’esuberanza dell’età conviveva con una profondità che nasce solo da chi ha conosciuto troppo presto il vuoto di queste assenze.

Quel giorno io, Angelica, Elena, Hillary, Ilaria e Sonny non eravamo lì solo per “fare qualcosa per Natale”. Eravamo lì per portare il Natale oltre le mura, nel suo significato più semplice e vero: stare insieme. Natale come famiglia, anche quando la famiglia è lontana, spezzata, assente. Natale come tavola condivisa, come tempo donato, come possibilità di sentirsi parte di qualcosa, almeno per qualche ora.

Il profumo del cibo, preparato dallo Chef Juan Lema della Trattoria Mirta di Milano, ha inebriato subito i corridoi delle cinque Sezioni Ordinarie, annunciando che qualcosa di speciale stava accadendo. Un carrello per ogni Sezione e da lì è iniziato il nostro piccolo rituale: pulire l’area comune, apparecchiare la tavola con tovaglie rosso Natale, sistemare bicchieri e posate. Gesti semplici, ripetuti e condivisi con i ragazzi. Per una volta le loro mani non erano ferme o controllate, ma impegnate a prendersi cura di uno spazio comune, a preparare un luogo di incontro.

Poi ci siamo seduti a tavola. Noi volontari, i ragazzi e anche gli educatori delle singole Sezioni. Alcuni ragazzi mi hanno offerto il loro cibo, come si fa quando si riconosce l’altro come ospite. In quel gesto, così spontaneo, c’era molto più di una condivisione materiale: c’era fiducia. Qualcuno ha iniziato a raccontarsi, parlando della propria famiglia, della mancanza di casa, dell’udienza di pochi giorni prima. Parole dette sottovoce, senza clamore, affidate a un ascolto che non giudica. Tra sorrisi accennati, risate improvvise, preghiere islamiche e una collaborazione spontanea, le distanze si accorciavano: non c’erano ruoli da difendere, ma persone che facevano qualcosa insieme, come accade in una casa quando ci si prepara a stare a tavola. Il Natale era tutto lì: nel mangiare insieme, nel raccontarsi, nel sentirsi, per un attimo, famiglia.

A un certo punto sono arrivate le canzoni. Con l’aiuto degli artisti che hanno accettato di sostenere questa straordinaria iniziativa, i ragazzi hanno iniziato a improvvisare. Cantavano con entusiasmo, con sorrisi larghi, con un ritmo allegro e orecchiabile. A noi volontari sembravano canzoni leggere, quasi spensierate. Solo dopo abbiamo capito che non lo erano affatto.

Tutte parlavano della stessa cosa: della mancanza della mamma, della nostalgia della loro terra, del dolore di essere lontani da casa. Dentro quella musica era racchiuso tutto ciò che portano dentro ogni giorno. La musica permetteva loro di dire l’indicibile, di trasformare la sofferenza in suono, il dolore in qualcosa che può essere condiviso. Ho compreso ancora una volta quanto questo linguaggio sia essenziale e quanto la presenza degli artisti sia preziosa: perché l’arte apre spazi di libertà dove la parola si ferma.

Prima di salutarci, abbiamo lasciato ai ragazzi un dono semplice, ispirato a Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. Un segno essenziale, pensato per dire ciò che a volte le parole non riescono a contenere. Non sapevamo come sarebbe stato accolto. E invece lo hanno custodito con una cura che ci ha sorpresi: appeso negli spazi comuni, conservato nelle loro stanze. Come si fa con ciò che conta davvero.

La volpe disse al Piccolo Principe:
<<Per favore, addomesticami>>.
<<Che vuol dire?>> chiese lui.
<<Vuol dire creare un legame>> rispose la volpe.
<<Vuol dire che tu sarai importante per me,
e io lo sarò per te
>>.
Il Piccolo Principe tornò ogni giorno alla stessa ora.
Si sedeva un po’ più vicino.
La volpe imparò ad aspettarlo.
<<Ora i tuoi passi sono diversi da tutti gli altri>> disse la volpe.
<<E il grano mi ricorderà il colore dei tuoi capelli>>.
Quando venne il momento di salutarsi,
il Piccolo Principe era triste.
<<È normale>> disse la volpe.
<<Se mi hai addomesticata, ci saranno anche le lacrime.
Ma ne è valsa la pena
>>.
Il Piccolo Principe capì che addomesticare
non vuol dire possedere,
ma volersi bene.

In quel gesto silenzioso c’era il desiderio di trattenere un incontro. Il Piccolo Principe e la sua volpe ci hanno accompagnati anche lì, ricordandoci che addomesticare, come dice la volpe, non significa possedere, ma creare legami. Significa prendersi il tempo di conoscersi, scegliersi ogni giorno, rendere l’altro unico attraverso la presenza e l’attesa. Significa accettare che l’incontro comporti una responsabilità, perché quando si crea un legame non si è più indifferenti. Ogni cuore, soprattutto quello ferito, ha bisogno di essere addomesticato così: con pazienza, con attenzione, con uno sguardo che non passi oltre ma resti.

A fine pranzo, un ragazzo mi ha fatto vedere la sua “camera”. La condivideva con altri tre compagni: letti uno accanto all’altro, pochi spazi personali. Eppure sulle pareti c’era il mondo esterno: squadre di calcio, cantanti, fotografie di famiglia. Tutto ciò che viene da fuori è conservato e appeso con cura, come se quelle pareti diventassero una finestra aperta sul mondo, un mondo per non perdere il legame con ciò che manca.

Poi è arrivato il momento di uscire. Gli stessi ragazzi che ci avevamo salutato con timidezza all’inizio della mattina, ci hanno accompagnati all’uscita con affetto. Ci hanno stretto la mano, ci hanno ringraziato, uno ad uno. In quei gesti semplici c’era il senso profondo di quel Natale condiviso.

Ma insieme ai saluti è tornata anche la domanda più difficile: dove andranno? Sono ancora così piccoli, così fragili e spesso torneranno da dove sono venuti. E quel “da dove sono venuti” è, troppe volte, il motivo per cui oggi sono qui.

Eppure, proprio dentro questa inquietudine, continua a vivere una speranza ostinata. La speranza che un giorno, quando questi ragazzi avranno scontato la loro pena, li attendano nuove pagine da riempire. Pagine bianche, bianche come il bucato steso sulle terrazze, mosso dal vento, esposto alla luce, visibile a tutti.

Il 18 dicembre 2025 sono entrata in carcere per condividere un pranzo con i giovani dell’Istituto Penale per Minorenni “Cesare Beccaria” di Milano perché nessuno è solo il suo errore e perché il Natale, prima ancora che una festa, è un incontro che può accadere ovunque. Anche dietro le sbarre.

Sono uscita dal Beccaria con il cuore pieno e in ascolto: pieno per ciò che ho ricevuto, in ascolto per ciò che resta da fare. Perché se è vero che quei ragazzi sono “dentro”, è altrettanto vero che una parte di loro – fatta di musica, arte, affetto e desiderio futuro – è già pronta a uscire. E chiede solo di non essere lasciata sola.

Concludo con un grande grazie all’Associazione Prison Fellowship Italia che insieme a Rinnovamento nello Spirito Santo e a Fondazione Alleanza del RNS, in collaborazione con il Ministero della Giustizia e con il patrocinio del CONI Comitato Regionale Lazio, ha realizzato l’iniziativa “L’Altra Cucina… per un Pranzo d’Amore”, il più grande evento di Natale nel sistema carcerario italiano, che per un giorno trasforma gli spazi del carcere, riempiendoli di festa, vita e umanità.

 

Sara Dealessandri

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