Lettera di Andrea al termine del Progetto Sicomoro

Lettera di Andrea al termine del Progetto Sicomoro

Sono Andrea, ho 24 anni e ho partecipato al progetto Sicomoro nel periodo giugno-luglio 2022.

Per chiedere perdono a coloro ai quali ho recato disagio economico e psicologico, penso che il primo passo è ristabilire un equilibrio di benessere psico-fisico con me stesso e dal 15.05.2020 sto cercando di dimostrarlo con i fatti e non con le solite parole.

Purtroppo attualmente ho una sfiducia nei miei confronti che solo fuori da questo carcere potrò cambiare adempiendo ai miei doveri.

Il progetto Sicomoro mi ha messo davanti delle vittime che raccontandosi, a nudo e senza filtri, mi hanno fatto sentire emotivamente inferiore, forse non riuscirò mai a raccontarmi per davvero quello che sono stato.

Mi rimarrà impresso un abbraccio dopo che chiesi scusa ad una vittima di furto; mi sono sentito un verme per tutte le volte che ho rubato.

Tra i trambusti della mia vita ho fatto tanto soffrire i miei genitori e soprattutto mio fratello, però mi sono guardato dentro per la prima volta e adesso mi impegno nel lavoro e studio anche per recuperare il tempo perduto.

Se sono qui non posso piangermi addosso ma la colpa è solo mia. Prima di tutto ho causato tanti problemi a casa, nel matrimonio dei miei genitori tanto da indurre mio fratello ad andarsene via di casa, perché lui in quel casino non ci voleva stare.

Vorrei avere davanti a me tutte le vittime che hanno subito i miei reati, guardarli negli occhi e spiegargli che purtroppo sotto l’effetto di stupefacenti un tossicodipendente non coglie in maniera oggettiva le conseguenze dei propri atti, le persone diventano uno strumento per arrivare alla sostanza. Ti trovi da solo e l’unica forma di gratificazione è la droga.

Qui alle Vallette mi sono diplomato e ho un buon lavoro che mi permette di mettere da parte qualcosa per quando uscirò; solo allora potrò avere la prova che il percorso sin ora fatto è stato costruttivo.

Chiedo perdono a tutte le vittime ma anche alle persone che hanno creduto in me ricevendo sempre delusioni. Infine chiedo scusa a me stesso, avrei potuto fermarmi al momento giusto e tornare nella retta via ma non ho avuto il coraggio né la forza. Ora guardo al futuro fiducioso, però posso dire con certezza che quando sembrava tutto finito l’Unico che mi è stato accanto era Dio.

Genitori Dentro e Fuori: progetto di sostegno alla genitorialità

Genitori Dentro e Fuori: progetto di sostegno alla genitorialità

L’esperienza genitoriale, già così difficile nel contesto quotidiano, viene notevolmente complicata quando la relazione genitori-figli viene attraversata dall’evento detentivo. Ad essere colpito non è soltanto il soggetto che ha commesso il reato, ma tutto il contesto familiare, soprattutto i figli. La carcerazione di un genitore è un’esperienza dolorosa e traumatica per molti bambini e adolescenti che va ad impattare sulla loro vita, sul benessere psichico, fisico e sociale.  Nella consapevolezza di dover e poter fornire un supporto psico-educativo che miri all’ascolto, ad offrire opportunità di incontro, crescita e cambiamento nella relazione genitori-figli, laddove questa soffra la distanza e le oggettive limitazioni delle mura carcerarie, nasce presso la Casa Circondariale di Palmi il PROGETTO DI SOSTEGNO ALLA GENITORIALITA’ “Genitori dentro e fuori” che a breve vedrà la conclusione della sua III edizione.

La metodologia scelta è l’intervento di gruppo e dalla I edizione alla III il numero dei partecipanti è stato in crescita, un fattore che ha confermato ulteriormente la validità del progetto.  Il progetto per ogni edizione si è articolato in circa 8/9 incontri con cadenza settimanale di 90 minuti.

Dal primo incontro i partecipanti, compresi i conduttori, si sono disposti in cerchio e dopo un giro di presentazione, tutti sono stati invitati a immaginare di intraprendere un “viaggio” che contenesse in sé il desiderio di cambiamento e soprattutto si articolasse in un percorso che avesse una funzione formativa.  Dopo aver scelto il mezzo con cui intraprendere questo viaggio, questo è stato disegnato su un grande foglio bianco e ognuno liberamente si è collocato al suo interno, aggiungendo qualsiasi elemento ritenesse fondamentale. In alcuni casi è stata scelta la nave, in altri il viaggio è stato una scoperta di posti da visitare a piedi o con un pulmino. Un aspetto cruciale sono state le aspettative di ogni soggetto e il bagaglio che desiderasse portare con sé, per alcuni fatto di esperienze, convinzioni, per altri un bagaglio vuoto da riempire man mano.

Nei successivi incontri è stata data l’opportunità di accogliere ed elaborare la funzione paterna, raccontando come hanno vissuto l’essere diventato padre e come lo vivono nell’oggi. Di seguito alcune testimonianze: <<Essere padri è un dono, ma non è facile, non sai se ciò che fai è giusto. Nel poco tempo a disposizione mi viene più facile dare calore che rimproveri>>. <<Adesso ho capito molte cose. Le paure che aveva mio padre nei miei confronti, adesso le ho anche io per i miei figli, adesso ho capito>>. 

Sono state proiettate delle scene tratte da film per far riflettere non solo sulla difficoltà di esercitare il ruolo genitoriale, ma sulle aspettative e sulle esigenze dei figli. Si è lavorato su come accrescere e rafforzare le competenze educative e sono stati illustrati i 4 stili educativi genitoriali affinché si potesse avere una guida operativa per riflettere, modificare e affinare la propria linea educativa.  Sono state condivise delle lettere, si è lavorato con l’uso di immagini in grado di evocare ricordi, suscitare emozioni e aiutare a comprendere che ogni emozione merita di essere espressa.  In alcuni casi è stato necessario lavorare sui Giusti Si e i Sani No da dire ai propri figli; sull’importanza di perdonare se stessi per gli errori commessi e per la sofferenza causata ai propri cari, aprendosi a nuove opportunità e a ricominciare. Si è fatto uso di interviste doppie, scenette per verificare gli apprendimenti e dare la possibilità ai padri di immedesimarsi nei ruoli dei figli.

Ogni gruppo ha manifestato i propri punti di forza e quelli di maggiore debolezza su cui si è dovuto soprattutto lavorare: alcuni si sono mostrati più aperti di altri, altri sono sbocciati durante i vari incontri donando al gruppo le proprie ferite, insicurezze, lacrime e desideri. Altri ancora hanno colto l’occasione per rafforzare quel cambiamento personale e genitoriale che aveva avuto inizio già da tempo e che aveva bisogno solo di essere rinforzato. Molti hanno imparato a guardare con occhi nuovi ciò che sembrava scontato.

Nuovi sentimenti, nuove consapevolezze, maggiori attenzioni ai figli e soprattutto ascolto attento e non giudicante. Nei vari incontri non sono mancati riferimenti a parabole del vangelo che potevano essere contestualizzate, preghiere conclusive, canti. Gli stessi conduttori hanno scelto di migliorare il progetto chiedendo ai partecipanti dell’ultima edizione di suggerire quegli aspetti che avrebbero voluto trattare o approfondire e in uno scambio di ruoli, per alcuni minuti, i conduttori sono stati travolti dalle emozioni dell’immedesimazione e dalla crescita che il gruppo ha manifestato.

Per ogni edizione del progetto si è sempre cercato di concludere con un ultimo incontro in cui partecipassero anche le famiglie dei detenuti. Il covid, purtroppo come in ogni ambito, è stato un grande ostacolo che per molti ha determinato l’impossibilità di concretizzare questo sogno. Tuttavia, al termine di questa terza edizione, alcuni di loro avranno la possibilità di trascorrere del tempo da dedicare ai propri cari, giocando, parlando e soprattutto donando tutto di se stessi così come desiderano.

Genitori dentro e fuori è un progetto che aiuta i padri ad esercitare il proprio ruolo nella difficile situazione in cui si trovano e soprattutto li aiuta a guardare al domani con speranza, immaginando un futuro diverso per sé e per la propria famiglia. E’ un progetto che ha scosso tutta la realtà carceraria della Casa Circondariale di Palmi perché non si parla solo più di pene, avvocati, cause, ma nelle ore d’aria i detenuti continuano a raccontarsi e condividere fra loro le difficoltà di padri, incoraggiandosi e sostenendosi a vicenda, consapevoli del peso comune che portano sulle spalle.

Sabrina Orlando

E poi…l’imprevisto!

E poi…l’imprevisto!

Si può riassumere tutto un progetto sicomoro in un abbraccio: sicuramente no, ma comunque intanto cominciamo da lì.
Siamo all’ultimo incontro del progetto svolto a Torino, Le Vallette, tra giugno e settembre. La direzione ha concesso la partecipazione di alcuni familiari dei detenuti. Quindi un giorno speciale per molti di loro.

Gianni è un giovane che si è rovinato per la droga. Per procurarsela furti e rapine con conseguente arresto e alcuni anni di condanna. Durante il progetto si dichiara sconfortato perchè il suo comportamento aveva portato discordia in famiglia tanto che suo fratello se ne era andato, stanco delle liti dei genitori. Alla sessione finale di oggi erano presenti la mamma ed il fratello di Gianni. Lui ha l’infelice idea di presentarmeli. Prendo in disparte il fratello e gli chiedo di Gianni. Mi conferma che non ne vuol più sapere nulla perché troppe volte ha promesso cambiamenti per lasciare cadere tutto nel nulla. E infatti si vedeva da lontano il gelo fra di loro. Ma io so che Gianni è cambiato. Come tutti oggi legge la sua lettera, chiedendo scusa e perdono a tutti e specialmente al fratello. Inutile, uno girato a destra e l’altro a sinistra. Senza dirgli nulla, verso la fine dico che sarebbe bello sentire anche i familiari e naturalmente chiedo al fratello di Gianni di venire al microfono. Preso in contropiede, si sente obbligato ad alzarsi. Comincia a dire qualcosa sull’incontro e ne approfitto per fagli la domanda diretta: “e di Gianni che ci dici”! Malvolentieri conferma la sua delusione per le troppe promesse mancate, ma poi con un mezzo sorriso aggiunge: “sinceramente lo vedo un po’ cambiato. Forse vale la pena di dargli una nuova possibilità “. Gianni lo aspetta a braccia aperte e l’abbraccio dura a lungo come lungo è il tempo che passano dopo a parlare insieme. Speriamo bene e preghiamo per loro.

Troppo poco, allora continuo.

La direzione ha permesso la partecipazione dei detenuti partecipanti al progetto di 3 anni prima. Si presentano in 4. Gli altri nel frattempo sono ritornati liberi e sono in continuo contatto con noi, specialmente con Arcangelo. Fanno tutti la loro testimonianza, confermando tutte le conquiste che avevano raggiunto durante il progetto e anzi come quelle fossero la base dalla quale continuavano a crescere. Tra di loro c’è Mattia. Il suo progetto era stato molto duro perché duro era il suo reato. Se vi ricordate vi avevo detto come la madre, nel parlatorio, avesse visto la luce che si era riaccesa nei suoi occhi, la luce che aveva da ragazzo. Ho rivisto quegli occhi brillare e sono rimasto a bocca aperta sentendolo ricordare il suo cammino durante il progetto, sentendolo ricordare tutte le vittime e quanto gli avevano dato, sentendolo ricordare tutte le parole, tutte le impressioni che ci siamo scambiati. Adesso lui è un punto di riferimento per tutti i detenuti perché cura i loro rapporti on-line e lo fa con amore e per amore. Alla fine del progetto aveva promesso che la sua vita sarebbe stata orientata a fare il bene e lo sta confermando.

Troppo poco, allora continuo.

All’inizio di un incontro eravamo un po’ arrabbiati. Io, Arcangelo, Caterina, Anna, Aurora, Michela, Marco e Chiara eravamo da soli nell’aula. La guardia ci dice che quel giorno erano stati sbloccati i colloqui e che quindi tutti i detenuti erano in attesa del familiare o del collegamento on-line. Quando qualcuno terminava sarebbe venuto. Dal nulla spunta Francesco e decidiamo di cominciare con lui. Il motivo c’era. Francesco si era macchiato di omicidio. E’ un gran chiacchierone, ma ogni volta che arrivava sul fatto si bloccava e cambiava discorso. Anche stavolta parte dall’inizio. Dopo mezz’ora arriva al punto e…. prosegue. Stavolta non si blocca, ma si sblocca e riesce ad affrontare la realtà di quanto avvenuto. La paura di raccontarsi davanti ad altri penso sia insita in ciascuno di noi, figurarsi tra di loro. Dopo un po’, tra un andirivieni pazzesco, rientrano anche molti altri e possiamo completare regolarmente l’incontro. Per la precisione Francesco si è sbloccato con le parole, ma rimane ancora molta strada perché lui riesca ad accettare con la mente quanto avvenuto. Intanto è partito.

Troppo poco, allora continuo.

Per Angelo è la classica storia: giovane, droga, rapine, carcere. All’uscita con molta buona volontà prende la strada giusta: un buon lavoro e una ragazza con la quale metter su famiglia. Ma! Inevitabilmente sorgono i ma! Lui è un ex detenuto. Non è marchiato in fronte, ma è come se lo fosse. Per molti, troppi, vale il teorema: non può cambiare, prima o poi ci ricasca. Questo vale soprattutto per la famiglia di lei, che conseguentemente mette continui ostacoli al loro rapporto. D’altra parte lui, per seguire lei, entra a far parte dei testimoni di geova e allora è la sua famiglia che si ribella e non lo vuole più. Proprio quando il matrimonio sembrava vicino, i due muri eretti dalle famiglie riescono ad avere la meglio e va tutto a catafascio e conseguentemente va a catafascio anche la vita di Angelo: si ributta nella droga e pesantemente.

L’inevitabile conclusione: di nuovo in carcere.

Dopo il primo incontro ci dice che non tornerà più perché ci sono troppi riferimenti biblici e lui di religioni non ne vuol più sapere.
Ma Dio, quel Dio che lui rifiuta, vede e provvede. Le confidenze, durante la pausa sigaretta, e la testimonianza di una vittima permettono di individuare la cruna d’ago per entrare nel suo cuore e allora si apre un’autostrada.
Butta fuori tutti i suoi errori, tutte le sue sconfitte, tutti i suoi rancori verso un mondo che continua a giudicarlo. Guarda caso proprio dalle sue parole capisce che può ricominciare, proprio dalle cure e attenzioni delle vittime capisce che non tutti lo giudicano e condannano per partito preso, proprio dall’ambiente del sicomoro capisce che anche per lui può esserci una famiglia.
Ed il primo passo lo farà con Caterina, che lo accoglierà nella sua comunità.

Troppo poco, allora continuo.

Il papà di Marco portava spesso con sé il ragazzo nei suoi viaggi come autista e Marco si innamora di quel lavoro al punto di abbandonare le superiori per affiancare il padre nell’attività di conducente. Tutto bene con lavoro, moglie e figlio. Ma! Ancora una volta sorgono i ma!

Il padre è colpito da un infarto invalidante ed un grosso cliente non paga il suo debito. La ditta crolla, ma lui, con l’aiuto dei fratelli la riapre. Guarda caso poco dopo il più grosso cliente fallisce e quindi falliscono anche loro. La sua passione è così grande che prova a ripartire con l’aiuto di un fratello. Purtroppo i fornitori e gli autisti vogliono essere pagati in anticipo, mentre i clienti pagano a 120 giorni. I soldi mancano tanto che non riesce a pagare le bollette di casa con la moglie ancora incinta.

Disperato commette l’errore fatale: accetta di trasportare droga.

Con i soldi paga le bollette e raddrizza la ditta, ma i nodi vengono al pettine e lui viene arrestato. Il padre malato muore, nasce il secondo figlio, la sua famiglia è senza un sostegno e lui è in carcere, abbastanza per abbandonarsi alla disperazione. Da gesti estremi lo salva il cappellano. Il sicomoro è per lui un toccasana e, guarda caso, proprio alla fine, con l’art.21, gli viene concesso il lavoro esterno, guarda caso proprio come autista. E’ una persona rinata. Alla sessione finale non può essere presente proprio per il lavoro e allora ci manda una mail: “..mi farebbe piacere che la mia lettera sia letta per fare capire quello che mi ha dato il progetto ed essere in qualche modo lì con voi”.

Troppo poco, allora continuo. – No! Basta, non ne possiamo più. – Ok, allora mi fermo, anche perché ho una bellissima notizia da dare. Naturalmente non adesso, avete detto che siete stanchi. Sarà per la prossima volta.

Pierpaolo Trevisan

“…ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36)

“…ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 36)

54.841. Questo è, ad oggi, il numero delle persone detenute negli istituti di pena in Italia.
12.000.000 è, invece, il numero di detenuti nel mondo. Di questi, 361.466 si sono lasciati raggiungere da un messaggio d’Amore, da una “buona notizia”: il Vangelo. Hanno, cioè, accettato di intraprendere un viaggio, Il viaggio del prigioniero”, durante il quale hanno imparato a conoscere la figura di Gesù, la Sua identità, la Sua missione e la Sua chiamata, attraverso le pagine del Vangelo di Marco e la guida di oltre 8000 volontari cristiani.

A rendere possibile questo viaggio è stata la Prison Fellowship International, che da più di 40 anni lavora per offrire alle carceri di tutto il mondo dei programmi in grado di recuperare i detenuti, aiutare le loro famiglie e favorire la loro reintegrazione all’interno della società.

Intraprendere un viaggio rappresenta sempre un rischio, un’incognita rispetto a ciò che si potrà trovare lungo la strada, ancor prima di giungere a destinazione.
Il nostro viaggio è iniziato con la formazione ricevuta, prima a Milano e poi a Salerno, durante il mese di agosto, insieme all’ideatore del progetto, Stephen James, ma si è concretizzato solo una volta arrivati a Nairobi, il 17 settembre, nel corso di una settimana formativa svolta insieme ad altre 14 Nazioni provenienti da ogni parte del mondo.
La paura con la quale lo abbiamo intrapreso è la stessa che ciascuno, prima o poi, si ritrova ad affrontare quando il Signore lo chiama a lasciare le sue cose, a non voltarsi, ad andare nei villaggi da Lui indicati, con la consapevolezza che potrebbe accadere di ritrovarsi in acque tempestose, in terre straniere, di essere rifiutati. Eppure, ogni incontro autentico fa sorgere, in chi lo ha vissuto, il desiderio che anche altri, soprattutto gli ultimi, gli irrecuperabili, possano sentirsi rivolgere quelle stesse parole di salvezza che, prima, qualcun altro gli aveva rivolto, cambiando la sua vita per sempre.

Sin da subito, una volta arrivati in Kenya, abbiamo fatto esperienza della bellezza di essere preceduti e accompagnati dallo Spirito Santo: una scolaresca di bambini del luogo, incontrata per caso, ci ha accolto con grandi sorrisi, carezze e abbracci, come fossimo stati la cosa più bella e preziosa che avessero mai visto. Sapevamo che in quell’incontro c’era la benedizione di Dio sul nostro “sì” e sulle fatiche che la missione avrebbe richiesto.

Caratteristica sorprendente di questo progetto, emersa durante il confronto con i vari ministeri nazionali della Prison Fellowship presenti a Nairobi, è la capacità di mettere insieme culture diversee sistemi penitenziari differenti, riuscendo comunque a raggiungere, a prescindere dal contesto e in un clima ecumenico, i risultati sperati: muovere quei passi necessari per spezzare, una volta per tutte, il cerchio del crimine. Lo scopo, infatti, è offrire ai detenuti la possibilità di un cambiamento di cuore e di mente che possa, poi, portarli ad invertire la rotta che la loro vita aveva intrapreso, per scelta o per necessità. E c’è solo una persona capace di spezzare le catene del peccato che attanagliano la vita e impediscono di riconoscersi figli amati: Gesù, che per primo ha fatto esperienza della prigionia e dei sentimenti di paura, solitudine, abbandono.

Proprio come gli apostoli, il Viaggio del Prigioniero prevede che si entri in carcere a due a due, insieme, per essere segno della comunione e dell’unità che vengono da Dio, testimoniando la bellezza e la forza che possono derivare solo dall’amore fraterno. Ma dietro quei due fratelli c’è un’intera comunità di volontari che, con diversi servizi, partecipa a diffondere la Parola. Dalle persone che si impegnano a coinvolgere nuovi volontari, a quelle che mettono in comune i loro guadagni; da quelle che, nel silenzio del loro cuore, pregano per ciascuno dei detenuti senza averli mai incontrati, a quelle che offrono le loro abilità professionali. Ognuno è indispensabile e ciascuno può fare la differenza, mettendosi al servizio con ciò che ha, anche fosse solo sé stesso. I giorni a Nairobi sono stati fondamentali proprio perché ci hanno dimostrato l’importanza di lavorare insieme, come membra di un unico corpo, come Chiesa.

Una delle esperienze più formative di quei giorni è stata la visita al carcere di Nairobi, durante la quale è stato possibile partecipare alla prima delle otto sessioni in cui si articola il progetto.
Prima di entrare ci chiedevamo cosa avremmo visto, ipotizzavamo il degrado a cui avremmo assistito, forse, l’atteggiamento scontroso di qualche detenuto o delle guardie stesse. Eppure, laprima cosa che ci ha colpito è stata la loro accoglienza: ci aspettavano, non con diffidenza o sospetto, ma come si aspetta la pioggia dopo un lungo periodo di siccità. Ognuno di noi volontari apparteneva a una realtà del mondo diversa, ma in quel momento eravamo parte di un’unica cosa, di quell’unico corpo. Diverse erano le lingue e le culture, ma lì dentro sentivamo soltanto ciò che ciaccumunava: la chiamata al servizio.

È bastato un canto iniziale, fatto di due frasi You are wonderful, you are worthy, perché ogni paura o preoccupazione si sciogliesse, perché la distanza fisica che c’era tra noi e i detenuti venisse meno.
Gesù, mediante lo Spirito Santo, era in mezzo a noi e ci stava aspettando. Era nei loro occhi, sui loro volti, nelle loro storie, nelle loro paure, nelle loro speranze.
La sessione si è svolta in assoluta tranquillità, con la piena partecipazione dei detenuti che, sebbene vivessero la fede (o la mancanza di questa) in modo diverso gli uni dagli altri, si sono lasciaticoinvolgere dalle guide in un percorso — o meglio, viaggio — che li porterà a scoprire (o a riscoprire) che Gesù è venuto proprio per loro, per farsi conoscere da loro, per donare loro la Parola che salva e che apre una nuova via quando sembra non esserci alternativa.

Lo sforzo a cui ci chiama questa missione è quello di scendere dal nostro personale sicomoro, che ha permesso alla nostra vita di vedere Gesù, per andare incontro all’uomo, come chiede continuamente Papa Francesco, e metterci al suo servizio, per accoglierlo e farcene carico, divenendo noi stessi sicomori sui quali arrampicarsi per vedere il Messia, proclamando il Vangelo della salvezza.


E tu, cosa aspetti? C’è un fratello o una sorella che ha bisogno di te per risollevare il capo dai suoi fallimenti e dalle sue delusioni e riconoscere Gesù in mezzo alla folla che abita la sua vita.

Testimonianza di Marcella Reni a Charis

Testimonianza di Marcella Reni a Charis

Nel 2009 il Rinnovamento nello Spirito santo in Italia ha costituito l’Associazione Prison Fellowship Italia, aderente a Prison Fellowship International, che in tutti i continenti si propone di riparare le vite spezzate sia dei detenuti che delle vittime e delle loro famiglie.

Gli inizi sono stati molto duri e faticosi per le tante difficoltà incontrate sia dentro le carceri perché c’erano molti ostacoli da parte delle Direzioni, sia fuori perché c’è molto pregiudizio nella società rispetto ai detenuti. Un’altra difficoltà era che i volontari devono essere formati e noi non li avevamo, però oggi possiamo dire che il Signore ha aperto le strade.

Uno dei progetti più belli che portiamo in carcere si chiamo Progetto Sicomoro.

Si base sul vangelo di Luca, cap. 19, il brano su Zaccheo che è un usuraio, non una persona per bene, un uomo che invece Gesù chiama per nome, davanti alla folla tra cui c’erano sicuramente anche le sue vittime. Noi con questo progetto portiamo dentro il carcere vittime di reato; quando i detenuti ascoltano le storie delle vittime tutto cambia. E quanto più i criminali hanno compiuto reati terribili, tanto più cambiano. Quando incontriamo i detenuti ci accorgiamo che pensano di essere loro le vittime, vittime della società, della povertà, e che sono vittime anche le loro famiglie, poi incontrano le vere vittime e capiscono invece che ci sono altre vittime. Abbiamo fatto questo progetto anche con ergastolani che sono ancora in carcere dopo 10 anni dal Progetto, ma che stanno cambiando il carcere dall’interno. E lo abbiamo fatto anche con i musulmani e con i testimoni di Jehova. Abbiamo avuto un testimone di Jehova che ci ha chiamato dopo 3 anni dall’aver partecipato al Progetto con noi e ci ha chiesto di diventare cattolico. Io ho chiesto, “perché vuoi diventare cattolico? Tu sei nato in una famiglia di testimoni di jehova, i tuoi ti abbandoneranno.” E lui ha risposto, “i miei mi hanno presentato un Dio che giudica, voi mi avete portato un Dio che perdona, e io voglio questo Dio”.

Quando le vittime si raccontano, i detenuti abbassano la testa, si vergognano. All’inizio è uno scontro, poi diventa un incontro, e l’Incontro è dato dallo stesso dolore, perché il dolore non è buono o cattivo, è dolore. E questo crea l’incontro.

Abbiamo incontrato un uomo, un ergastolano, killer, che è ancora in carcere, che aveva avuto 3 sentenze di ergastoli. Non si perdonava i suoi omicidi, non perdonava se stesso. Continuava a confessare al Cappellano sempre lo stesso peccato di omicidio, ed era a rischio di suicidio. Poi ha incontrato la vittima che noi abbiamo portato dentro, una giovane donna calabrese a cui era stato ucciso il fratello, perché i genitori non avevano voluto pagare il pizzo, la tangente. E questa ragazza ha detto a questo uomo, “se gli assassini di mio fratello fosse come te, li perdonerei.” Questo uomo solo in quel momento si è perdonato. E la mamma di questo uomo lo andava a trovare ogni mese, e non sapeva nulla della partecipazione a questo progetto Sicomoro da parte del figlio. Lui ci ha raccontato che quando è stato condannato, la madre gli ha detto, “io pregherò sempre per te, e saprò che Dio ha ascoltato le mie preghiere quando vedrò i tuoi occhi brillare come quando eri piccolo”.

Questo uomo durante tutto il progetto ha pianto molto, e quando la madre dopo il progetto è andata a trovarlo in carcere, ha riconosciuto subito i suoi occhi e gli ha detto “ora i tuoi occhi brillano come quando eri piccolo.” Quelle lacrime gli avevano lavato gli occhi ma anche il cuore.

E adesso questo uomo viene mandato nelle scuole a fare la sua testimonianza e poi torna in carcere. È un ergastolano. Però è libero, perché Gesù promette la liberazione, non la libertà e lui si sente un uomo libero, e questo perché qualcuno di noi è andato a trovarlo nel carcere. Questi progetti che portiamo in carcere liberano anche le vittime. Abbiamo incontrato una mamma a cui avevano ucciso il figlio e voleva solo vendetta, non giustizia, vendetta. E lei diceva “oltre ad avere perso un figlio, io sono diventata cattiva”. Poi è entrata in carcere con noi, ha incontrato degli assassini e ha riconosciuto in loro lo stesso suo dolore, l’altra faccia della medaglia, ma lo stesso dolore. E lei ora dice “non pensavo di essere liberata da chi è in carcere.” Lei non chiede più vendetta, annuncia il perdono. E quindi con questa Associazione lavoriamo sia per i detenuti che per le vittime. Formiamo i nostri volontari perché vadano in carcere, e all’inizio ci dicono “perché dovremo andare in carcere, è meglio buttare la chiave.” Invece dopo essere entrati, cambia la mentalità fuori, nella società, nel loro ambiente familiare, tra i loro amici. E quindi è un lavoro su più piani, dentro e fuori. Perché anche noi cattolici dobbiamo cambiare la mentalità, anche le nostre famiglie, devono essere più accoglienti.

I nostri imprenditori devono aprire le porte per il lavoro, perché si può cambiare. Perché l’uomo e la donna che incontrano Gesù possono cambiare. Perché Gesù cambia i cuori e le menti. Stiamo portando in Italia, iniziamo tra poco un nuovo progetto, si chiama il viaggio del prigioniero. Si basa sul vangelo di Marco. È stato ideato da un ex detenuto. Un uomo drogato, spacciatore, che ha incontrato dentro il carcere i carismatici, che gli hanno annunciato l’amore di Gesù, Lui è un Inglese e dopo essere uscito dal carcere ha pensato “come posso fare per aiutare altri come me?” E ha ideato questo progetto, che si limita a presentare Gesù, attraverso il vangelo di Marco, si presenta Gesù. Lui dice che il Vangelo racconta se stesso. E racconta che gli apostoli pur essendo stato 3 anni con Gesù erano cechi. Non avevano capito la missione di Gesù, il valore della redenzione della morte di Gesù. Però poi quando arriva lo Spirito Santo si aprono i loro occhi. E la prova è che mettono tutto in comune. Noi porteremo questo progetto in Italia cominciando dalla Calabria e poi in tutta Italia.

Abbiamo già formato i primi 100 volontari, ma ne servono altri mille. Perché vogliamo arrivare al maggior numero di detenuti. Questo progetto prevede per 8 settimane il viaggio del carcerato e, dopo, proponiamo il battesimo nello Spirito, quindi il seminario di vita nuova. È un grande lavoro che ci attende, ma Gesù sta già lavorando per questo. Dice la scrittura, che Gesù mandava avanti a due a due, i suoi discepoli nei villaggi in cui lui doveva entrare, e siamo sicuri che ci sono già tante carceri dove lui vuole entrare. Cerca solo donne e uomini generosi che entrino. La nostra visione è di spezzare il ciclo del crimine, e solo lo Spirito Santo può farlo. Noi da soli non possiamo farlo. Grazie.

Roma, 25 settembre 2022

Orlando Rose D’Costa

Prende il via a Nairobi in Kenya la formazione dei coordinatori di PFI che inizieranno il progetto “Il Viaggio del Prigioniero”.

Prende il via a Nairobi in Kenya la formazione dei coordinatori di PFI che inizieranno il progetto “Il Viaggio del Prigioniero”.

Insieme a numerose nazioni provenienti da tutti i continenti, è presente anche Prison Fellowship Italia con una numerosa delegazione: insieme alla presidente Marcella Reni e alla Vice Presidente Paola Montello, anche i due coordinatori del progetto italiano Mariapia Romeo e Francesco Paolo Di Turo e, nel ruolo di interpreti, Orlando e Mary Ann D’Coste. 

“Il Viaggio del Prigioniero – dice la presidente Reni- è un progetto innovativo che si propone di portare Gesù a un milione di detenuti entro il 2023 nel mondo. Si stima che siano oltre 12.000.000 i detenuti ristretti in 18.500 carceri e molti di questi uomini e di queste donne non hanno mai ricevuto la buona notizia, ossia che Gesù ha il potere di trasformare la loro vita. Noi vogliamo aiutare i detenuti ad intraprendere un viaggio con Gesù che per primo ha fatto esperienza di ciò che loro stessi provano: paura, solitudine, alienazione, abbandono.”

Tra i ministeri nazionali di Prison Fellowship International sono presenti a Nairobi anche Ucraina, Nigeria, Namibia, Burkina Fasu e Togo, Sud Africa, Argentina, Colombia, Uganda, Costa Rica, Romania, Zimbabwe, Paraguay, Repubblica Domenicana, Guinea.

La settimana di formazione si concluderà con la visita al carcere di Nairobi. 

TPJ – “Il Viaggio del Prigioniero”

TPJ – “Il Viaggio del Prigioniero”

Evangelizzare: perché, chi, dove, come?
Qualsiasi cristiano si è fatto queste domande molte volte riuscendo raramente a dare o a darsi risposte soddisfacenti ed esaustive. L’annuncio della buona notizia che c’è un Dio che ci ama incondizionatamente, che si è fatto carico delle nostre colpe per liberarci, che ci considera così preziosi da morire per noi, è la pietra fondante della nostra felicità.
Noi di Prison abbiamo una proposta per dare una risposta a queste domande.

Evangelizzare perché l’amore di Dio ha dato un senso alla nostra vita ed è logico e spontaneo trasmettere questa felicità, rendere tutti partecipi di quest’amore libero e coinvolgente.
Naturalmente abbiamo scelto di partire dai carcerati: abbandonati dalla società (mettiamoli in prigione e buttiamo via le chiavi, fine pena mai), preziosi agli occhi di Dio (quello che fate ad uno di loro è come l’aveste fatto a me). Partire dagli ultimi ci assicura un cammino pieno, felice e lungo.

Il dove diventa scontato. In Italia ci sono 189 istituti penitenziari con circa 55.000 detenuti. Sicuramente vicino a te c’è una prigione e per il nostro progetto sono tutte idonee.
Veniamo al come, che di solito rappresenta l’ostacolo maggiore.

TPJ – The Prisoner’s Journey – Il viaggio del prigioniero, sono i tre modi per chiamare questo nuovo progetto. Scopo del progetto è di presentare la figura di Gesù Cristo, scoprire il suo amore per noi, vedere che tutta la sua vita è stato un mezzo per starci vicini, capire che con Lui sono morte le nostre colpe e con Lui siamo risorti liberati e pronti ad una vita nuova.
Due facilitatori incontrano 8 volte per due ore 10-12 detenuti in un’aula all’interno del carcere. Guidati da un manuale dettagliato e semplice, fanno conoscere la vita e le opere di Gesù attraverso il vangelo di Marco.

Condurre queste sessioni è veramente facile e qualsiasi persona seria e di buon senso può farlo. Noi curiamo i contatti con le istituzioni e abbiamo già formato 80 volontari in tutta Italia. Naturalmente ne servono molti altri per cui, se sei interessato, rivolgiti direttamente a noi.

 

Pierpaolo Trevisan

Giustizia riparativa: è possibile un nuovo inizio?

Giustizia riparativa: è possibile un nuovo inizio?

Erano gli anni ‘70 quando a Kitchener, al confine tra Canada e USA, i due educatori Yantzi e Peachey proposero ai giudici una pena diversa per due ragazzi che avevano vandalizzato delle abitazioni del paese: non più i vecchi progetti di rieducazione e colloqui psicologici, ma un serio programma di incontri con le famiglie danneggiate dalle loro azioni, e un impegno risarcitorio da garantire con il lavoro.  Da qui inizia la teorizzazione, di psicologi ed educatori, di una possibile “mediazione vittima-offensore”. Dagli anni ‘80 in Nord America si diffonde l’ipotesi di una restorative justice.

È possibile “quantificare”, e quindi risarcire, i danni (morali, umani, materiali…) di un’infrazione della legge? È possibile analizzare, e guarire, l’impatto di un reato sulle vittime e sull’intera comunità? Secondo la cittadina di Kitchener sì, e questa intuizione ben presto si è diffusa in tutto il mondo, in teorie, studi e progetti dalle finalità comuni: mettere al centro la persona, comprendere, dialogare.

La giustizia riparativa è evoluta, nel tempo, tanto da essere istituzionalizzata. Pensiamo all’esempio della Germania, in cui già dagli anni ‘90 la mediazione autore-vittima ha fatto parte della giustizia minorile per poi estendersi a tutto il sistema giudiziario; o alla Finlandia, che investe in progetti di dialogo tra vittime e colpevoli tanto che delle 8000 mediazioni effettuate in un anno l’82% ha esiti positivi; o ancora al Belgio, in cui la mediazione è parte integrante del sistema penitenziario al punto che si parla di “detenzione riparativa”.

Allora questi progetti testimoniano che uno scambio comunicativo tra chi il reato l’ha commesso e chi l’ha subito può esserci, e può portare molto frutto. Si può, quindi, rimediare alle conseguenze di una condotta lesiva innanzitutto alle persone. Si può avere un coinvolgimento attivo e proficuo tra vittima, colpevole e società per riparare un crimine. Con una soluzione concordata, il consenso delle parti e un percorso di ascolto e dialogo si possono guarire cuori feriti e ricostruire ponti di umana solidarietà.

Se dunque il reato viene letto con occhio non ingenuo e idealista, ma umano e comprensivo, è possibile costruire nuove relazioni e rigenerata vicinanza. Certo, ingredienti necessari (da entrambe le parti) sono l’apertura al dialogo, e la disponibilità a rimediare a un errore che però non è mai senza possibilità di correzione. Ecco allora che il “modello riparativo” diventa possibile, e non solo strumento di rieducazione di chi ha commesso un errore, ma di nuova libertà e consapevolezza nelle persone e nella comunità civile intera.

Con apertura e ascolto, mettendo al centro la persona sofferente, non c’è patto sociale infranto che non possa essere riparato.

 

Xavier Trevisan

“Ecco, io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

“Ecco, io faccio nuove tutte le cose!” (Ap 21,5)

Colui che era seduto sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose!” (Apocalisse 21, 5)

È stato un anno piuttosto lungo. Tra le prove del 2021, siamo comunque rimasti impegnati nella nostra missione di “ricordare coloro che sono in prigione”. Grazie per il tuo fedele sostegno e le preghiere continue mentre serviamo coloro che sono dietro le sbarre e le loro famiglie. Da domani riprende il normale ritmo di vita e noi attendiamo con impazienza le cose nuove che Dio ha pianificato nel nuovo anno! Preghiamo che il 2022 sia un nuovo anno benedetto, sicuro e sano per te e per i tuoi cari.
Buon anno dai tuoi amici di Prison Fellowship Italia.

Marcella Reni

Buon Natale!

Buon Natale!

Quest’anno è stato un altro anno molto duro per tutti noi.

Penso che pochi avrebbero immaginato che il Covid avrebbe ancora causato grossi problemi dopo quasi due anni da quando è iniziata la pandemia. Nonostante la grande interruzione delle nostre attività con i detenuti e l’impatto più ampio all’interno delle nostre famiglie e comunità, ci sono molte luci che brillano nell’oscurità, come Camp for Kids, il Progetto Sicomoro a Fossombrone, il progetto “Genitori dentro e fuori” a Palmi e “l’altRa cucina…per un pranzo d’amore” a Ivrea, Opera, Rebibbia e Cagliari.

Dobbiamo anche riconoscere che ci sono molti che hanno sofferto profondamente in questa stagione e per questi abbiamo fede che: “Non spezzerà una canna incrinata” (Isaia 42,3).

 

Uniamoci nella gioia di portare l’amore di Gesù ai carcerati, alle loro famiglie e alle vittime.

 

Prego che abbiate tutti un meraviglioso e benedetto Natale e un Anno nuovo ricco di ogni grazia materiale e spirituale

 

Marcella