Rassegna Stampa 4/12/2017 Progetto Sicomoro

DA : https://www.fanpage.it/a-tu-per-tu-con-l-assassino-i-parenti-delle-vittime-incontrano-i-killer-e-rinascono-entrambi/?ref=wha

A tu per tu con l’assassino: i parenti delle vittime incontrano i killer. E rinascono entrambi

I parenti delle vittime hanno incontrato, in carcere, persone che si sono rese colpevoli di atroci delitti. Si chiama Progetto Sicomoro, promosso dall’associazione Prison Fellowship, che è presente in 136 nazioni. Si tratta di uno strumento di giustizia riparativa: per alcune settimane vittime e carnefici, si incontrano, si confrontano e alla fine si aiutano reciprocamente.

CRONACA ITALIANA 4 DICEMBRE 2017 12:04 di Luisa Cornegliani

“Mi ha dato la pace. Sono entrata piena di rabbia, esco libera”. Elisabetta Cipollone è una mamma che ha perso il proprio figlio in un grave incidente stradale, causato da un pirata della strada. elisabetta-cipollone-300x225Il suo Andrea è stato travolto e ucciso nel 2011, a soli 15 anni, mentre attraversava sulle strisce pedonali, sotto gli occhi del fratello gemello. Ha lottato perché l’uomo che l’ha assassinato fosse condannato a una pena esemplare, si è battuta per l’omicidio stradale raccogliendo firme in tutta Italia. Come può una mamma che ha perso il proprio figlio trovare la pace? Dov’è avvenuto questo processo che l’ha finalmente liberata dalla rabbia per quello che era capitato a lei e al suo Andrea?andrea-de-nardo-cipollone
in foto: Andrea De Nando, 15 anni, figlio di Elisabetta, ucciso nel 2011 da un pirata della strada
Sembra incredibile, ma è in carcere che questa mamma ha trovato la serenità perduta. E l’ha aiutata un assassino. Sì, proprio così, un uomo che aveva commesso il più atroce dei delitti, prima di finire dietro le sbarre a Opera, nel Milanese, una delle più grandi prigioni europee, con la più numerosa sezione dedicata ai cosiddetti 41bis, cioè al carcere duro. Com’è possibile? E’ lei stessa a spiegarlo. Dice: “E’ stata un’esperienza illuminante. Non conoscevo la realtà del carcere. Sono entrata piena di pregiudizi, poi mi sono accorta che dietro a quelle persone, che si sono macchiate di crimini orribili, ci sono uomini. Mi sono resa consapevole di tante cose. Per esempio, ci sono persone che nella loro vita hanno conosciuto solo il male. Infrangere la legge per loro è stata la più naturale delle scelte, se non addirittura l’unica possibile. Mentre io facevo questa presa di coscienza, altrettanto faceva la persona che avevo davanti. Io ho cercato di fargli capire quali conseguenze ha il reato su chi lo subisce, anche indirettamente: lo choc, la paura, il dolore della perdita. Mettersi l’uno nei panni dell’altro è utilissimo. Non ho cambiato idea: credo fermamente nella certezza della pena. Chi commette un reato, grave o piccolo che sia, deve pagare il suo debito con la società, ma perché questo avvenga, il carcere si deve trasformare in un’esperienza positiva. Anche se rinchiusi, i detenuti possono fare grandi cose. L’ho visto personalmente. E quando queste persone torneranno libere, saranno davvero pronte a lasciare per sempre la vita criminale. Pensi che un detenuto, con fine pena mai, ossia che non uscirà mai di prigione, mi ha detto: “Io ora sono libero, anche se sto qua dentro. Il male che ho fatto non si cancella, ma farò qualcosa di buono da qui in avanti”.