Lettere dal Carcere

     In questa pagina del sito, pubblichiamo alcune lettere di detenuti (per la maggiornaza condannati all’ergastolo) che hanno partecipato al Progetto Sicomoro e che racchiudono le emozioni e i frutti di un progetto dove vittime e carnefici, alla fine di un percorso, imparano a riconoscersi come fratelli e a condividere il reciproco dolore.

     (Per ragioni di spazio, alcune lettere sono state ridotte).

“L’ALTrA cucina… per un pranzo d’amore” 2016. La gioia entra nelle carceri italiane per Natale.FB_IMG_1482912636940[1]

“…… (ero) carcerato e siete venuti a trovarmi” si legge nel vangelo di Matteo che ascoltiamo la domenica e che con difficoltà mettiamo in pratica per disinteresse e pregiudizio verso chi ha sbagliato ma non merita di essere dimenticato.

Un gesto concreto d’amore per i ristretti delle carceri di Roma, Opera a Milano, Modena, Salerno e Palermo si è ripetuto il 22 dicembre scorso grazie all’impegno dei volontari del Rinnovamento nello Spirito Santo e di Prison Fellowship Italia con l’apporto fondamentale di grandi chef italiani, giornalisti, attori e cantanti che hanno garantito la loro presenza nelle strutture carcerarie e l’intervento di alcuni sponsor.

L’evento ha ricevuto il patrocinio del Ministero di Grazia e Giustizia.

A Roma l’iniziativa “L’ALTrA cucina… per un pranzo d’amore” si è svolta presso la sezione femminile del Carcere di Rebibbia e ha visto la partecipazione gioiosa di oltre trecento detenute, con alcuni piccoli delle recluse, che nel corso di oltre due ore hanno fraternizzato e vissuto una giornata diversa che certamente rimarrà nella loro memoria, c’è chi ha gioito ma anche chi ha pianto, come anche nella nostra di volontari.

Il menù a Rebibbia (foto di Daniela Di Domenico, a. stampa RNS e Prison Fellowship Italia)

Durante il pranzo si sono succeduti gli sketch di Michele La Ginestra, Nino Taranto, Marco Passiglia e Francesca Di Cataldo che hanno divertito le detenute con la loro verve artistica.

Amedeo Minghi ha coinvolto le detenute e il personale carcerario con i suoi successi cantati dal vivo, poi gli artisti, tra cui gli attori Linda Batista e Antonio Palmese, e i volontari con il cappellino rosso stellato hanno cinto “the black apron” di Prison Fellowship Italia per servire i piatti, cucinati dalla chef Cristina Bowerman che ha preparato con l’aiuto del suo staff e di alcune detenute le prelibatezze del suo ristorante romano, alla lunghissima tavolata delle detenute preparata dai volontari.

La  conduttrice televisiva Arianna Ciampoli ha introdotto gli interventi sul piccolo palco allestito nel corridoio con la gioia e la capacità che le sono proprie grazie anche all’apporto del fonico Agostino Cossu che all’inizio con la sua chitarra ha scaldato i presenti da buon animatore del Rinnovamento nello Spirito.

Erano presenti al pranzo la direttrice del Carcere di Rebibbia Del Grosso che ha rivolto alle detenute un augurio speciale e il magistrato di sorveglianza che ha autorizzato l’iniziativa del pranzo di Natale.

E’ intervenuto il presidente del Rinnovamento nello Spirito Santo, Salvatore Martinez, che ha rivolto alle detenute parole di solidarietà e speranza ricordando i recenti interventi di Papa Francesco che, nel corso del giubileo, ha chiesto allo Stato un atto concreto di clemenza per i detenuti ritenuti idonei.

Martinez tra l’altro ha giustamente sottolineato che “alle detenute che pensano di aver ricevuto ‘qualcosa’, voglio dire che siamo noi che abbiamo ricevuto la gioia della fraternità, dell’amicizia e di essere una sola famiglia umana, al di là delle sbarre e al di qua di tutte le nostre prigionie” augurando che in questo Natale le detenute “possano avere cuori di carne e non di pietra, cuori che non siano lontani dal bene …. “questa è l’opportunità per scegliere il bene e per decidere di cambiare vita”.

Il presidente del Rinnovamento nello Spirito ha ricordato che “se non si comprende l’importanza di una vera conversione, se non si intraprende la strada del perdono di se stessi e di chi ci ha procurato del male, si rimarrà sempre dei prigionieri”.

La società civile presente in quest’occasione “non si è dimenticata dei detenuti, ma è entrata in carcere per ricordare a tutti che ogni vita è preziosa per Dio e che la dignità umana sempre merita non solo giustizia, ma anche misericordia”.

A conclusione del meeting per alcuni minuti si è susseguito l’applauso delle detenute e del personale carcerario agli artisti e ai volontari che hanno condiviso il pranzo donando un piccolo ma importante servizio.

Un augurio di pace e serenità a tutti i ristretti nelle case circondariali italiane, ai volontari e agli amici artisti che hanno condiviso il servizio spendendosi di persona.

Luigi De Valeri

Prison Fellowship Italia Onlus


 

Un Natale in carcere

22 dicembre 2016

Casa di reclusione di Milano-Opera

Per poter scaricare la merce dal furgone la guardia mi deve accompagnare per tutto il lungo corridoio e aprirmi il cancello in fondo.
Improvvisamente la prima porta a sinistra si spalanca ed esce Ivan. La sorpresa dura un attimo perché lui apre le braccia e ci stringiamo.FB_IMG_1482934074604[1]
“Ciao Paolo”. “Che bello rivederti Ivan, come va”! Sembra la solita frase scontata ed invece lui va subito al punto: “Mi manca mia figlia”. Cerco una parola di conforto quando una voce dall’interno lo chiama e lui mi saluta: “Devo andare, ci vediamo dopo”.
Allungo il passo per raggiungere la guardia quando, dietro ad una porta a vetri, vedo Luigi. Il suo sorriso mi obbliga a fermarmi. Comincia a parlarmi ancora prima d’aver aperto la porta: “Dovete scusarmi tutti se non vi ho mai risposto. Avevo sempre da fare, ma da domani mi spostano e quindi avrò più tempo”. Lo stringo in un abbraccio per fargli capire che non si deve preoccupare. Stavo per dirglielo anche a voce quando la guardia richiama la mia attenzione. “Ci vediamo dopo” dico a Luigi, raggiungendo la guardia, che sottovoce esclama: “Lo sa che quello ha rimandato di un mese il trasferimento nel settore migliore per poter essere qui oggi”.
Per ascoltarlo meglio mi giro verso di lui e conseguente non vedo Mariano che mi viene incontro a braccia aperte. “Pierpaolo, finalmente”. “Mariano, che gioia”. Non gli dico che proprio lui era uno di quelli che maggiormente speravo di incontrare oggi, ma lo deve aver capito dalla mia espressione perché il suo volto si illumina.
Con un colpo di tosse ed un’espressione interrogativa la guardia mi fa capire che dobbiamo proseguire. Con uno sforzo mi allontano, fissando con un gesto a Mariano un appuntamento per dopo.
Non so perché guardo a sinistra mentre stiamo oltrepassando un corridoio intersecante, ma capisco immediatamente che quella barba bianca può essere solo di Ciro. Con un balzo elimino la distanza che ci separa e lo stringo in un grande abbraccio. “Pier, era ora che arrivassi”. Con uno sguardo riempiamo un vuoto di mesi. Poco lontano vedo Davide e con una mano richiamo la sua attenzione. Sto muovendomi per raggiungerlo quando mi sento toccare sulla spalla. Mi giro e ad un palmo da me vedo l’espressione seria e inquisitoria della guardia. “Non mi ricordo di te, ma devi essere uscito da poco per conoscerli tutti”. Scoppio a ridere.
Siamo all’interno del carcere di Opera e proprio oggi, 22 dicembre, festeggiamo il prossimo Natale con 60 detenuti e i loro familiari. Caso, fortuna o premeditazione fanno sì che le prime 5 persone che incontriamo siano proprio 5 partecipanti all’ultimo Sicomoro svolto qui. Lo spiego alla guardia che, rassicurata, riprende a guidarmi.
Posso assicurarvi che da quel momento mi sono sentito così leggero d’aver la netta sensazione di librarmi in aria.
Ero tornato a casa. Non scandalizzatevi. Per me essere a casa vuol dire essere vicino alle persone che amo, a quelle a cui voglio bene. Non è il cemento che ci scalda e protegge, ma il cuore. Se sono con Bruna, mia moglie, mi sento avvolto e protetto più che all’interno delle inviolabili casseforti di fort Knox.
Inspiegabilmente queste persone mi sono entrate nel cuore e conseguentemente fanno parte della mia casa. Non sono matto, o perlomeno, se lo sono, sono in buona compagnia. Sì, perché so benissimo che gli stessi sentimenti animano anche Marcella, Daniela, Elisabetta, la mamma del ragazzo ucciso sul marciapiedi, e tutti gli altri volontari che stanno aiutando.
Vorrei avere il tempo e la possibilità di raccontarvi minuto per minuto questa bellissima giornata.
Marcella e il direttore, Siciliano, sembrano aver previsto ogni situazione, pronti a risolvere ogni problema. Sono ovunque e sempre disponibili.
Lo chef, Arrigoni, prepara un pranzo succulento, senza far pesare la sua presenza, anzi, sempre pronto a consigliare e suggerire il miglior modo per presentare e servire le varie pietanze.
Marisa, con maestria e fermezza, coordina le 5 squadre di volontari che, sorridenti e disponibili, effettuano il servizio ai tavoli. Ci sono anch’io tra questi e probabilmente sono stato proprio io a causare un piccolo caos. Ci siamo trovati in 4 squadre, con 4 carrelli, a servire lo stesso tavolo. Siamo scoppiati a ridere e tutti si sono girati per tornare nei propri settori. Adesso che ci penso non sono sicuro che quel tavolo sia stato servito da qualcuno.
Lo spettacolo è stato coinvolgente e incredibilmente pregno di spiritualità. Non avrei mai pensato che mago Linus potesse coniugare stupore e fede nel suo spettacolo. Giusy Versace, con la voce rotta di emozione e pianto, ci ha spiegato come, con la fede, si possa trasformare una disgrazia, ha perso in un incidente entrambe le gambe, in un’enorme opportunità di vita.
Il maestro Salvatori, con il suo violoncello, ci ha prima cullati con una sinfonia di Chopin e poi, con un suo brano, ci ha permesso di entrare nel suo cuore.
Il comico Campagna e i New Trolls hanno completato la giornata.
Nel salutarci abbiamo avuto tutti l’impressione la separazione fisica non avrebbe intaccato l’unione dei nostri cuori.
Buon Natale di Gesù
Pierpaolo e Marcella


 

Roberto, Detenuto del carcere di Opera

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Buongiorno, sono un detenuto. Anzi, come dice il mio amico Carlo, sono un “diversamente libero” da 18 anni. Sto scontando la pena dell’ergastolo a causa di associazione mafiosa e omicidi. Sono un componente di questo Progetto Sicomoro e ringrazio la Direzione e tutta la rieducativa che mi ha permesso di poter partecipare a questi incontri. Dal Progetto Sicomoro ho ricevuto tanto sotto il profilo umano ed ho acquisito maggiore consapevolezza di ciò che ho causato con i miei atti criminali. Il mio pensiero, negli anni passati, era solo rivolto alle vittime da me uccise senza rendermi conto che, attorno alle vittime, ci sono i familiari, gli amici, e la società che subiscono danni emotivi e dolori che ho compreso solo attraverso le loro testimonianze, i loro occhi.

     Partecipando agli incontri ho sentito giustamente la loro rabbia, il loro dolore, ma anche e soprattutto la loro compassione, il loro bisogno concreto di capire, attraverso noi, come può un uomo arrivare ad uccidere. A mio giudizio, questi incontri sono stati una terapia per attenuare la sofferenza, però la cosa che mi ha colpito di più è stato il loro sostegno. Tutte le volte che mi hanno visto, sentito…  mentre ripercorrevo le mie esperienze, mi sono stati vicino, abbracciandomi e rincuorandomi con straordinaria affettuosità, come se alla fine la vittima fossi io. Mai avrei potuto pensare di trovare così sostegno da persone che hanno subito lacerazioni interne da uomini indegni come me. Addittura, negli ultimi incontri, a qualcuno sono mancato; da tutti quanti sono stato abbracciato e ho capito che questo abbraccio, oltre che nei nostri cuori, è una speranza concreta per un futuro migliore.

      Volevo inoltre rispondere pubblicamente alla lettera di una delle vittime:
“Cara N., ho sentito il tuo scritto attraverso la voce di Marcella ed ho pianto. L’ho riletta da solo nella mia cella ed ho pianto. Da quando è cominciato il Progetto Sicomoro è stato un susseguirsi di emozioni. Avendo l’età di mia figlia, permettimi di chiamarti angelo, sei il nostro angelo. Hai dato prova di quanto sia meravigliosa la vita: la tua umiltà, la tua semplicità, la tua sensibilità, hanno folgorato il mio cuore… Riesci a farmi sentire un uomo anzi, con le tue parole mi sento utile. Grazie… Questi nostri incontri hanno aperto un percorso di trasformazione, di sostegno e recupero veramente forte e difficilissimo… Sono convinto che questa macchina del bene non si arresterà più; solo così il tuo, il nostro sogno si concretizzerà. Spero di cuore che resteremo in contatto per continuare a sostenerci e consigliarci durante il nostro percorso di vita”.


      Mi chiamo R. e sto scontando anch’io la pena all’ergastolo perché sono stato un carnefice. Per una banale vendetta, ho partecipato all’uccisione di tre ragazzi di cui io non avevo nessun diritto di spezzare le vite umane. Ho fatto parte, per tanti anni, della criminalità organizzata di cui, già da qualche anno, non faccio più parte. E tutto questo mi ha portato veramente ad essere cosciente per quello che io ho causato sia ai familiari delle vittime, sia alla mia famiglia che a me stesso. Già da tempo, dentro di me era nato qualcosa che io volevo cambiare però era come un sentimento che rimaneva intrappolato nel mio cuore. Ma attraverso l’iniziativa del Progetto Sicomoro, e di queste straordinarie persone che hanno subìto loro stesse del male, allo stesso tempo mi hanno fatto sentire vittima anche a me. Io ho notato tanto calore umano che non potrò mai dimenticare. Veramente ho trovato una via dove indirizzare ed esternare quello che dentro di me non riusciva ad uscire fuori. Le mie difficoltà interiori, che erano tante, e che da circa venti anni non riuscivo ad esternare tutto il male che avevo per poterlo dire e confessare a tutti come sto facendo oggi. Però in parte mi ha liberato anche se la consapevolezza, i rimorsi e il pentimento che ci sono stati dentro di me non potranno mai cancellare il mio passato…

      Oggi il mio pensiero veramente va ai familiari delle vittime di cui io sono stato la causa, del loro dramma umano e del loro dolore. Io oggi, davanti a tutti voi ed anche ai parenti delle vittime che io ho avuto l’onore di conoscere, mi inchino veramente e chiedo scusa e perdono. Questo giorno per me rappresenta un atto di grande umanità senza precedenti, un atto d’amore inaspettato che ha spiazzato la mia vita perché dentro di me non credevo di meritare così tanto. Anni di dolore, sofferenze, rimasti chiusi in un cassetto della mia anima sono riemersi come spine strappate dal cuore, pur restando permanenti le cicatrici… Uno dopo l’altro abbiamo sgranato le nostre vite come un Rosario da dove sono emerse storie raccapriccianti, vite dilaniate, intere famiglie distrutte dal dolore causato da pochi attimi di disperazione trasformandosi in vera e propria crudeltà. Tutto è nato, come ho detto prima, da una tematica trattata che mi fece sussultare il cuore. Un viaggio a ritroso nel tempo mi rese piccolo e vulnerabile ma coloro che in un primo momento sembrava che fossero venuti a rimproverare la mia esistenza passata (le vittime n.d.r.) , si sono rivelati i dottori dell’anima…

     Con solenne senso morale, mi inchino al dolore di queste grandi persone che hanno infranto il muro che appariva invalicabile. E prendendo spunto dal loro esempio, oggi avrò un motivo in più per dire agli altri che come me hanno fatto scempio della loro vita e di quella degli altri, di dire basta a questa fatale illusione che provoca solo morte, odio, rancore e disperazione coinvolgendo una miriade di persone, sia nell’ambito familiare che nella società. Perché io ho vissuto per tanti anni credendo veramente che nella malavita, nella mafia, c’erano degli ideali. Non è vero. Vivevo solo di illusione perché i veri ideali, i veri principi, sono coloro che accompagnano i bambini a scuola, che crescono i propri figli, che si impegnano davanti la propria donna, questi sono quelli che hanno i veri principi morali…


       Oggi sono uomo, se così posso dire, giuridicamente riconciliato, ma non con i familiari delle vittime che portano nel cuore il dolore e la devastazione dei miei ignobili e vili comportamenti. Quindi credo che non sia sufficiente solo dispiacersi e chiedere scusa, necessità che sento forte e faccio con tutto il cuore. Penso all’importante viaggio che ho fatto con i responsabili e i volontari del Progetto Sicomoro, i ragazzi detenuti come me, ma soprattutto con i familiari delle vittime: per me è stato terapeutico, facendo crescere in me, ancora di più, la consapevolezza e coscienza di quanto sbagliato e scellerato sia stato il mio agire. Comportamento che condanno in modo netto e chiaro e, per dare seguito in modo concreto e costruttivo, e affermare sempre più oggi quello che ho nel cuore, continuerò a fare testimonianza della mia esperienza. Certo, la speranza che porto nel cuore è quella che un giorno, le persone a cui ho fatto del male, possano maturare l’idea di perdonarmi.


      Per me è la prima volta che mi trovo in un contesto simile, a dover esprimere i miei pensieri davanti a tante persone. Però, nonostante questa emozione, voglio presentarmi a voi allo stesso modo come ho fatto con le vittime, in “punta di cuore”. Mi chiamo S. e sto scontando la condanna all’ergastolo, frutto di un passato sbagliato e di un presente all’insegna dei rimorsi e dei rimpianti. Lungo questa detenzione ho frequentato dei corsi che mi hanno fornito quegli strumenti che oggi mi permettono di ragionare con la mia testa e di agire secondo coscienza. Poi, come manna piovuta dal cielo, è arrivato il Progetto Sicomoro. È stato il valore aggiunto in questo mio cammino anche se, all’onor del vero, devo dirvi che si è rivelato di gran lunga superiore alle mie aspettative iniziali. Forse, anzi, sicuramente, la più bella lezione che mi sia mai stata impartita.

     L’essermi trovato di fronte alle vittime mi ha fatto conoscere una realtà che a malapena immaginavo, che mi ha permesso di osservare da vicino e di toccare con mano il loro dolore. Questo mi ha toccato nel profondo e mi ha portato a scrivere una lettera ai familiari delle mie vittime che vorrei condividere con voi:

     “Sono trascorsi 19 anni e otto mesi da quel giorno che il mio gesto crudele vi ha cambiato la vita. Se allora avessi provato solo una parte della vergogna che provo oggi, non mi sarei comportato come una bestia feroce. Purtroppo, nulla posso fare per cambiare il passato. Ho seminato dolore e trovo giusto che ancora oggi io raccolga vergogna. Quando varcai la soglia del carcere per la prima volta, impiegai otto anni prima che iniziassi a prenderne coscienza e più acquisivo coscienza, più cresceva il peso delle mie colpe e il senso di vergogna…

     Solo con il sostegno del Signore Gesù Cristo ho intrapreso la stretta via che poi mi ha portato a partecipare al Progetto Sicomoro. Ringrazio i familiari delle vittime per aver accettato, nonostante tutto, di incontrarmi. La vostra misericordia ha scardinato la porta ostruita dal Roveto che imprigionava la mia anima. Oggi, sono fortemente addolorato e profondamente pentito per quello che ho fatto. Con il cuore chino al cospetto del vostro dolore, vi chiedo umilmente scusa e, con la stessa disposizione d’animo, imploro il vostro perdono. Ad ogni modo vi sarò per sempre debitore. Grazie”.


       Giungo a voi con questa mia lettera per dirvi che mi dispiace molto per tutti gli sbagli fatti nel corso della mia vita che di sicuro non mi ha mai regalato niente, anzi, mi ha messo davanti situazioni più grandi di me. Situazioni che non riuscivo ad affrontare e mi nascondevo dietro a quella maledetta droga che poi mi ha portatp a fare cose, reati, solo per procurami dei soldi.

      Oggi penso a tutte le persone che con i miei reati ho colpito e penso che non sia giusto… anche perchénon sono un ragazzo cattivo. Chiedere “scusa” penso che non risolverebbe niente; per prendermi le mie responsabilità ora continuo a pagare il mio debito con la giustizia, perchè è giusto, e poi devo cambiare la mia vita con fatti concreti, ma soprattutto per me stesso, per mia figlia e per tutti coloro che ho ferito.

      Il percorso fatto con il Progetto Sicomoro, all’interno di questo Istituto, non pensavo fosse così profondo, intenso, ma sono contento di averne fatto parte perché mi ha fatto crescere, mi ha fatto capire tante cose; mi ha fatto tirare fuori cose che non pensavo potessero mai uscire fuori e mi ha fatto incontrare persone  splendide che mi hanno guardato in modo umano… Quello che voglio dire è che per me questo è solo un trampolino di lancio per cambiare. Per avere quella vita serena che desidero, anche se sarà dura, anche se la mia strada sarà tutta in salita, la voglio fare tutta fino all’ultimo respiro!