Progetto Sicomoro

  •  Ultimissime: Il Ministero della Giustizia conferma anche per l’anno 2017 il patrocinio e l’utilizzo del logo del Ministero al Progetto Sicomoro. Maggiori informazioni sono disponibili nella sezione “ISTITUZIONI”

 

VERSO UN NUOVO MODO DI FARE GIUSTIZIA In un Paese dove spesso il concetto di giustizia viene sempre più associato all’applicazione di sanzioni, ci sono realtà italiane che cercano di andare oltre. È il caso del Progetto Sicomoro, l’iniziativa promossa dalla Prison Fellowship Italia Onlus, che dal 2009 intende supportare migliaia di detenuti di alcune carceri italiane per favorirne il reinserimento sociale. Chiara Chisari, laureata in Giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha intervistato Marcella Reni, presidente dell’associazione, per capire meglio di che cosa si tratta. Ecco il suo contributo.

Giustizia riparativa: un cambio di prospettiva

Parlare di giustizia riparativa significa riferirsi a un paradigma giuridico che sceglie di affrontare le controversie coinvolgendo maggiormente la vittima, il reo e la comunità civile, con l’obiettivo principale di avvicinare questi soggetti, ripristinando il dialogo interrotto dall’avvenuto fatto illecito. Emerge così una diversa modalità di approccio al reato, non più inteso come oltraggio ai danni dello Stato, ma come condotta offensiva, come violazione commessa da una persona ai danni di un’altra. La conseguenza è ovvia: il cuore della giustizia cessa di essere “chi merita di essere punito e con quali sanzioni”, per diventare “cosa può essere fatto per riparare il danno”, entrando così nel merito del problema antropologico e sociale del conflitto.

L’exemplum del Progetto Sicomoro

Le esperienze di giustizia riparativa sono varie e variamente strutturate in relazione a forma, contenuti e destinatari. Tra le tante, una è quella tra le più rivoluzionarie mai intraprese nel nostro Paese, non solo perché fortemente in antitesi con la generale tendenza retributiva del sistema punitivo italiano, ma anche per l’evidenza dei risultati positivi che essa è riuscita a raggiungere: si tratta del Progetto Sicomoro. Ne abbiamo parlato con una delle promotrici, Marcella Reni, Presidente dell’Associazione Prison Fellowship Italia che dal 2009 è dedita a una vera e propria missione di supporto ai detenuti in varie carceri italiane, nell’ottica, chiaramente, di favorirne il reinserimento sociale. Concetti chiave per una completa descrizione del Progetto sono quelli di avvicinamento e di comprensione reciproca. In concreto, esso si è sostanziato in otto incontri settimanali tra condannati definitivi e vittime non dirette. In ogni occasione è stato promosso l’approfondimento di tematiche quali quella del perdono, del pentimento, della responsabilità, della riparazione e della riconciliazione, che si sono ritenute utili a favorire un sincero confronto tra le parti coinvolte. Ed effettivamente questo è esattamente ciò che è successo: le sessioni hanno consentito a vittime e rei di raccontarsi, di mostrarsi nell’intimità delle loro ferite e delle loro debolezze, e dunque di conoscersi e di riconoscersi l’uno nell’altro. Di capirsi, in parole povere. Marcella Reni testimonia di un vero e proprio cambiamento di mentalità da parte dei detenuti, che sarebbe maturato a fronte dell’acquisita consapevolezza rispetto alla portata emotiva e valoriale del danno provocato. È infatti intuibile come solo il racconto della sofferenza causata dal crimine darà al criminale una completa visione del significato del suo gesto. Nella prospettiva delle vittime, la possibilità di poter condividere il loro vissuto traumatico e di ottenere in conseguenza comprensione e rispetto, ha fatto in modo che riuscissero a curare le ferite emotive e psicologiche causate dal danno subito. Da precisare è un ulteriore aspetto del Progetto Sicomoro: non garantisce alcun vantaggio processuale né alcuno sconto di pena, con la conseguenza che chi decide di parteciparvi lo fa solo in relazione alla piena convinzione dell’utilità personale di tale percorso. In sintesi, ciò che emerge con forza da quest’incredibile esperienza è che l’offesa di cui parla la tradizione penalistica è un elemento tangibile, empirico, il cui manifestarsi deve implicare un intervento che punti al rispetto non tanto e non solo della regola giuridica, quanto, specialmente, dell’oggetto valoriale della medesima. Giustizia è, insomma, non dimenticare che dietro qualsiasi fatto di reato si nascondono esperienze, sentimenti e specialmente persone, che meritano attenzione e comprensione per riuscire, finalmente, a riconciliarsi.

  • PFIt, l’Associazione più grande al mondo tra quelle operanti nel campo della giustizia penale e penitenziaria, da sempre si impegna per ispirare una nuova sensibilità nelle politiche nazionali sui temi della giustizia penale.

Nel promuovere  un modello di giustizia riparativa, PFIt ricerca soluzioni agli effetti del fatto delittuoso, oltre che nei confronti del reo, anche della vittima e della comunità, e sottolinea la necessità della riparazione del danno causato dal comportamento criminale. PFIt coniuga questo modello di riparazione, intesa anche come riconciliazione tra vittima e colpevole, con quello del perdono cristiano.

In Italia, l’Associazione ha cominciato a sviluppare diversi programmi per la rieducazione dei carcerati: primo fra tutti il Progetto Sicomoro.

Esso punta ad un inserimento nella realtà carceraria che non si fermi a considerare la deriva morale e culturale del detenuto, ma parta dalla sua condizione di uomo a cui offrire una possibilità di vero riscatto e di proficuo reinserimento nelle nostre comunità civili.

Il Progetto Sicomoro prevede otto incontri, all’interno dell’istituto penitenziario, tra detenuti e vittime, per far loro comprendere tutte le implicazioni del danno causato. Scopo è quello di sanare le ferite e spezzare le catene che legano sia i prigionieri che le vittime, cosicché gli uni tornino a nutrire la speranza di essere riscattati e gli altri aprano il loro cuore al perdono.

Vittima e carnefice sono messi a confronto, dopo una fase di ricerca e discernimento sulla scelta dei soggetti con cui portare avanti il progetto, in un percorso di reciproca immedesimazione e conoscenza, attraverso una riabilitazione dei detenuti cui si accompagna la “giustizia restitutiva” in favore delle vittime.

Applicato già nel carcere di Opera a Milano, nelle case circondariali di Rieti, Modena, Tempio Pausania, nel Progetto europeo “Building Bridges” di Frosinone e di Milano, nel 2017 a Palmi e Ivrea. Il Progetto Sicomoro ha raggiunto ottimi risultati anche in Paesi con realtà sociali molto complesse come il Rwanda, la Cambogia e il Pakistan.

Zaccheo e l’incontro con Gesù sul Sicomoro

         Il Progetto Sicomoro deve il suo nome all’episodio narrato nel Vangelo di Luca (Lc 19, 1-9), in cui l’evangelista racconta l’incontro tra Gesù e Zaccheo (tra il “pastore” e la “pecora smarrita”) che, perfettamente nascosto tra i rami del sicomoro, guarda passare Gesù credendo di non essere visto, ma viene scorto e riconosciuto da Gesù stesso che lo chiama per nome. Il riconoscimento di Zaccheo è il punto cardine di questo passo e avviene proprio attraverso Gesù, Parola di Dio incarnata, che si manifesta agli uomini e ne rivela la loro profonda essenza: attraverso di essa, i volontari costruiscono il percorso di riqualificazione della dignità umana che può portare benefici alle vittime, ai trasgressori, al sistema di giustizia penale, alla comunità. Un’indagine con cui riconsegnare alla luce e all’evidenza tutte le componenti della vita umana, a partire dal singolo detenuto/vittima che non è inteso come individuo ma in quanto persona e perciò inserita all’interno di una serie di rapporti interpersonali, di relazioni umane di tipo familiare ma non solo, del tessuto sociale in cui ha maturato la sua formazione, crescita, convinzione di vita.

Per fare ciò, il Progetto Sicomoro è organizzato come un percorso a tappe, con fasi di analisi e passaggi di crescita a cui si giunge dopo aver fatto propri i vari obiettivi di volta in volta raggiunti. Obiettivi che sono divisi in otto sessioni, ciascuna guidata da un tema affrontato e dibattuto a partire dalla Parola di Dio e da esempi concreti e semplici tratti dalla vita quotidiana.